Il conformismo come effetto della seduzione del potere: tacere ed accettare piuttosto che pensare generano una democrazia immobile

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone
foto di repertorio
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Durante un recente intervento al Museo del Sannio, Francesco Vespasiano ha ricordato Roberto Gentile, un docente universitario di Psicologia sociale, ormai scomparso, autore di un saggio di cui ho ripreso la tesi nel mio primo libro, “Incontri nell’anima”. Nel testo del professore, il cui titolo già basterebbe da solo a definirne la qualità, “Arbitrio del potere e potere dell’arbitrio”, si sostiene che il potere, quando procede in modo arbitrario, tende a rafforzarsi perché rende i soggetti succubi di pressioni che li inducono ad assumere comportamenti conformistici, compulsivamente ripetitivi, a non agire in modo originale e a essere più docili al potere stesso. Il risultato è dunque una partecipazione alla vita democratica sostanzialmente sterile di cambiamenti.

Il potere ha, ovviamente, la tendenza a essere autoreferenziale e a sottrarsi, di qui i movimenti antiassolutistici della storia, a condizionamenti esterni, diventando arbitrio e provocando un conformismo omologante che, proprio perché diffuso, non si riconosce e tende ad assolversi, prendendo le distanze da pratiche che sono, invece, perfettamente integrate e integranti nel contesto politico e sociale. Ciò non vale solo per i regimi totalitari, nei quali la propaganda nasconde e abbellisce un autoritarismo funzionale al proprio mantenimento, ma anche nei sistemi democratici che utilizzano forme più soft e tendono a manipolare informazione e comunicazione: basti pensare a come in questi giorni sia stata gestita la questione della legge sullo ius soli. La notizia è stata comunicata, infatti, ora come una rivendicazione orgogliosa delle proprie posizioni, ora come un attacco a chi si è sottratto, ora come un camuffamento della reale appartenenza partitica di chi ha fatto cadere il numero legale. Si è parlato addirittura, su alcuni media, di liste di proscrizione, come se conoscere i nomi di chi, non regolarmente assente, è stato intenzionalmente non votante, fosse diventato un odioso reato e non invece la corretta corrispondenza tra elettori e propri rappresentanti.

L’imminenza della campagna elettorale, se aiuta a capire l’ipocrisia di una parte della classe politica che sceglie di non impegnarsi per poter meglio ondeggiare, non ne giustifica in alcun modo l’ignavia: ne smaschera, invece, le reali intenzioni e i disegni non particolarmente ricchi di etica politica, espressione che per alcuni è un ossimoro, mentre per altri rimane ancora una necessità cogente. Far venir meno il numero legale è comportamento legittimo sul piano formale; ci consente, però, una lettura delle posizioni chiare emerse in Senato: quella della destra, dei centristi, del M5S, di una parte considerevole del PD. La verità è che molti sanno perfettamente che la nostra memoria è diventata sempre più labile: il bombardamento di informazioni che subentrano di ora in ora e interferiscono con quelle in nostro possesso ci impedisce di trattenere a lungo le notizie. Tra qualche mese i nomi e, forse, le formazioni che oggi hanno votato contro lo ius soli, a meno che non ne abbiano fatto un proprio cavallo di battaglia, saranno un ricordo lontanissimo. E ciò spiega anche come si stia resettando l’intero passato di Berlusconi e si guardi di nuovo a lui come all’uomo della Provvidenza.

Il legame potere-arbitrio vale, comunque, sia a livello nazionale che a livello locale e non solo a livello politico, ma in ogni sistema, da quello che può essere un istituto scolastico, un distretto sanitario, una fabbrica. I meccanismi restano invariati: medesima è l’elargizione di premi e punizioni, identico il fascino. Il potere conserva la capacità di attrarre consensi e di definire un mondo di cui si vorrebbe far parte, a volte a qualsiasi costo. Il suo profumo è inebriante: provare la sensazione di essere riconosciuti ovunque si vada, di ricevere sorrisi e strette di mano calorose, di scendere da un’auto istituzionale, di poter determinare il destino prossimo o quotidiano di un dipendente, sfilare sui tappeti rossi è per un potente un piacere ineguagliabile, forse non paragonabile a nessun altro piacere della vita.

Specularmente, per i “privilegiati”, sapere di avere accesso libero a stanze riservate, essere invitati nei palazzi, poter chiedere ed essere immediatamente ascoltati, ricoprire cariche che mai si sarebbero raggiunte se ci si fosse trovati in altro gruppo, far parte, cioè, del cerchio magico è qualcosa che non ha prezzo e per cui si è disposti a rinunciare a tutto, anche alla propria libertà, che a volte è solo un fardello inutile.

D’altronde lo spirito critico è qualcosa che si sfoggia nei discorsi e di cui ciascuno si vanta, ma che difficilmente, allo stato delle cose, è esercitato. E già, perché se venisse esercitato nei luoghi di lavoro o di impegno, ti sottoporrebbe a lotte continue ed estenuanti, dalle quali usciresti con le ossa rotte. Dovresti, intanto, essere irreprensibile e non sbagliare mai, ma proprio mai, e siccome sappiamo che siamo tutti fallibili, il più delle volte eludiamo, tacciamo, abbassiamo lo sguardo. E ci condanniamo al silenzio. Ma "stiamo senza pensieri” e questo soltanto conta: biasimiamo, perciò, il collega che si ribella, che denuncia, che contesta, stigmatizzandone la condotta come se non rispettasse le regole, le regole del sistema ovviamente, in realtà temendo di essere esposti anche noi a probabili rappresaglie.

Facciamo un esperimento mentale e proviamo a pensare al torto di cui ci ha parlato quel collega, all’ingiustizia che ha subito quell’impiegato, al diritto negato di quell’operaio e chiediamoci, in tutta sincerità, da che parte siamo stati. Poi spostiamo lo sguardo sui giornali, leggiamo con attenzione le referenze per l’incarico di prestigio, osserviamo i volti presenti a eventi e commissioni e giudichiamo. Perché dobbiamo giudicare per poter agire. Con lucidità, senza livore. E allora accade che si vedano eccome le ingiustizie, ma si faccia finta di considerarle “giustizia” e si aspetti che il tempo, che scorre velocemente, le copra con l’oblio e le nasconda alla nostra coscienza.

Così è più facile convivere con chi ha negato la cittadinanza a dei bambini, con chi erode lentamente i diritti dei lavoratori, con chi usa la propria posizione per sistemare amici e cortigiani, con chi confonde pubblico e privato. D’altronde il potere è un veleno capace di insinuarsi in ogni organismo, anche nel più sano, lentamente intossicandolo. Non è facile resistere alla sua seduzione, né alla sua forza ma, del resto, cosa è mai facile quando tra accettare e tacere si sceglie di pensare?