La grave sottovalutazione della tentata strage a Macerata e il destino infausto della politica

- Effetti collaterali di Giovanni Barra
I libri ritrovati in casa di Luca Traini a Macerata
I libri ritrovati in casa di Luca Traini a Macerata

Il tentativo di strage consumatosi in quel di Macerata sabato scorso ha dell'incredibile. Non solo per l'estrema gravità dell'episodio, che già basterebbe a giustificare l'utilizzo dell'aggettivo, ma anche per l'abnormità delle reazioni ufficiali. La narrazione mediatica maggioritaria, in tal senso, vuoi per galanteria elettorale, vuoi per codardia tout court, ha lasciato intendere, soprattutto sul piano televisivo, che il tiro al bersaglio in terra marchigiana messo in scena da Luca Traini fosse “derubricabile” come l'atroce gesto di uno squilibrato, nulla di più. Guai a suggerire l'idea che un ex candidato della Lega, vicino a Forza Nuova e a Casapound, nell'aprire il fuoco su dei passanti indifesi, colpevoli di eccesso di melanina, potesse avere qualcosa da spartire con il concetto di terrorismo politico. Per carità.

Il monopolio del terrorismo appartiene all'islam e il fatto che lo stragista incompiuto sia diventato il nuovo idolo delle destre riflessive, incassandone l'immediata solidarietà, non deve ingannare. Stiamo pur sempre parlando di uno squilibrato. La progettualità e la dichiarazione di intenti contenute nell'efferato gesto non possono far riconsiderare il declassamento del protagonista da attentatore a psicolabile violento.

I terroristi islamici, d'altra parte, riconosciuti ogni volta in quanto terroristi all'unanimità senza che ci si perda troppo in chiacchiere, nell'uccidere indiscriminatamente, e nell'uccidere spesso anche se stessi, sono incomparabili nel loro modus operandi con Luca Traini o con la nozione di squilibrio mentale. Questi ultimi incarnano la quintessenza della lucidità. Tutti d'accordo.

Peccato che quel guastafeste di Roberto Saviano, nel commentare la vicenda, se la sia presa con Salvini, eccellenza padanica, accusandolo di essere il “mandante morale” della sparatoria di Macerata. Una dichiarazione al vetriolo che non poteva non scatenare un dibattito fantasioso. Tra i principali interpreti, la Meloni, stanca di starsene in disparte: “Saviano è il mandante morale delle baby-gang”. L'argomento utilizzato, come i lettori più acuti tenderanno a notare, è quello dello “specchio riflesso”. Argomento che, immaginiamo, prenderà presto piede tra gli illuminati dei social. E, sia chiaro, non fa una grinza. Istigare alla xenofobia e denunciare contesti criminali è più o meno la stessa cosa. Chiunque lo capirebbe. Pensare che Salvini possa essere il mandante morale, il mandate amorale, il badante sociale o il viandante elettorale di comportamenti sconsiderati, solo per caso affini all'annesso armamentario propagandistico, è una roba da bamboccioni pensosi.

Pensare invece, da eccellenze padaniche, che “la responsabilità morale di ogni episodio di violenza che accade in Italia è di quelli che l’hanno riempita di clandestini” non significa fare della sociologia dilettantesca per ingrassare le urne di schede nero-verdi (che poi i sondaggi lo prevedano è solo una simpatica coincidenza), ma ragionare con logiche superiori.

Un simile ragionamento, a veder bene, regge alla grande persino nel confronto con un'analisi controfattuale della mancata carneficina: se fosse stato un immigrato a sparare a casaccio su un mucchietto di bianchi-italo-padanici-puro-sangue, siamo quasi certi che la consequenziale considerazione di Salvini sarebbe stata “la responsabilità morale di ogni episodio di violenza che accade in Italia è di quelli che l'hanno riempita di bianchi-italo-padanici-puro-sangue”. Capito dov'è il problema? Se piazziamo tutti 'sti “negri” in terra di bianchi per le strade, è fisiologico che ci scappa il ferito o il morto, ce ne sono troppi.

Il problema, per l'opinione pubblica e per la politica, non è quindi il nazi-fascio-leghista armato di pistola o chi lo sostiene apertamente, ma la presenza di coloro che lo istigano ad agire in base alla sua invidiabile forma mentis da protettore della razza italo-padanica, ossia i “negri”.

A riprova di ciò, non ha avuto luogo la solita corsa alla foto strappalacrime del leader di turno con coprotagonista il sopravvissuto dell'attentato, tutt'al più un generico abbassiamo i toni. Un atto consuetudinario mancato, trasversalmente mancato, che ha avuto l'indubbio merito di far risaltare, nella fattispecie, la colpevolezza ontologica delle apparenti vittime, negata solo dagli intellettuali buonisti, e di avvicinare, attraverso questa forma elevatissima di rispetto, i politici al popolo e ai relativi disagi.

E pensare che con questa bomba sociale negroide pronta a esplodere c'è persino chi si prende la briga di alimentare allarmismi sul destino infausto della politica, sul suo felice consegnarsi, a ogni livello, nelle mani dell'analfabetismo funzionale. Sciocchezze.