La misteriosa sparizione a Benevento di alcune sculture superstiti che adornavano gli amboni della Cattedrale

- Politica Istituzioni di Franco Bove
Amboni del Duomo di Benevento
Amboni del Duomo di Benevento

Si è tenuta a Roma nei Musei Capitolini, dal 2 giugno al 5 dicembre dello scorso anno, una singolare esposizione di opere d’arte intitolata “La bellezza ritrovata. Arte negata e riconquistata in mostra”. L’iniziativa, patrocinata dal Ministero per i beni culturali (MIBACT) e promossa dall’Amministrazione Comunale romana, nonché dal Centro Europeo per il Turismo e Cultura, è stata curata dalla nota storica dell’arte Vega De Martini insieme al catalogo ed ha registrato un notevolissimo successo, sia per il numeroso afflusso di visitatori, sia per le positive recensioni ricevute. Comprendeva alcune delle opere sopravvissute agli eventi sismici che hanno colpito di recente la nostra penisola, altre opere scomparse a causa di furti o di traffici illeciti, recuperate in seguito dall’Arma dei Carabinieri, e alcune delle opere che si sono salvate dai bombardamenti durante i quali fu distrutta la Cattedrale di Benevento nel settembre del 1943.

Dopo quei tragici momenti vissuti da questa città, per la prima volta gli appassionati d’arte, gli specialisti della materia e i comuni cittadini hanno potuto vedere tutte insieme le sculture che adornavano gli amboni del Duomo e, con stupore, ne hanno apprezzato l’elevata qualità insieme al disegno unitario. Si tratta, infatti, di una complessa composizione in cui architettura e arte figurativa si fondono mirabilmente. L’opera, di raffinata fattura, risale al 1311 e fu scolpita da Nicola da Monteforte, un artista non registrato nelle fonti d’archivio, ma degno di essere accostato alle prestigiose figure di Nicola e Giovanni Pisano, di Tino di Camaino e di Arnolfo di Cambio.

Sorprendenti, in particolare, sono le analogie che la lastra marmorea beneventana contenente la crocifissione rivela con quella del pulpito di Siena (1265-1268) dovuta a Nicola Pisano. In entrambe si trova una non comune rappresentazione del Cristo patiens inchiodato ad una croce con i bracci a forcola che attenuano l’effetto di sofferenza del corpo nel momento estremo della vita. Anche il realistico modellamento e la postura mostrano affinità non trascurabili.

Inoltre negli amboni della nostra cattedrale si può riscontare un’ulteriore, interessante similitudine.
L’impostazione generale ricalca i modelli toscani, piuttosto che quelli campani. Invece di usare diffusamente la decorazione musiva policroma ad astratti moduli geometrici, tipica degli amboni di Salerno, Amalfi e Ravello, l’autore ha introdotto tra le specchiature delle balaustre dieci statue a tutto tondo, oltre ad inserire nei riquadri il magnifico alto rilievo del Cristo in croce, prima ricordato, e qualche motivo naturalistico a rilievo.

Sono tutti piccoli capolavori che sembrano già preludere ad una figurazione dalle proporzioni più misurate e dalla salda plasticità classicheggiante; ma queste peculiarità di significato, tutt’altro che marginali, potevano essere adeguatamente percepite quando l’insieme non era stato smembrato dalla guerra. Oggi la frammentazione e dispersione dei pezzi rende più difficile comprendere l’impianto narrativo che li legava e, soprattutto, i suoi più profondi significati e legami con l’arte italiana. Una grave perdita non solo per la nostra città.

Si prendano come esempio le due magnifiche sculture della Madonna con Bambino e di san Gennaro, attualmente depositate presso il Museo del Sannio. Isolate dal loro contesto originario con la parte inferiore tronca, collocate accanto a reperti di genere diverso in un ambiente secondario e privo di un moderno apparato divulgativo, sostenute da incongrue protesi metalliche e mal ricomposte (il santo martire venerato dai Napoletani ha la base appartenente ad un’altra statua di maggiore sezione, caratterizzata dai piedi scalzi, un vero oltraggio per un vescovo), appaiono svilite e ridimensionate perfino nel loro valore comunicativo.

Ai visitatori della mostra romana è stata data, tuttavia, l’opportunità di vederle riaccostate alle altre componenti degli amboni e di riconoscerne tutto lo straordinario significato artistico e la bellezza delle forme. Ai visitatori beneventani del Museo Diocesano questa possibilità è stata, però, incomprensibilmente negata. Infatti nell’allestimento della sala museale fatto approntare dall’arcivescovo proprio al ritorno dei pezzi dalla capitale, per dare risalto alla circostanza e per sottolineare il risultato incoraggiante raggiunto con l’evento culturale di livello nazionale, le opere tuttora depositate presso il Museo del Sannio non c’erano. La Provincia di Benevento lo ha impedito, non consentendo anche una loro concessione temporanea; pretendendo, anzi, che le opere le fossero riconsegnate prioritariamente all’arrivo dei mezzi di trasporto, pur non avendone il legittimo possesso. La delusione è stata grande.

E’ nata così l’ennesima, autolesionistica guerra tra poveri che ha portato solo danno a Benevento. Ma in questa triste vicenda c’è di più. Durante l’esposizione romana alcuni dei più attenti osservatori si sono chiesti dove fossero finite le altre cinque statue dell’ambone di sinistra che comparivano nelle vecchie fotografie e che sembravano possedere altrettanto interesse e valenza (quelle di s. Pietro, di s. Barbato, dell’Arcangelo Gabriele e quella stupenda, delicata immagine della Vergine).

Non si è potuta dare una risposta a questo quesito perché di quelle opere restano solo le basi, ma nessun loro frammento, per quanto minimo, è stato mai rinvenuto, nonostante le più certosine ricerche. L’ambone che le conteneva, inoltre, era collocato nella navata restata in buona parte intatta e proprio sotto un’arcata mantenutasi in equilibrio dove si trovava il cero pasquale che fino al 1947 appariva integro.

Dunque se si sono conservate le opere dell’ambone destro situato nella navata interamente collassata, se ne deve ragionevolmente dedurre che anche quelle del lato opposto si siano salvate. Come mai non ne è restata traccia alcuna e per tutti questi anni nessuno storico dell’arte ha cercato di saperne di più o almeno di porre l’interrogativo?

Per fare un po’ di luce su questa oscura vicenda l’Ufficio Diocesano per i Beni Culturali ha indagato nei propri archivi, in quelli della Soprintendenza e del Genio Civile che, negli anni del dopoguerra esercitava un controllo quotidiano sui lavori di ricostruzione della Cattedrale. Ciò è servito a sgombrare il campo da un’abusata e falsa diceria che attribuiva ai mesi affannosi e confusi seguiti al settembre del 1943 lo sgombero frettoloso, incontrollato e irresponsabile delle macerie, da cui sarebbero state estratte per puro caso, da qualche sensibile, provvidenziale e misterioso cittadino, le opere depositate al Museo del Sannio.

La realtà emersa dai documenti è ben diversa. Subito dopo i bombardamenti, con il pronto intervento dei funzionari delle Belle Arti, furono messe in salvo le formelle della porta di bronzo e i pezzi più pregiati della facciata gravemente danneggiata dalle esplosioni e dalle schegge. Poi furono murate le porte e tutto il perimetro della Cattedrale fu circondato da un alto muro per impedire l’accesso nello spazio delle navate, ormai coperto da circa quattro metri di materiali di crollo (la quantità è precisamente riportata nei computi metrici), dove, oltretutto sussisteva il rischio di ulteriori cedimenti delle strutture rese labili in sommità dall’incendio del tetto.

Il soprintendente dell’epoca arch. Giorgio Rosi, consapevole delle difficoltà di qualsiasi tipo di intervento e delle responsabilità che la legge del 1939 gli affidava, raccomandò all’arcivescovo di non procedere nelle demolizioni oltre il limite dell’ala occidentale dell’episcopio evitando di toccare il transetto, per il quale si rendeva indispensabile una preliminare verifica delle condizioni dei manufatti rimasti indenni.

A sua volta il Ministro dei Lavori Pubblici, due anni dopo, nel novembre del 1945, dichiarava in una nota indirizzata alla Soprintendenza e al Genio Civile che i soli elementi superstiti di interesse storico-artistico della Cattedrale beneventana dovevano essere individuati nella facciata e nel campanile. Non si aveva in quelle fasi alcuna cognizione del destino delle decorazioni interne della Cattedrale.

Solo nel settembre del 1947, allorché fu reso disponibile uno specifico finanziamento iniziò lo sgombero delle macerie. Fu avviato aprendo un varco sul lato di piazza Orsini aprendo una trincea trasversale allo sviluppo delle navate allo scopo di intercettare proprio gli amboni e di proseguire successivamente esplorando gli spazi sottostanti al presbiterio. Di quest’ultimo intervento in quella che è oggi la pseudo cripta stranamente non fu avvisato il soprintendente, con palese violazione di legge, e questi, quando ricevette tardivamente la notizia dell’avvenuto scavo, col prelievo di importanti reperti (operazione intrapresa senza l’assistenza degli archeologi ministeriali), inviò una nota di diffida all’impresa e al direttore dei lavori, informando di tali inammissibili comportamenti l’arcivescovo Mancinelli il quale, alle prese con i gravi problemi di assistenza alla popolazione e di sostentamento dello stesso clero, aveva delegato al prof. Alfredo Zazo il compito di seguire i lavori.

I pezzi degli amboni, insieme ad altri, tra cui un magnifico sarcofago di età longobarda, furono provvisoriamente deposti in un ambiente del palazzo arcivescovile alla cui custodia provvedeva l’impresa appaltatrice, in quella fase giuridicamente responsabile dell’intero complesso edificato. Ne abbiamo una prova in due fotografie scattate dal prof. Mario Rotili e da lui pubblicate proprio in quell’anno (1947) per le edizioni dell’Opera pro Cattedrale. In queste immagini compare la Madonna con Bambino ancora dotata della sua base e la lastra con la Crocifissione non del tutto ricomposta.

Da questa data non si ha più notizia di tali manufatti recuperati. Furono scompaginati e probabilmente trafugati, con l’ausilio di un autocarro e di varie persone, vista la pesantezza del carico. Fu tralasciata solo la statua di s. Matteo perché acefala. Si trattò sicuramente di un’operazione mirata e guidata, perché le opere sottratte erano state ben selezionate e separate dagli altri numerosi reperti (si pensi, come esempio, alle transenne dell’antica Cattedrale di cui una fu abbandonata in sito mentre l’altra fu portata via).

Alcune di queste opere sono finite al Museo del Sannio e non sappiamo quando e come. Compaiono nella loggia del chiostro intorno al 1952, come si evince dal volume L’Arte nel Sannio di Mario Rotili finito di stampare proprio il 30 giugno del 1952, ma nessun documento ne attesta la consegna o almeno l’autorizzazione al trasferimento del legittimo possessore.

Delle altre non si sa niente. Forse sono andate fuori d’Italia acquisite da un collezionista privo di scrupoli o forse sono ancora in qualche casa beneventana. Alla base di questo vile trafugamento, avvenuto in un tempo di grandi difficoltà materiali e psicologiche in cui l’attenzione della popolazione era pressantemente rivolta ai problemi della sopravvivenza, deve esserci stato il calcolo cinico di qualche personaggio insospettabile e qualche trattativa non proprio limpida che meriterebbe ancora oggi l’indagine della magistratura. E’ difficile, infatti, riguardando la documentazione di archivio, invocare la buona fede del possesso di questi pezzi e comprendere il silenzio ostinato delle pubbliche istituzioni.