Etica e diritto - Ecco perché l'ammissione del medico non ha scagionato Lucioni

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Fabio Lucioni
Fabio Lucioni

Ci sono meccanismi che regolano il rapporto fra etica e norme giuridiche non sempre di facile comprensione: il rispetto delle seconde, per esempio, può non coincidere con il “sentimento” anche popolare suscitato dalla prima. Di qui la sensazione di 'disorientamento' provata dopo che martedì 16 gennaio il Tribunale Nazionale Antidoping si è espresso sul 'caso Lucioni' (leggi). Ma come è potuta accadere questa “cosa inattesa... dopo l’ammissione di colpa da parte del medico sociale”? Siccome “c’è un reo confesso che è condannato a 4 anni, perché mai quell’altro imputato viene ugualmente riconosciuto colpevole e gli viene dato il minimo della pena? Il nostro medico ha testimoniato varie volte di essere l’unico responsabile di questa storia” (prima il calciatore Lucioni, poi il presidente del Benevento calcio Vigorito - ai microfoni di Sky). In realtà, i due piani sono paralleli. E quindi distanti.

In attesa delle motivazioni, sappiamo soltanto che il medico della società è stato condannato alla pena sportiva massima richiesta dal Pm sulla scorta del Codice Wada sulle Norme Sportive Antidoping (quattro anni), mentre l'atleta deve aver beneficiato di una riduzione del periodo di squalifica per assenza di colpa o negligenza significativa. La legge vigente è severa e prevede che “ciascuna atleta deve accertarsi personalmente di non assumere alcuna sostanza vietata poiché sarà ritenuto responsabile per il solo rinvenimento nei propri campioni biologici di qualsiasi sostanza vietata” e prevede anche che “la mera presenza di un qualsiasi quantitativo di sostanza vietata... nel campione biologico di un atleta costituisce violazione delle Norme Sportive Antidoping”, (articolo 2.1 del citato Codice).

C'è stato dunque un riconoscimento chiaro delle diverse responsabilità avute nell'episodio tra il medico sociale del Benevento calcio, Walter Giorgione, fermato per 4 anni, e per il capitano del Benevento calcio, ma è una valutazione che per Fabio Lucioni ha dettato comunque un periodo di sospensione di un anno dall'attività agonistica.

Già s'annuncia un ricorso, nel tentativo magari di far sparire il termine “significativa” dalla colpa o negligenza: all'atleta sgomento, alla società colpita, alla squadra sguarnita in difesa, alla tifoseria privata del 'simbolo' è d'obbligo formulare un augurio in tal senso.

La asserita ingiustizia 'morale', insomma, diviene più comprensibile se inquadrata nell'ottica procedurale, l'unica purtroppo che può essere fatta valere e all'interno della quale si sono mossi i professionisti che hanno difeso la società e gli imputati nel processo sportivo: la sentenza emessa è comunque emendabile e appellabile.

Apparentemente, però, suona un po' come una beffa la “zona franca” di cui ha goduto Lucioni per l'arco degli ultimi tre incontri del Benevento calcio, dovuta all'aver superato la procedura il limite massimo di 90 giorni di sospensione dall'attività in attesa di una sentenza.

E' sempre giusto che le cautele inibitorie per chi è in attesa di un giudizio durino un tempo limitato. Ma questo sacrosanto diritto non poteva essere considerato anche un anticipo di un favorevole esito del giudizio. In tal senso il suo legale, Sticchi Damiani, nel fotografare questa pausa attiva nella processo, ha detto: “Era opportuna una gestione più attenta dei tempi del processo". Parole che l'ambiente calcistico cittadino deve fare proprie tanto come giudizio 'morale', quanto come giudizio 'legale', stavolta facendo convergere i mondi paralleli.