I conflitti d'interesse e la democrazia italiana trasformata in lobbycrazia. E la politica? Solo un'eccedenza

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

L'Italia è una repubblica fondata sul conflitto di interessi. Frase effettata? Assolutamente. Casomai, frase riduttiva, perché tale fenomeno, lungi dal riguardare la sola scena nazionale, interviene, di fatto, in tutte le democrazie “evolute”. Spieghiamoci meglio. Il riferimento non pertiene all'anomalia berlusconiana (imprese, giornali, televisioni, ecc.) o alla ministra Boschi e i suoi legami con Banca Etruria. Queste sono espressioni riconoscibili del conflitto di interessi. E quando diciamo “riconoscibili” intendiamo “riconoscibili a orologeria”: basti soffermarsi sul recente accanimento in materia dei vari Belpietrusti, meno in vena di sottolineature quando la questione investe direttamente, e con ben altre proporzioni, il Cavaliere.

Quindi, dicevamo, non è di queste formulazioni esplicite del conflitto di interessi che vogliamo occuparci. Tantomeno della legittimità a trattare l'argomento accampabile da chi quel medesimo conflitto incarna. In molte, ma essenziali, parole, ciò su cui vogliamo soffermarci è il conflitto di interessi temperato che aggredisce la dimensione democratica nella sua interezza. In poche parole, il finanziamento privato ai partiti.

A tal proposito, la prima domanda che ci poniamo è: perché parlare di conflitto di interessi nel descrivere un meccanismo in apparenza differente rispetto al quale tutte le democrazie mature sembrano adattarsi? La seconda domanda: non è forse questo, se non il Problema fondamentale, di sicuro, un problema strutturale del funzionamento del politico che non può essere in alcun modo aggirato? Terza e quarta domanda: quali sono le possibili evoluzioni e perché se ne discute sempre sottovoce?

Procedendo con ordine, ci sentiamo, in primis, di dilatare l'area semantica dell'espressione “conflitto di interessi” per una ragione molto semplice: un finanziatore privato che eroga una donazione a favore di un partito o di un singolo esponente politico sta già prenotando, di fatto, eventuali azioni governative a suo vantaggio potenzialmente in conflitto, come spesso capita, con gli interessi di chi, limitandosi al voto, compie un mero investimento simbolico. Secondo voi, l'eletto di turno, dovendo intraprendere la strada maestra della gratitudine, di norma, terrà in maggiore considerazione il proprio elettorato senza portafoglio oppure darà la precedenza a chi gli avrà consentito, in termini economici, di occupare, nonché di mantenere, la carica?

Si può anche credere alla prima opzione e sostenere che le società d'affari aiutino i politici per schietto idealismo, dopodiché basta solo giocare a nascondino con la realtà e familiarizzare con gli elfi per completare l'opera. Eppure, riusciamo a distinguere distintamente lo scricchiolio delle vostre perplessità sin da qui. Per cui, riteniamo opportuno il citare qualche cifretta per accontentarvi.

Il 72% dei finanziatori privati di Matteo Renzi nel 2013: Davide Serra, finanziere e amministratore delegato del fondo speculativo Algebris (100.000 euro); Paolo Fresco, ex presidente Fiat ed ex numero due della multinazionale americana General Electric (25.000 euro); Isvafim Spa (60.000 euro), che fa capo ad Alfredo Romeo, sotto processo per la vicenda Consip; e poi petrolieri, armatori, ecc.

Rimanendo in area PD (Letta e Bersani): il primo fu destinatario di una donazione da parte di Antonio Porsia, leader nazionale nel campo delle slot machines (15.000 euro) e del pastificio Rana (25.000 euro). Il secondo fruì dei fondi elargiti dal gruppo siderurgico Riva, a guida dell'Ilva (98.000 euro). Possibile che il cambio di direzione delle politiche economiche e delle politiche sul lavoro della sinistra italica abbia qualcosa da spartire con tutto questo? L'unica cosa certa è che non avremmo mai creduto di operare politicamente attraverso la semplice masticazione di un tortellino in brodo. Convinti? No? Siete afflitti da par condicio compulsiva? Bene. Noi preferiremmo sventagliare qualche banalissimo concetto riassuntivo anziché importunarvi con un'altra mitragliata di nomi e cifre. Contenti voi...

Dunque, quando riflettiamo sulla Casaleggio Associati, il nostro primo pensiero va al M5S o a Gaia (se siamo predisposti alle declinazioni inquietanti dello humor). Ecco, dovremmo ampliare i nostri orizzonti e sapere (parola degli ex collaboratori Canestrari e Biondo – autori di una controstoria del Movimento) che la società di consulenza strategica che vigila sul destino dei pentastellati collabora con “colossi del calibro di Carta Sì e Banca Intesa, per conto delle quali produce analisi di mercato e campagne di informazione online”. Senza considerare la presenza di alcune multinazionali “che finanziano gli affidabilissimi portali di Casaleggio Associati: tzetze.it, la-cosa.it, lafucina.it” o il fatto che la C.A. sia anche partner di Google. Credenziali che di sicuro gettano più di qualche ombra sulla credibilità del grillismo in qualità di forza anti-sistema.

E poi ci sarebbe il comparto leghista con le annesse accuse, rispedite al mittente da Salvini, di aver incassato fondi provenienti da istituti bancari vicini al Cremlino. Dinamica che si appiglierebbe, come rileva un'inchiesta del Telegraph, a un dossier prodotto dall'intelligence americana in cui si fa riferimento a una strategia di soft-power meditata dal governo russo. Strategia che farebbe leva su un'interlocuzione continuativa con le molte fazioni populiste dei paesi dell'Unione Europea (Ukip, Front National, Alba Dorata, Jobbik, ecc.) e, in alcuni casi, su un foraggiamento economico esplicito (ad esempio, la Le Pen avrebbe richiesto un prestito di 9 milioni di euro alla First Czech Russian Bank, in orbita Putin).

Ah, essendo in tema di “Russian Connection”, quasi dimenticavamo Berlusconi, storicamente il più finanziato e non solo da se medesimo: tra i tanti, come non citare i Riva (330.000 euro); gli stessi Riva che qualche anno dopo avrebbero sovvenzionato lo smacchiatore di giaguari Bersani, quantunque, buttando uno sguardo alle cifre, credendoci di meno.

Ricapitolando: non c'è bisogno di scomodare eventuali Gigli Magici per comprendere che la nostra democrazia, in libera uscita, si sia trasformata in una lobbycrazia semitrasparente e che la politica si sia ridotta a una presenza quasi eccedentaria. D'altronde, quando constatiamo che il graduale incremento del finanziamento privato ai partiti sia andato a combaciare con il progressivo smantellamento dei diritti dei lavoratori e con l'aziendalizzazione dell'istruzione, diventa difficile credere a una coincidenza.
Pertanto, integrando la seconda domanda posta in apertura, come si fa a risolvere la crisi della rappresentatività, riflettentesi nell'astensione incalzante, se la politica, soprattutto in caso di abolizione veritiera del finanziamento pubblico, si ritrova a rappresentare di necessità, per sopravvivere, le istanze di una minoranza privilegiata?

Il problema, a nostro avviso, non si risolverebbe con un'ulteriore regolamentazione del finanziamento privato, ma con un'abolizione del medesimo congiunta a una equa e rigida regolamentazione del finanziamento pubblico. Il finanziamento privato, anche reso più trasparente, rischierebbe di mantenere, nell'economia di uno stato democratico, le sembianze di un pericoloso difetto di fabbrica. L'unico modo per renderlo inoffensivo consisterebbe nel sottoporlo a rigorose restrizioni.

Il fatto che gli aiuti economici da parte dei privati stiano convergendo sempre più su singoli candidati anziché sui partiti e il fatto che passino attraverso canali sempre meno controllabili (fondazioni, think tank, ecc.), dovrebbe far riflettere sulla deriva in corso.
Per chiudere, riproponiamo la quarta domanda: perché di una questione così cruciale se ne parla sottovoce? La risposta la lasciamo al lettore.