Gli influencer e come curarsene... Una professione tra improbabili, numerosi seguaci e scrocconeria pubblicitaria

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Ancora gennaio. Notizia del mese: arriva il picco dell'influenza. Anzi, no. Arriva il picco degli influencer. Ovunque è un brulicare di blogger, facebooker, instagrammer, youtuber, snapchatter, tumbler, nuovosocialer, nuovosocialfallimentarer, ecc. Ovunque opinioni, opinioni sponsorizzanti, sponsorizzazioni citazionistiche, immagini opinanti, immagini opinanti-sponsorizzanti, immagini citazionistiche-sponsorizzanti. Insomma, è la belle époque degli influencer; individui dediti a un'esistenza fatta di altrui spolliciate, improbabili e numerosissimi seguaci, scrocconeria pubblicitaria.

Così Conrad: “Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?. Così l'influencer: Come faccio a spiegare al mondo che quando immortalo l'acquisto di una trousse e la posto su Instagram sto lavorando? Non c'è bisogno di spiegarlo. Il mondo ha accettato questa professione con entusiasmo, reputandola addirittura geniale.

Tutto vero. Siamo pronti a giurarvelo. L'influencer medio viene preso estremamente sul serio dal mondo e da se medesimo. Motivo per il quale non possiamo non occuparcene: l'inerzia speculativa a cui conduce il compimento della metafisica, purtroppo, gioca brutti scherzi.

A tal proposito, proprio di recente, si è verificato un episodio in grado di suscitare una parentesi riflessiva piuttosto diffusa sull'argomento. I protagonisti: il signor Stenson (proprietario di un albergo a Dublino) ed Elle Darby (web influencer). La richiesta di Elle: In cambio di un soggiorno gratuito nella tua struttura metterò a disposizione il capitale di visibilità derivante dai miei tanti follower. La replica di Stenson: Il mio personale non lo pago in selfie; no, grazie. Precisazione: il suddetto epistolario è stato reso pubblico dal piccato albergatore senza che questi rendesse nota l'identità della sua interlocutrice, più tardi rea confessa.

Prima considerazione: dallo scambio di battute riveduto e corretto per amor di sintesi ciò che salta subito agli occhi è il conflitto generazionale. Da una parte, la richiedente, affacciatasi su una concezione del lavoro in continuità con il principio Chiara Ferragni come educatrice. Dall'altra, il respingente, dal forte odore di economia reale e dalla scarsa voglia di piegarsi alle tipiche aberrazioni dell'economicismo fuffaiolo. In mezzo, i sostenitori delle due scuole di pensiero.

I difensori di Elle Darby patrocinano il successo in qualità di unità di misura insindacabile della verità, sostenendo che chiunque incameri un numero elevato di feedback acquisisca in automatico credibilità, autorevolezza e affidabilità a 360 gradi: costoro, di solito, con l'espressione “è il mercato, bellezza non mancano di sottintendere che la destinazione storica dell'intero scibile umano culmini, di fatto, nella capacità di procurare udienza a una qualsivoglia parola della Chiara Ferragni di turno.

I difensori della categoria degli influencer, ma non di Elle Darby, affermano la necessità di stabilire dei distinguo qualitativi all'interno del variegato universo degli influencer e che, nella fattispecie, il numero di followers di E.D. non giustificherebbe il ricorso al titolo di influencer da parte della medesima.

I difensori di Paul Stenson rigettano l'eccessivo spirito di adattamento alla new economy, foriero di impensabili santificazioni del parassitismo siliconato e degli annessi ricatti. I detrattori-di-Elle-Darby-che-se-ne-strafottono-di-Paul-Stenson avvertono che con la messa in crisi dell'Io (a opera di psicanalisi, esistenzialismo e strutturalismo), l'ultimo articolo di fede a nostra disposizione, per conservarsi, abbia dovuto convertirsi in un articolo promozionale, di autopromozione o di promozione di prodotti altrui, la brandizzazione dell'identità; e avvertono altresì che, nell'intraprendere tale conversione, l'Io brandizzato abbia dovuto accettare passivamente persino la circolazione di vocaboli orribili quali brandizzazione.

Conclusione: Conrad, se fosse ancora vivo e se conoscesse Paul Stenson, Elle Darby e il modello di società che incarnano, faticherebbe a spiegare anche a se stesso il proprio lavoro.