Omicidio irrisolto della piccola Maria, l'unica novità è il prolungarsi dell'indagine

- Cronaca IlVaglio.it

L'attenzione alla cronaca giudiziaria riporta all'attenzione dell'opinione pubblica, in virtù di alcuni elementi sopravvenuti, la triste vicenda di Maria, la bambina rumena di 9 anni trovata morta nella piscina di una struttura di ricevimenti a San Salvatore Telesino. Era il 19 giugno del 2016. Una volta esaurito il racconto del raccapriccio immediatamente successivo e quello letterario del romanzo 'giallo' aggiornato con cadenza quasi quotidiana, la terribile storia di una breve vita difficile fatta di abusi è sparita dai radar. Vi è ricomparsa a singhiozzo, sotto il profilo mediatico: anche la ben nota trasmissione “Chi l'ha visto?” di recente (fine gennaio 2018) ha contribuito a ingrossare il filone dei dubbi. Chissà allora quali e quanti ne abbiano, oggi, gli inquirenti e come si collocheranno sulla scacchiera i sei mesi di proroga delle indagini richiesti al gip del Tribunale di Benevento dal sostituto procuratore titolare dell'inchiesta, per il compimento “di ulteriori attività” - ha scritto Ottopagine venerdì 9 marzo scorso -.

Da presumere attività decisive per dare un senso concreto al lavoro portato avanti dall'accusa. Che, invece, dopo aver individuato – con diverse gradazioni di responsabilità - i presunti autori del delitto in un fratello e una sorella della zona telesina, pure di origine rumena, ha visto respingere per ben tre volte la richiesta del loro arresto: dal Gip (“...occorre continuare ad indagare, approfondendo anche ogni altra delle ipotesi investigative che si sono aperte nel corso delle indagini ...” - gennaio 2017), dal Tribunale del Riesame (“...la massima incertezza circonda perfino le modalità di svolgimento del fatto e la sua stessa natura di omicidio, non potendosi ragionevolmente escludere altre possibilità, perfino quella dell'evento accidentale ...” - giugno 2017) e dalla Corte di Cassazione (ricorso “inammissibile” - ottobre 2017), nell'ordine.

Non è scorretto pertanto ipotizzare, nella richiesta di far slittare i termini dell'indagine nel tempo, una qualche difficoltà a comporre tutti i pezzi dell'intricata storia, con il rischio connesso dell'irresolutezza dell'azione investigativa. Improntata, peraltro, anche a un incomprensibile stupore da parte dei magistrati in essa impegnati: “Qualcuno sa e non può e non vuole parlare”. Ma l'omertà non è una cosa insolita in questi casi e proprio per non farsene bloccare si scava, si indaga, si approfondisce.

Valicheremo gli esiti, al termine del nuovo semestre, a due anni dall'accaduto. Un tempo che potrebbe essere percepito, al di fuori della ristretta cerchia dei diretti interessati, come l'anticamera dell'oblio anche mediatico; un preludio all'impossibilità di dare un nome al oppure ai responsabili, un cadere vano dei fogli del calendario fino a che si completi l'arco temporale massimo previsto dalla legge. Circostanze per le quali non ci si troverebbe dinanzi a una novità, in via De Caro.