La timbrica della voce di De Andrè clonata e a servizio della scena trap: Faber non disdegnava i blasfemi

- Effetti collaterali di Giovanni Barra
Sfera Ebbasta
Sfera Ebbasta

Su Youtube, da qualche settimana, stanno furoreggiando (più di un milione di visualizzazioni) quattro improbabili video aventi per protagonista la voce di Fabrizio De André (!). L'ideatore dell'esperimento virale è lo youtuber Gab Loter, in grado di clonare la timbrica del cantautore genovese in maniera impeccabile e di metterla al servizio della scena trap italiana (Ghali, Sfera Ebbasta, Dark Polo Gang e Jamil). Il riarrangiamento dei brani degli artisti elencati, secco ed elegante, con un taglio compositivo assolutamente verosimile, una volta coniugato “con l'autorevolezza insita nelle corde vocali” deandreiane, provare per credere, produce un risultato sorprendente.

Dopo il primo ascolto del bizzarro connubio, nel raccontare di brividi dall'ostico inquadramento emotivo, si rischia la derisione, una derisione più che accettabile sul piano teorico per chi conosce anche solo di sfuggita l'argomento “trap” [fortunato sottogenere musicale del rap germogliato in America derivante, per affinità tematica, dall'espressione gergale “trap house” (case di spaccio) e avente come tratto distintivo l'uso smodato, spesso simbiotico, di melodie minimal e vocoder].

Eppure, quei brani, che nella loro interpretazione originaria sarebbero stati snobbati con un sopraccigliare chiarificatore e con l'abituale autocompiacimento da ceto medio riflessivo a fare da pendant, adagiati su un'alchimia acustico-canora simil-deandreiana, acquisiscono, quasi in automatico, un rinnovato spessore, una misteriosa, nonché affascinante, fragilità. Domanda: non capivamo una ceppa prima o non capiamo una ceppa ora?

Gli ascoltatori selettivi, con l'irrinunciabile cotton-fioc nel taschino per fronteggiare ogni sporcizia musicale in agguato e con l'antico gusto per la rigidità, ce li immaginiamo a liquidare l'esperimento ludico dell'estroso youtuber in termini di “cover vandaliche”, dove per una volta il vandalizzato non è il coverizzato ma il coverizzante, o meglio ancora, il fantasma-coverizzante. Costoro, presumibilmente, contesterebbero l'approccio intrapreso in questa sede, ritenendolo troppo morbido, e ammonirebbero in merito alle possibili derive: "La trap come smorfia disperata e nostalgica del deandreismo, come contraffazione della poetica degli ultimi e sua rianimazione mascherata, è un suggerimento dello Pseudo-De Andrè, forse involontario, che, in tutta franchezza, non siamo disposti ad accogliere; l'illusione uditiva suscitata dalla voce-fantasma nell'ascoltatore passionale, ossia la percezione di una polverina liricizzante depositata dal timbro deandreiano sui testi della trap, si può spiegare come il frutto di un prevedibile stordimento malinconico, una bella apparenza pronta a deflagrarsi con l'incedere di un ascolto ragionato, meno incline a forzare canzonette adolescenziali entro il perimetro di un immaginario cantautoriale complesso, maturo, lontano anni luce per ricchezza narrativa”. D'accordo, ce li siamo immaginati pesantini a dovere.

Tuttavia, l'immettere nell'analisi – non ce ne vogliano i selettivi – una certa contiguità di paesaggi umani tra De André e la trap non sembra affatto un'operazione azzardata. Anzi, chiacchierandone con persone stimate, ci è stato fatto notare che se la voce-fantasma fosse intervenuta su del materiale pop in linea con gli standard italiani più longevi, con ogni probabilità avrebbe sortito un mero effetto comico. Oppure, per paradosso, se avesse attinto da autori raffinati, è facile immaginare che avrebbe inciso poco sotto il profilo dell'impatto. Questo perché, come accennavamo, nella seppur irriducibile distanza autoriale, un punto di congiunzione è rintracciabile: l'esperienza del margine della società.

Quella di De André, filtrata dagli occhi del borghese colto, libertario, in aperto conflitto con la propria posizione sociale e sensibile ai colori degli ultimi. Quella della trap, in cui il margine si fa meno idilliaco, più autodidatta, istintivo, confuso, rozzo. “Ecco cos'è che permette di cucire la voce di De André sui testi della trap senza generare immediate stonature, un'aria di famiglia!” amerebbero ripetersi i possibilisti, esorcizzando il rischio di passare per blasfemi, nella migliore delle ipotesi, o per cretini, nella peggiore.

E poi proseguirebbero: “Se è pur vero che Faber possedeva un timbro vocale dall'intrinseca pensosità, un volto sonoro, capace di trasfigurare, di dare profondità a qualsiasi cosa toccasse. È altrettanto innegabile che sapeva far parlare le parole, soppesandole, intagliandole chirurgicamente nella sua musica. Ma per far parlare una certa combinazione di parole, anche per farle dire altro, quella combinazione di parole deve avere comunque qualcosa da dire, non c'è voce affabulatrice che tenga. Possibile, dunque, che questi brani della trap dicano più di quanto si possa superficialmente credere e che il finto De André sia stato utile per farlo capire agli scettici?”. D'accordo, ce li siamo immaginati pure troppo possibilisti questi possibilisti.

Morale della favola: Gab Loter, volente o nolente, almeno a nostro parere, ha provocato più cortocircuiti della fiction Rai, rigettando nel dibattito il “principe libero”, facendolo interagire col nostro tempo in chiave inedita, sradicandolo dalla muffa del citazionismo rassicurante.
PS: De André non disdegnava i blasfemi.