Il sonno della politica genera giostre... volendo trasformare i cittadini in dormienti

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Pensiamo a una ruota panoramica generica. Probabili immagini suggerite dall'Associazione per la salvaguardia del patrimonio memoriale e la valorizzazione in chiave romantica del medesimo: pannocchie fumanti, vomitate preadolescenziali trattenute con finalità machiste, turpi figuri in cerca di parentesi gloriose, giostrai adrenalinici, zuccheri filati, pezzi di cocco, musiche andine frammiste a disco Anni 90, t-shirt guevariane tramutatesi in pigiami estivi rivoluzionari, approcci sessuali in stile ottottotreiano.

Pensiamo ora a una ruota panoramica, poco panoramica, specifica. Indignarsi significherebbe prendere a calci nelle palle il puer aeternus annidantesi in ciascuno di noi. Ma proviamoci lo stesso. Magari con un esperimento mentale tarantiniano. Ecco, fantastichiamo, ad esempio, su Piazza Castello in qualità di location prescelta da Tarantino per le riprese del film Kill Christmas vol.1, una sorta di cinepanettone pulp-splatter.

Probabili scambi di battute suggeriti dall'Associazione per la salvaguardia dei dialoghi tarantiniani e la ricontestualizzazione in chiave autoctona dei medesimi: (Quentin) “Quella ruota, quella ruota del bip! Quante volte ti ho detto di non piazzarla lì? Quante volte?”; (Sostenitore convinto del progetto “Ruota-pezzotta-di-quella-salernitana-ma-meno-megalomane” interpretato da Michael Madsen) “Ma i bambini la adorano...”; (Quentin) “I bambini adorano anche quei bip di Teletubbies! Allora, cosa facciamo? Appendiamo dei bip di Teletubbies mastodontici su tutta la Rocca del bip?”; fine.

Domanda: siamo proprio sicuri che i bambini la adorino? Da quanto ne sappiamo, l'infanzia non ama troppo l'approccio contemplativo, anzi, tende facilmente all'ansia motoria, che in linguaggio giostresco è traducibile con il vocabolo “autoscontro”. La ruota panoramica sembrerebbe più una roba da coppietta in vena di pacate melasse grandangolari. Chissà.

Di certo, ci si è messo pure il clima a far registrare delle flessioni al box office rispetto ai pronostici (l'inspiegabile clima artico del dicembre beneventano, di solito così mite...). Noi ci siamo passati, eh! E siamo anche pronti a riconoscere che la nostra percezione pessimistica potrebbe aver patito una scelta non oculata, in termini di afflusso medio, delle fasce orarie. Eppure, nella gelida desolazione, abbiamo intercettato ugualmente alcune recensioni volanti non sensazionalistiche di qualche ragazzino: “Dobbiamo dirlo a Mastella, gira troppo velocemente sta ruota!”; “Che mal di stomaco...”; ecc. Insomma, una ruota non panoramica, ma biodinamica, considerando il materiale biologico presumibilmente espulso per via orale dal recensore lamentevole.

Qualche detrattore più stagionato dall'irresponsabile loquacità l'ha persino definita “brutta come gli arbitraggi di Giacomelli” o “emblema del circolo vizioso mastelliano”. E usiamo l'aggettivo “irresponsabile” perché temiamo che il controrilancio antipseudointellettualistico potrebbe farcela rimpiangere: il più distopico e meno loquace dei detrattori, sappiatelo, suole fantasticare sulla possibile trasformazione del Bue Apis in Bue Apis meccanico nel tentativo di simulazione di un rodeo. Piacerebbe ai bambini e i selfie fioccherebbero. E lo sappiamo bene quanto i selfie rappresentino nell'oggi universale un termometro politico affidabile.

Noi, da ingenui, credevamo che cosucce come l'inesistenza della mensa scolastica fossero più indicative della qualità amministrativa sul tema “politiche per l'infanzia”, ma ci sbagliavamo. “Le centinaia di selfie” nei pressi della ruota della discordia di certo contano di più.

Che poi, la ruota in sé neanche disturberebbe, né farebbe accarezzare la perversione di rivalutare l'operato pepiano. Il problema è la collocazione e ciò che quella collocazione riesce a veicolare. Ossia, lo stridore visivo tra un pietroso passato fatto di protagonismo reale (la Rocca) e un chiassoso presente fatto di protagonismo da elemosinare (la ruota).

Ma la giostra roteante non avrebbe potuto sperare in un'altra sistemazione. Sarebbe stato superfluo il piazzarla in un luogo appartato. Occorreva una traccia visibile della mastellastica, l'ennesima. Occorreva la firma sul natale.

Il populismo, d'altronde, non è prassi politica, è psicologia politica in sostituzione della politica. Dalla retorica folk del “gusto popolaresco al centro” a quella strappalacrime del “sorriso infantile”, il registro di fondo non cambia. Così l'elegante Kundera: “Quando parla il cuore non sta bene che la ragione trovi da obiettare. Nel regno del kitsch impera la dittatura del cuore. I sentimenti suscitati dal kitsch devono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nelle memoria: la figlia ingrata, il padre abbandonato, i bambini che corrono sul prato, la patria tradita, il ricordo del primo amore. Il kitsch fa spuntare, una dietro l'altra, due lacrime di commozione. La prima lacrima dice: come sono belli i bambini che corrono sul prato! La seconda lacrima dice: com'è bello essere commossi insieme a tutta l'umanità alla vista dei bambini che corrono sul prato”. In conclusione, il sonno della politica, o una politica che vuole trasformare i cittadini in dormienti, genera giostre.