Si piange per Via Traiano dimenticando i danni a vasto raggio della grande distribuzione

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E’ come una sorta di esame di riparazione il ritorno del Mattino del 30 novembre in via Traiano, stavolta accompagnato - in intervista – direttamente dal sindaco Mastella, ovvero colui che, un po’ irritato, parlò di bufala riferendosi all’eventualità del cinema San Marco tradotto in supermercato. Il primo cittadino si spende in una riflessione sulla sequenza micidiale di vetrine chiuse in quello che potrebbe essere il cuore del salotto buono cittadino. Contenuti con efficacia sintetizzati nella formula giornalistica “meno fitti ma più coraggio d’impresa”, riferendosi all’esigenza di tenere sotto controllo i canoni da parte dei proprietari degli immobili armonizzata con lo sforzo qualitativo nella proposta. Poi, e magari sfugge nell’immediato, c’è pure bisogno che oltre le vetrine si vada, coniugando la soddisfazione delle saracinesche alzate con l’apertura del borsellino.

Costi e crisi, dunque. Ed è una diarchia dalla quale a prima vista non si esce, certo fondamenta – non esclusive – dell’attuale fatiscente struttura cittadina, un'ulteriore ulcera al polmone dei ricordi che non ce la fa più a portare ossigeno all’arteria osservata dall’Arco con avvilimento plurisecolare.

Eppure, nonostante un tempo di chiusura che appare quasi biblico, il cinema San Marco – per restare al tema che ha originato il dialogo – una volta s’affacciava su una traversa brulicante d’iniziativa e gente. Poi è intervenuta una cultura della strategia commerciale che ha privilegiato, poco oltre, in ‘area movida’, investimenti essenzialmente liquidi, uno a ogni angolo e anche più e, oltre il confine del centro pedonale, insediamenti di maggiore ampiezza e “multifunzionalità” a Pezzapiana e in contrada San Vito. Che hanno lavorato per sottrazione.

Ecco un aspetto sottovalutato e mai oggetto di riflessioni o pentimenti. Spinto da amministrazioni di colori politici diversi. Che ha contribuito a soffocare la specificità del centro storico (isola pedonale e terraferma produttiva), e non solo. Accrescendo, per giunta, la precarietà del lavoro.