Filumena Marturano al 'Massimo': una notevole serata di teatro a Benevento

- Cultura Spettacolo di Lorenzo Preziosa
Geppy Gleijeses e Mariangela D'Abbraccio in 'Filumena Marturano
Geppy Gleijeses e Mariangela D'Abbraccio in 'Filumena Marturano

Una serata di teatro che riconcilia pubblico e palcoscenico: questo è stata la messinscena di “Filumena Marturano”, interpretata il 24 gennaio al Teatro Massimo di Benevento da Mariangela D'Abbraccio e Geppy Gleijeses, per la regia di Liliana Cavani. Lo spettacolo era il terzo appuntamento del cartellone “Palcoscenico 2000”, stagione 2017/2018. L’opera che Eduardo scrisse nel 1946 è stata proposta in una lettura fedele al testo originale, ma non di maniera, giovandosi di una cifra registica chiara (nonostante la Cavani fosse all’esordio in una regia teatrale) e di un’interpretazione sapiente e mai banale.

La vicenda (anche grazie alla trasposizione cinematografica di De Sica con la Loren e Mastroianni protagonisti) è più che nota e per questo ometteremo di citarla. Ci soffermeremo invece sulle due bellissime interpretazioni della D’Abbraccio e di Gleijeses.

La prima è una Filumena dolorosa e sospesa. Il suo recitativo tocca molto le corde basse, con intonazioni roche. Sovente scandisce, quasi a non voler fare perdere neppure una sillaba del testo eduardiano: altre volte urla tutto il suo dolore di moglie mancata e di madre nascosta. I monologhi che le concede il testo sono delle prove attoriali perfettamente superate e sottolineate dal pubblico con applausi a scena aperta. Il suo tarlo non sono tanto i venticinque anni donati a quello che, a torto o ragione, è comunque l’uomo della sua vita, ma l’impossibilità di dare ai propri tre figli il nome di un padre certo: all’epoca la legge non prevedeva alcuna tutela ai figli naturali non riconosciuti. Filumena perciò inventa una propria legge , “chella che fa rirere, no chella che fa chiagnere” e, tramite l’inganno di un matrimonio contratto in articulo mortis, prova a dare ai figli il cognome Soriano che ora lei stessa ritiene di poter portare a giusta ragione. Ma la legge del mondo non è con lei: le fredde parole di un avvocato le spiegano che quel matrimonio, visto che lei non è morta, non vale. Apparentemente è sconfitta: e allora non le resta che rivelare al suo Dummì che uno dei suoi tre figli è il suo. Ma quel figlio, concepito in una notte di passione non mercenaria, non si può pagare: “e’ figlie nun se paven” e perciò Filumena restituisce platealmente la cento lire di regalo ricevuta quella notte da Don Domenico.

Quest’ultimo è, almeno originariamente, un personaggio irrisolto. Come un giovane vecchio, a cinquantadue anni suonati ancora corre la cavallina dietro una ventenne. Gleijeses lo affronta mantenendo un approccio trasognato, quasi stordito, alternato agli eccessi di rabbia che una Filumena brava a cogliere tutti i suoi punti deboli sa provocare. L’uomo è pieno dei ricordi di una giovinezza giocata tutta all’insegna della libertà, di cui non si sa rassegnare al tramonto. La rivelazione della paternità lo coglie dapprima recalcitrante, poi sempre più coinvolto. Vuole sapere chi dei tre sia suo figlio. Ma Filumena non glielo rivela: vuole che i tre siano eguali, non divisi dall’interesse. Per quanti tentativi faccia, Domenico non ottiene risposta. Annullato il matrimonio frutto della finzione, sarà lui a dover chiedere a Filumena di sposarlo e dare il suo nome a tutti e tre i figli. La recitazione di Gleijeses è perfettamente fusa a quella della partner: spesso le due voci vanno in risonanza, frutto di molto lavoro e di una grande intesa.

Oltre ai due mattatori, è comunque tutto il cast a segnalarsi per un’interpretazione notevole. Belle sono pure le luci e le musiche originali, essenziale ed elegante la scenografia.

Uno spettacolo, dunque, riuscito in ogni senso, il migliore sino a questo punto del cartellone: cui l’intenso applauso finale del pubblico è stato il giusto tributo. Palcoscenico 2000 prosegue il 4 febbraio con una altro allestimento eduardiano: “Questi fantasmi”.