L’eredità di nonno Michele, le passeggiate di ieri e di oggi, i tesori romani della bellezza e Spelacchio

- La Botte di Diogene di Anteo Di Napoli
Palazzo Borghese, sede dell'Ambasciata di Spagna
Palazzo Borghese, sede dell'Ambasciata di Spagna

Il 15 gennaio 1978 – esattamente 40 anni fa – partiva verso il suo amatissimo firmamento mio nonno materno, Michele, figura capitale per la formazione dei miei interessi. Il giorno precedente eravamo stati a trovarlo a Casalbore e mi colpì la frase che pronunciò nel salutarmi, mai usata in precedenza: “Fai il bravo, non fare arrabbiare mamma”. Non saprei dire se ho seguito la sua raccomandazione, essendo stato un figlio “impegnativo” non meno di quanto lo sia come marito, per attenermi all’aggettivo con il quale mia moglie è solita definirmi.

Mio nonno era nato nel 1900, nelle ultime settimane di regno di Umberto I di Savoia, e per poche settimane aveva evitato la prima linea nella Grande Guerra grazie alla fine del conflitto. Dopo la guerra si era imbarcato per gli Stati Uniti, destino comune a quello di milioni di meridionali (ma non solo), successivamente all’annessione di Napoli e della Sicilia da parte dello Stato sabaudo e alla conseguente creazione del Regno d’Italia. In America, oltre a lavorare, aveva studiato, imparando benissimo l’inglese. Dopo quasi dieci anni, sul finire degli anni Venti, tornò in Italia, avviò la sua attività di mugnaio e sposò mia nonna. Nonno Michele era un uomo fuori dal comune, con una curiosità intellettuale stupefacente che si accompagnava a una memoria proverbiale. Trascorrevo molto tempo insieme a lui ascoltandolo mentre parlava di argomenti diversissimi, fondamenta di quasi tutti gli interessi che ho poi cercato di coltivare.

Alcuni temi erano autentici cavalli di battaglia, ad esempio Galileo, parlando del quale prima o poi immancabilmente inseriva la frase: “Perché la Chiesa ha sempre messo il bastone tra le ruote della scienza”. Era un uomo dalla cronometrica abitudinarietà, scandita da passeggiate di precisione oserei dire kantiana, come quella che seguiva la cena, annunciata dal gesto veloce con cui portava il mantello dalla spalla destra a quella sinistra e dalla frase rivolta a mia nonna: “'Angiuli' vac' ‘mmiez a l‘urev” (traduco dal dialetto casalborese: “Angiolina vado al borgo”, la strada principale del paese). Quando lo accompagnavo mi illustrava la posizione degli astri nella volta celeste, con tanto di verifica dell’apprendimento…

In questi ultimi giorni, mi è capitato più volte di parlare di lui con mia moglie, per motivi tra loro abbastanza diversi. Ad esempio, ho attribuito a un segno inequivocabile di invecchiamento la mia recente puntualità nel seguire le previsioni del tempo, proprio come faceva mio nonno che, cascasse il mondo, alle otto meno cinque si sintonizzava sul primo canale RAI; basti pensare che l’unico suo rimprovero fattomi si verificò una sera che gli feci saltare l’appuntamento con le previsioni del mitico colonnello Bernacca per vedere un film sul “secondo canale”. Inoltre, nelle ultime settimane in cui il tema delle molestie sulle donne è al centro della scena, mi è tornato in mente un suo commento a una notizia del telegiornale su un caso di violenza carnale che me ne fece scoprire l’esistenza; compresi che doveva essere qualcosa di molto brutto, considerato il suo tono di indignato disgusto.

Recentemente ho postato su Facebook una sorta di sfogo-appello per lo stato del manto stradale di molte strade di Roma, una spada di Damocle per chi, come me, si sposta su uno scooter per andare al lavoro. Il nuovo sport nazionale, praticato da chi amministra, sembrerebbe quello di scaricare ogni responsabilità sul proprio predecessore, col risultato di costituirsi un alibi senza scadenza per la mancata risoluzione di un problema. Nel caso delle strade di Roma, con questo metodo si potrebbe risalire fino a Romolo nell’attribuzione delle responsabilità, mentre a noi tutti residenti nella capitale interessa la soluzione del problema, non la mera individuazione del vero o presunto colpevole.

Nel corso della quotidiana lotta per la sopravvivenza nel traffico, mi capita mi lanciare uno sguardo “oltre il marciapiede” e scorgere scorci di secolari meraviglie dell’Urbe. Sabato scorso, forse spinto dall’eredità genetica di nonno Michele ho portato mia moglie a una sorta di caccia al tesoro, consistente nel visitare tutto ciò che era raggiungibile a partire da ciascun ponte, ciascuna traversa del Lungotevere che quotidianamente incrocio in sella allo scooter.

Come punto di partenza ho scelto quello che, tornando a casa, considero il limite del peggio in termini di traffico: la fontanella Borghese, oltre la quale lo sguardo incontra il cosiddetto “Cembalo” Borghese (sede dell’Ambasciata di Spagna presso la Repubblica Italiana), Palazzo considerato una delle quattro meraviglie di Roma. Un percorso straordinario lungo via di Ripetta, poi via della Scrofa, da San Rocco a Sant’Andrea della Valle, attraversando piazza Navona e continuando fino a Sant’Ivo alla Sapienza; con tanto di visita approfondita alla basilica di Sant’Agostino e un ripasso a San Luigi dei Francesi, la cui cappella Contarelli custodisce il ciclo di San Matteo del Caravaggio, con la clamorosa “Vocazione di San Matteo”.

Nonno Michele avrebbe apprezzato moltissimo una passeggiata come quella che ho sommariamente descritto e sottolineato quali tesori di bellezza la “scandalosa” Chiesa rinascimentale e barocca ha lasciato all’Umanità. Si chiederebbe se nell’attuale contesto di anonimi intercambiabili, basato solo sull’uno vale uno, possa mai albergare il Genio: una realtà che può produrre Spelacchio, di sicuro non Borromini o Caravaggio!