Un manifesto per imbonire i beneventani che produce l'effetto opposto a quello desiderato

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Sarà capitato, spendendo passi magari meno distratti per le vie di Benevento, di gettare uno sguardo a un recente manifesto su cui curiosamente campeggia (appunto) uno slogan-manifesto: “La città che sarà”. Si tratta dell'occasione mediatica subito colta dagli attuali amministratori di palazzo (Mosti), che hanno cercato di incassare presso l'opinione pubblica il credito derivante dal finanziamento, milionario in euro, del “Bando delle Periferie”. Il testo, infatti, non lascia spazio a dubbi: è firmato dallo stesso sindaco Mastella; racchiude, nei termini temporali che ricorda (elaborazione ad appena un mese dall'insediamento, esito positivo maturato in appena un anno), il “fare” governativo; esalta la capacità di “programmazione e di una strategia più ampia” connessa allo “sviluppo qualitativo del territorio”; strizza l'occhio al futuro perché “altri risultati seguiranno”. Segue la griglia, dettagliata per zone di intervento, dei tanti progetti cui è demandato l'oneroso compito di mutare le fattezze del capoluogo sannita.

Il manifesto è tagliato in due da una corona di cinque fotografie, altrettante immagini di una città che non c'è più se non nella memoria storica della stessa e in quella dei singoli di... una certa età. Il senso dell'effetto 'vintage' affisso al muro dovrebbe essere nel suo superamento grazie anche “all'impegno della Giunta e del Consiglio comunale” nel modellare il volto della città risolvendo “questioni e problematiche ferme almeno da un ventennio”.

Eppure, guardandoli un po' più da vicino, quei piccoli quadri del passato producono uno straniante e paradossale effetto: profumano di semplicità. Disegnano, per quanto allora non regolato, comunque un ordine urbano messo a soqquadro dall'espansione, quella sì, sregolata col passare degli anni (e c'è il rischio che al caos d'allora s'aggiunga quello di oggi). Raccontano fiumi e rispetto e non rigagnoli marroni o letti colmi di detriti, spazi ludici e verde e non colate di cemento che pullulano di auto. C'è il rischio, insomma, che fermandosi dinanzi a un manifesto si fermi il tempo e cresca il rimpianto, per cui quel che si intende superare impiegando i milioni attuali appare migliore di ciò che potrebbe riservare il futuro declinato come slogan.