Prime analisi a scrutinio in corso 3 - Per PD e centrosinistra sonora la sconfitta nel Sannio e a Benevento

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Per quanto il nostro termine di paragone rimanga il voto nei collegi uninominali, le classiche sfide dirette a vincitore secco e inequivocabile, non ci si sbaglia nell’individuare tra l’uno e l’altro modo (listino plurinominale) di reperire eletti una coalizione sconfitta in maniera marcata e all’interno di essa un partito ridotto a consigli molto ma molto miti, nonostante venisse fuori da un quinquennio di governo, con tutti gli annessi e connessi del caso. Centrosinistra e Pd, insomma, sono i bocciati più ‘veri’ dalla lezione del 4 marzo impartita da un elettorato (quello di riferimento, almeno in pectore) frustrato e disilluso. Nella grande tripartizione del voto, dal nazionale al locale, il centrosinistra è desolatamente terzo, con cifre in percentuale che tradiscono, nel Sannio, una vera fuga da parte degli elettori.

Già la provincia sannita è storicamente ostile a fenomeni progressisti, se poi ci si aggiunge la spensierata leggerezza di una presunzione senza confini il combinato disposto traduce in un regresso di circa nove punti percentuali il risultato del Senato e di quattro punti quello della Camera. In entrambi i casi pagano dazio un candidato paracadutato dagli ambiti regionali (Giulia Abbate, praticamente scomparsa dalla scena politica locale dopo la mancata rielezione al Consiglio regionale e catturata nell’orbita di Vincenzo De Luca con una nomina alla Soresa) e un altro paracadutato come di consueto dalle formali assemblee provinciali fatte passare per un momento democratico piuttosto che come cooptazione (nel giro che avrebbe dovuto ‘contare’…) di elementi d’un prevedibile cerchio magico anche in loco.

La prova elettorale del 4 marzo ha avuto il pregio di chiarire, una volta per tutte anche nel Sannio (per quanto sarà certo complesso prenderne atto da parte dei negativi protagonisti), il senso del disfacimento di un partito che non ha un retroterra militante, né una classe dirigente di ricambio, al di fuori ovviamente della ricordata oligarchia. Le urne hanno dimostrato l’insofferenza e soprattutto il disinteresse dei beneventani e dei sanniti per le consuete tiritere sul buon governo del fare, sulle infrastrutture avveniristiche che verranno, sui milioni fatti piovere sugli alluvionati o sulle strade ‘scassate’, e così via.

La responsabilità di una sconfitta epocale, che contribuisce ad azzerare tradizioni partitiche dal passato nobile, porta il nome del dominus locale Umberto Del Basso De Caro, e via a scendere per i pochi rami ammessi a sostenere la chioma: una gestione chiusa, ritagliata sulla misura di una classe dirigenziale inadeguata eppure altezzosa nelle sue prerogative da ‘unti’ del potere. Neppure il suo passo indietro obbligato dalla batosta potrebbe essere sufficiente al Pd per ritrovare la chiave della sua permanenza in vita a Benevento e nel Sannio, visto che tutto è stato coscientemente azzerato e appiattito in una condotta di totale asservimento ad un’idea di pochi: le acque ad Hamelin si sono dimostrate infide. (G.F.)