Tutto quello avreste voluto sapere su tombola, cucù (e Risiko) e nessuno vi ha detto

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

In base a un'accumulazione di osservazioni svolte in queste ultime vacanze, sono giunto alle seguenti conclusioni: l'embargo statunitense imposto a Cuba è agonico, le utopie dietetiche sono in recessione e neanche i giochi natalizi godono di ottima salute.

Ora, tralasciando i riassetti geopolitici futuri e le tregue biopolitiche momentanee, questo articolo si focalizzerà invece sull'ultimo punto elencato nella speranza di individuare almeno un insieme ristretto di cause che possa spiegare il veloce declino apparente di una pratica sociale un tempo così ben radicata.

Se è vero, infatti, che la chiesa cattolica riesce ancora a difendersi dalla celeberrima sentenza nietzscheana in virtù di secolarizzazioni e risecolarizzazioni sistematiche, è altrettanto innegabile che la tradizione, non potendo contare su impianti dogmatici e spinte fideistiche di egual misura, in certi frangenti, stenta a riprodursi culturalmente.

Secondo i precetti di una neonata ermeneutica natalizia, direi che, a questo punto, il modo migliore per cogliere l'eventuale diminuzione dell'appeal sociale di una certa prassi ludica è analizzarne, prescindendo da dispute wittgensteiniane sul concetto di gioco, alcune salienti sfumature, cercando di estrapolare l'eventuale fiacchezza o forza delle stesse, anche in vista di proiezioni destinali più ottimistiche.

Procedendo in ordine sparso, comincerei con la tombola. Non sarà che quest'ultima, proponendo una Weltanschauung, una visione del mondo, di ordine neopitagorico, in particolar modo nella sua versione referenzialistica della “Smorfia”, forse, in questo momento storico dominato dalle alchimie numerologiche dello spread, non possa più garantire il dovuto svago depurativo post-abbuffata? Una risposta positiva latita, poiché altri indizi lasciano presagire un calvario già ben avviato. Ad esempio, i “The Jackal” potrebbero aiutarci nuovamente a ottenere la chiave di volta del problema con uno dei loro sketch.

In “Ogni maledetto natale”, infatti, nell'intento di parodiare la profonda e cadenzata voce off di Jep Gambardella ne “La grande bellezza”, attribuiscono al corrispettivo comico del personaggio sorrentiniano una sentenza che ci induce senz'altro in riflessione: “Io non volevo solo partecipare alla tombola di natale, volevo avere il potere di farla fallire”. E, in effetti, chi non ha desiderato almeno una volta o desidera tutt'ora, quando si presenta l'occasione, il titolo di curatore fallimentare della tombola?

La mia cuginetta, per la quale lascio intatto l'uso del suffisso in un'accezione puramente relazionale-affettiva e non intrinseca, in tal senso, rimembra spesso con scherzoso rancore i mirabolanti tentativi di sabotaggio perpetrati da noi cugini, relativamente più grandi, a danno delle sue ambizioni di tombolara. Questo non dimostra forse una certa disaffezione pregressa nei riguardi del gioco natalizio per antonomasia?

Un campione rappresentativo di ludopatici da panettone di mia conoscenza, d'altronde, attribuirebbe a tale esperienza la valenza di memoria collettiva. D'altra parte, il vissuto alternativo della mia cuginetta potrebbe fungere da controprova, incarnando un ardito sentimento resistenziale minoritario che però, con ogni probabilità, lei stessa correntemente rinnegherebbe. Quindi, nonostante le bucce di mandarino, a causa del loro odore, possano assurgere, in questa fase della vita e nelle successive, al rango di madeleine proustiana, evocando involontariamente teneri ricordi infantili in grado di favorire un accanimento terapeutico nostalgico nei riguardi del bingo nostrano, ritengo plausibile che la tombola possa ridurre il proprio raggio d'azione nei lustri futuri, sopravvivendo magari, ma senza scaldare gli animi. In sintesi: la decrescita infelice della tombola come tara generazionale di noi quasi trentenni cresciuti a pane e videogiochi.

Passando alle carte napoletane, mi soffermerei sul “cucù”, noto ai meno come “asso che corre”. In questo caso, a differenza del grande classico natalizio analizzato in precedenza, rifugio sicuro per i cardiopatici, l'asticella dell'entusiasmometro si spinge sensibilmente verso l'alto. E, sebbene debba ancora nascere l'ideatore del motto “se il cucù non esistesse, bisognerebbe inventarlo”, questa forma di intrattenimento natalizia vanta ugualmente alcuni miracolosi estimatori, da me conosciuti personalmente, intenti nell'arduo compito di conferirle uno statuto accademico.

Entrando in medias res, c'è da sottolineare, in primis, come, presumibilmente, sia proprio l'atmosfera a tinte buddistico-superstiziose costruita dalla figura del morto stalker e dalla possibilità della triplice metempsicosi ad alimentare la tenacia dei comitati “per la salvaguardia intellettualizzante” di cui sopra. Ma, al contempo, per offrire una visione non edulcorata del dibattito, non si può non evidenziare lo iato serpeggiante tra i sostenitori della pratica ludica concernente alcune lacune giuridiche a essa afferenti su cui da anni si arrovellano giureconsulti estemporanei: perlopiù complicazioni di codificazione legate alle interazioni tra i vivi e i morti nel "cucù" che, in qualche circostanza, derivano anche dal sopravanzare della componente tecnologica.

Dovendo esemplificare, basti pensare all'eventuale dipartita dal gioco in concomitanza di una incauta risposta al cellulare, dato che rivolgere la parola a un morto, in base al regolamento standard, corrisponde all'elargirgli una delle proprie vite. Quanto detto sin qui spinge inevitabilmente a un'anomala inversione ontologica: la logorrea capziosa ed estenuante dei defunti induce i vivi a un quasi inviolabile autismo, spezzato solo dagli interventi meccanici e tremebondi scanditi dal ritmo del gioco.

Tutto ciò, oltre all'opzione poco battuta del “suicidio parziale a scopi filantropici”, ossia la donazione spontanea della propria vita a un altro concorrente, fa sì che il "cucù", nonostante il proprio saldo ancoraggio al natale (diviene difficile pensarne l'attuazione in altri contesti), sia immaginabile sporadicamente anche in futuri remoti avvezzi al metafisico a prescindere dai doveri ludici congiunti alle festività.In fine, per ragioni di completezza, tratterò molto sinteticamente anche un'attività ricreativa non immediatamente collegata alle feste natalizie: il gioco di società.

Compiendo una personalissima cernita, ho deciso di curare, anche per questioni di trasversalità generazionale, il passatempo da tavola che meglio esprime il pessimismo antropologico di Hobbes: il Risiko. Tale gioco, in effetti, pur fondandosi sul “bellum omnium contra omnes”, quindi apparentemente in contraddizione con lo spirito natalizio, mantiene comunque integro il suo fascino anche durante questo periodo che, in fin dei conti, nonostante gli imperativi-melassa provenienti da ogni dove, non riesce ad abolire del tutto “il principio di realtà”.

Andando però subito al dunque e pur non abbracciando, in linea teorica, la retorica guerreggiante di un certo futurismo, devo riconoscere come il “Risiko” sia estremamente adatto a quei momenti in cui si ha una percezione accessoria del proprio tempo, considerando l'elevato minutaggio medio di una partita, unita a una visione predatoria dello spazio altrui. Inoltre, sulle sorti di questo gioco ho pochi dubbi. Esso sopravvivrà, poiché mi riesce piuttosto ostico immaginare un futuro in cui ci si baloccherà con la pace nel mondo.