I due pecorari della Solot: riuscita metafora della disumanità e dello spaesamento odierni

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Gli applausi convinti del numeroso pubblico intervenuto hanno salutato ieri sera, al Mulino Pacifico di Benevento, la riproposizione dello spettacolo 'Pecorari', interpretato dai dioscuri della Compagnia Solot, Tonino Intorcia e Michelangelo Fetto. Si tratta di un cavallo di battaglia dei due attori, presentato stavolta nell'ambito della rassegna Obiettivo T e in occasione del trentennale della compagnia beneventana.

Intorcia e Fetto hanno dato, nuovamente, prova delle loro qualità interpretative calandosi bene nei personaggi e mostrando nella recitazione anche quell'affiatamento, frutto del lungo percorso comune.

Firmino (Fetto) e Carmelo (Intorcia) sono due pecorari della Ciociaria, molto isolati, ma non del tutto, dall'attuale mondo circostante che mostrano di non conoscere; ma testimoniano soprattutto di non comprendere quel poco che hanno saputo, visto o sentito dire. Un mondo altro che comunque percepiscono come troppo veloce per i propri mezzi, mentre trascorrono le loro giornate, tutte uguali.

Il racconto, tra frequenti momenti comici, è un continuo sottolineare questi gap. I pecorari sulla scena sono decisamente "out", in maniera grottesca; ma loro infelicità senza speranze, la loro inadeguatezza a comprendere le nuove forme di comunicazione sono le cifre di gran parte dell'umanità del mondo occidentale di fronte alle trasformazioni e accelerazioni della società tecnologica.

I due pecorari, insomma, siamo un po' tutti noi, spaesati, fuori contesto, fuori dallo spazio (la montagna dove la storia di svolge al 20 chilometri dal primo centro abitato) e dal tempo: la vecchia radiolina a pile, in loro possesso, trasmette "The great pretender" e altri successi dei Platters, complesso musicale americano in gra voga negli anni '50 del secolo scorso.

L'isolamento di Firmino e Carmelo ha ricadute negative e farsesche non solo sul piano culturale, ma anche su quello emozionale e dei sentimenti. La chiusura in se stessi dei pecorari, dettata anche dalla difficoltà a saper comprendere e usare i mezzi di comunicazione, è ben più strutturale ed endogena. Per tutta la durata delle pièce Carmelo e Firmino non solo non vanno in aiuto di uno sventurato che nei paraggi continuamente si lamenta (per essere stato involontariamente colpito, tra l'altro, da una pietra scagliata da Firmino), ma da tali lamenti sono via, via seccati.

In scena due pecorari trucidi e incattiviti (iniziano le loro reciproche comunicazioni con versi animaleschi), in continua polemica tra loro e verso il mondo, figli di storie ancora più grevi, improbabili e incapaci nella (sola) occasione avuta di poter intessere un rapporto con una donna, ridicolmente in mostra per un ridicolo balletto), e che al più "vanno oltre" ubriacandosi con un pessimo vino oramai aceto.

Sul palcoscenico quindi due emarginati tra pecore, ma quanto ricordano migliaia "leoni da tastiera". Del resto, anche la fugace, espressa, malinconica consapevolezza delle proprie solitudine e insignificanza, del finale, non è l'indizio di una possibile redenzione o la scintilla di un probabile riscatto. No, ma solo una mera constatazione esistenziale, funzionale a un più agevole accesso al sonno che, così come quello della ragione, anche quando attuato nei confronti dell'umana solidarietà e dell'amore, genera mostri.