La polemica tra Ricci e i preti fortorini tra strumentalizzazioni elettorali e limiti istituzionali

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Claudio Ricci, presidente della Provincia di Benevento
Claudio Ricci, presidente della Provincia di Benevento

Da don Camillo e Peppone, dalla letteratura, anche per immagini, alla realtà di Provincia di Benevento: questa la parabola mediatica raccontata dalle cronache di un giorno, un altro, di protesta (12 febbraio) del Comitato 'Viabilità Negata' opposto fieramente al governo insediato alla Rocca dei Rettori, presieduto da Claudio Ricci. In sintesi: le due parti, a quanto pare, pur volendolo entrambe e nonostante abboccamenti via cavo, a viva o soffusa voce, non sono riuscite ad incontrarsi. Arroccate sulle rispettive posizioni: l'una, il corteo dei fortorini, nei pressi della Rocca dei Rettori; l'altra, la Rocca intesa come ente, nel suo braccio operativo, in via Carducci. Poche centinaia di metri in linea d'aria, una distanza abissale nelle valutazioni.

Secondo Gazzetta di Benevento l'antefatto è il seguente: “Ricci ha detto: Voi siete lì perché volete fare solo lo show, per questo non venite in via Carducci, ma se volete parlare con me qui dovete venire. A questo punto, a telefonata conclusa, è andato su tutte le furie uno dei parroci presenti alla manifestazione di protesta, don Marco, il quale ha detto di essere un uomo di chiesa e che non è abituato a fare nessuno show”.

Ma, attenzione, la figura in abito talare che si ribella non è univoca. All'orizzonte si profila, infatti, anche don Annibale, parroco 52enne di Montefalcone di Val Fortore (su Ntr24); “Si vergogni – dice nel suo discorso rivolgendosi al presidente Ricci – perché quando si ha un impegno in agenda si è ‘costretti’ a mantenerlo. E’ un atteggiamento poco serio”.

Eccoli, i nostri amabili don Camillo e Peppone in salsa sannita. Certo don Marco, ma anche don Annibale, sono un po' lontani dalla sagoma segaligna di Fernandel, ma Ricci la stazza del grande Gino Cervi non solo la ricalca, ma la supera. Somiglianze lontane o vicine a parte, al triangolo non difetta la vis polemica, il sale del contrasto. E così Ricci affida il suo malumore ad una comunicazione del suo ufficio preposto, che risuscita Guareschi: “Sono rimasto sbigottito dalla concione del parroco (chissà quale dei due sacerdoti, Ndr) il quale, senza rispetto alcuno per la sua funzione, mi ha accusato di cose false. E, insultando me, ha insultato anche le Istituzioni”.

E' un momento particolare nella (micro)storia sannita in chiave elettorale, e perciò vanno guardate con paradigmatica diffidenza circostanze e posizioni che partono da dati concreti e corrono il rischio di affondare nela propaganda, essendo fin troppo vicino il 4 marzo del voto e fin troppo risaputi gli interessi territoriali.

Ma, e va detto, a un uomo delle istituzioni – quale è pro/tempore Claudio Ricci - non si può perdonare un calo d'aplomb e la terzietà connessa al ruolo: tutti dichiarano all'atto dell'elezione (anche se la sua non è stata diretta) d'essere portatori degli interessi della collettività e non solo di una sua parte, dunque, che lo slogan richieda anche una traduzione pratica non può sorprendere, pure se declinato in via strumentale.

Inoltre, non è corretto affidare – per paradosso a una nota stampa - un giudizio lapidario e, al fondo, non lusinghiero verso il lavoro del comunicatore, sui cui limiti si può argomentare ma con rispetto. Parlare, come ha fatto Ricci, di “stampa scandalistica” che riferisce falsità (e voci contrarie al proprio sentire) è un atto di supponenza politica che non riesce a celare il fastidio arrecato dalla pluralità di voci.