10 anni di facebook e l'idea di un social network di stato: un rating per ogni cittadino

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Siamo nel 2018. Un risveglio faticoso in un qualsivoglia giorno di gennaio. Un risveglio in gennaio, ergo, faticoso. Un risveglio: faticoso di per sé. Magari dipende dalla colazione, magari dipende dal non avere una colazione prestabilita in via definitiva, magari dipende da una colazione itinerante, magari dalle frontiere mobili della somatizzazione afferenti a una colazione troppo diversificata, magari dalle notizie che spulciamo distrattamente sullo smartphone con ancora nella testa la stranezza della colazione appena consumata e la suoneria della sveglia. Tutto sommato, una suoneria indulgente nei riguardi di chi ha problemi con la riapertura degli occhi, quasi inefficace: complimenti ai cinesi che l'hanno progettata; pensano sempre a tutto; già, proprio a tutto. Ci risolvessero anche il problema della colazione o del risveglio nella sua interezza. Ci contiamo.

Dunque, 2018. Siamo pronti a festeggiare il nostro sodalizio decennale con Facebook. Tante le immagini social memorabili: individui pronti a espellere verità assolute, a sudarle attraverso andature aforistiche di quinta mano o attraverso sospette seminudità (vi ricordate quando si poteva citare Platone senza denudarsi in pubblica piazza?); verità assolute espulse a mo' di feromoni virtuali; la biochimica acchiappatoria hi tech del filosofo occasionale; le controstorie degli youtubbers dalle velleità seminariali, dal lessico storiografico prossimo alla scuola materna e scevre da qualsivoglia bibliografia vagamente attendibile; il diritto incivile di odiare per fare incetta di like; il dovere di farlo in 140 caratteri; l'abolizione del muro dei 140 caratteri; le emoticon; gli studi sulle emoticon; i trattati sulle emoticon; i trattati con le emoticon; la rivoluzione dell'immagine di copertina; la rivoluzione fallimentare delle immagini in evidenza; la rivoluzione del chiamare rivoluzione queste robe; gli orari dell'ultimo accesso; le app; i terrapiattisti; nessuno è più solo (figo!), nessuno può più esserlo (meno figo...); compagnia ovunque, ovunque interazioni, ovunque condivisioni; schizotopia; big data; la riprogrammazione dei cervelli; gli impensabili pentiti della Silicon Valley; la Silicon Valley che cambia il proprio nome in Remorse Valley; altre contingenze social, troppo vaste per un'elencazione completa; altre quintessenze social, troppo inquietanti per un'elencazione completa.

Tuttavia, bisogna festeggiare a dovere i nostri dieci anni di Facebook, piattaforma social per antonomasia. Quindi, pur peccando sul fronte della completezza, occorre almeno menzionare, a proposito delle sinergie tra ciò che inquieta e ciò che è social, l'idea di un social network di stato finalizzato all'elaborazione di un rating sociale per ogni singolo cittadino. Rating sociale grazie al quale sarà possibile, da parte del governo, stabilire premi e punizioni ad personam.

Non è un episodio di Black Mirror, ma un'ideona made in China pronta a entrare in vigore obbligatoriamente nel 2020. Lo dicevamo, i cinesi pensano sempre a tutto. Anche a come sublimare in chiave totalitaria la sindrome da dipendenza da like. Perché di questo stiamo parlando, di uno stato etico che esercita il proprio cyber-controllo sulla società civile sfruttando le collaudate scariche di dopamina degli utenti derivanti dall'incassare i “mi piace”. Più pollicioni all'insù dai contatti giusti si acchiapperanno, più aumenteranno le agevolazioni sui mutui. Più pollicioni all'ingiù si acchiapperanno, meno si potrà viaggiare. Et similia. Lo scopo dichiarato è quello di “costruire un sistema di sincerità sociale”. Che poi l'assioma sui cui andrà a fondarsi tale fabbrica della sincerità collettiva consista in una piena adesione alle direttive comportamentali varate “segretamente” dal governo non sembra creare eccessive preoccupazioni agli ideatori.

Ricapitolando: lo stato cinese si trasformerà, di fatto, in un'agenzia di rating etico; biopotere in purezza, pronto ad accarezzare il conformismo più acefalo e a bastonare tutto ciò che può rappresentare elemento di disturbo.

Ecco, quel senso di gratificazione misto ad angoscia di noi apocalittici-incoerenti-della-prima-ora comincia a somigliare terribilmente all'ennesima configurazione dell'impotenza tipica dell'abitante del terzo millennio. Ma andiamo capiti. Noi apocalittici-incoerenti-della-prima-ora le soddisfazioni dobbiamo prendercele dove possiamo. Il neurotrasmettitore della dipendenza, quello della sindrome di cui sopra, viaggia spedito anche dalle nostre parti. Eppure, ci sono momenti in cui le nostre esistenze algoritimiche risultano davvero poco affascinanti, in cui una connessione distratta ci fa sprigionare impeti luddisti (più o meno come quando si assiste a un programma di Fazio e si finisce con l'invocare satana in automatico), in cui il saltare da uno schermo a un altro appare come un imparagonabile spreco di energie mentali e vitali. Chissà. Forse gennaio non va preso troppo sul serio.