Il diritto negato alla riservatezza sul proprio dolore in certo giornalismo beneventano

- Opinioni IlVaglio.it

Non ci sono speranze di vedere riconosciuto un diritto al dolore senza che lo stesso divenga universale e non per la condivisione del dispiacere. Scartando per comprensibili motivi il riserbo 'social' (fatto del tutto privato), ha fatto in tempo a rincorrersi un po' dappertutto la “notizia” di un drammatico accidente, del crudele gioco del caso – sotto forma di malore – che ha stroncato ingiustamente una giovane vita beneventana.

Studiava lì, aveva tot anni, non c'è stato nulla da fare nonostante l'intervento dei sanitari, l'ambiente cittadino è sotto choc. Se ne è letto il nome, osservata la foto di un volto (per sempre) sorridente.

Ha conquistato, insomma, un palcoscenico e un pubblico, questo racconto di poche righe farcito di ovvietà sconcertanti e altrettanto pochi particolari, venuti fuori secondo la logica del piccolo passo che stimola la grande curiosità – per chi, beninteso, dall'evento non è stato toccato.

Non c'era nessuna emozione negli articoli, se non l'urgenza mediatica di mettere giù parole. Si dirà, ma era una notizia. Una “notizia”, di cronaca. Notizia come informazione comunicata dai media, con riferimento al “pubblico interesse”. E si dirà pure che è colpa di chi in tali scritti non riuscire a scorgere il pubblico interesse. Ma “notizia” anche (Treccani) letteralmente come possesso di una cognizione. Una presunzione religiosa, quindi, da parte del giornalista, il suo salire sul pulpito della “conoscenza” per far emergere le differenze con la sua platea piuttosto che farsene compagno di viaggio.
Sit tibi terra levis. Quella stessa terra che, invece, grava sui lettori.