40 anni fa Moro fu rapito e neanche io me la vidi troppo bene. Ma non sono diventato pompiere...

- Opinioni di Carlo Panella

C'è una connotazione autobiografica in quest'articolo sull'anniversario della strage di Via Fani che cade oggi. Quarant'anni fa, il 16 marzo 1978, il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro fu rapito e la sua scorta massacrata in Via Fani. Ma, in conseguenza di quanto avvenuto a Roma, anch'io e chi era in macchina con me quello stesso giorno non ce la vedemmo molto bene per un incidente stradale nelle vie del Fortore, disastrate pure allora. Rievoco assieme la vicenda che ha cambiato il corso della storia in Italia e un insignificante (meno male...) fatterello mio perché appare ancora oggi opportuno rapportarsi alla concezione, allora diffusa, racchiusa nello slogan "il personale è politico".

Aldo Moro fu assassinato (a 62 anni) 55 giorni dopo la strage di Via Fani, nella quale vennero uccisi gli uomini della sua scorta: i carabinieri Domenico Ricci (42 anni) e Oreste Leonardi (52 anni) e tre poliziotti; Giulio Rivera (24 anni), Francesco Zizzi (30 anni) e Raffaele Iozzino (24 anni).

Purtroppo, però lo Stato, nelle sue diverse articolazioni, in questo caso non è stato solo vittima. La verità in merito non è mai emersa del tutto, ma appare più che probabile che non siano stati solo i terroristi delle Brigate Rosse a organizzare quel rapimento, con una strage tanto sanguinosa quanto chirurgica: Moro rimase illeso in tanto sparare e morire in Via Fani. Agirono dei professionisti.

Sono seguiti fatti, processi, inchieste, nominate commissioni parlamentari ad hoc, ma tanti sono rimasti i lati oscuri, le incongruenze, le inspiegabili insipienze, tra depistaggi veri e presunti. Una tale quantità di lacune e di omissioni da parte dello Stato che è sorto il fondato sospetto: l'interesse maggiore è stato coprire più che scoprire l'accaduto. La pubblicistica in materia è sterminata, in questi giorni tv e giornali l'hanno fatta riemergere e a essa rimandiamo.

Quel che è sicuro è che in conseguenza di quella strage fu eliminato il personaggio politico che, proprio quel giorno in parlamento, aveva portato, dopo lunga trattativa cominciata quasi due anni prima, il PCI ad appoggiare un governo a guida DC, in un momento di tante gravi emergenze nazionali. Un esito che non piaceva agli Usa e all'Urss, a vari settori politici italiani e apparati dello Stato. Tolto di mezzo Moro che, col suo spessore politico il tutto garantiva, tale processo s'interruppe e la storia andò da un'altra parte, quella a noi nota e non entusiasmante.

Di lì a qualche anno finì anche la funerea vicenda del terrorismo brigatista che in quell'attacco raggiunse la sua massima visibilità, ma anche fornì la plastica manifestazione della sua criminale valenza e della sua opacità, diventando più chiaro quanto fosse usato, se non manovrato, da pezzi di quello Stato che diceva di voler abbattere.
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Appresa la notizia della strage, addirittura per tv, fu una delle prime edizioni straordinarie con diretta che ricordi, come regola imponeva, noi militanti comunisti ci recammo subito dopo in massa in Federazione, in Vico Noce, per presidiarla: usava così. Giunsero poi da Botteghe Oscure le indicazioni sul da farsi. La tensione che si respirava non si può assolutamente spiegare oggi che la cifra della politica da tragica è diventata farsesca.

Dopo qualche ora, da Roma dissero di raggiungere - immediatamente - ogni sezione od ogni riferimento in tutti i paesi sanniti nei quali portare un volantino per veicolare la posizione del partito sull'accaduto, capillarmente. A parte Benevento si trattava di andare, almeno in due persone, in 77 comuni. Per ciclostilare le migliaia di fogli necessari ci vollero ore, ma nel primo pomeriggio si poté partire.

Io avevo 20 anni e con l'altro compagno (si chiama Carlo come me, allora 18enne, ora vive in Veneto), fummo destinati ai comuni più lontani: San Bartolomeo, Baselice, Foiano. Privi di mezzo proprio, ci fu data una delle auto del partito, una Fiat 127 di colore beige.

Mi chiesero se me la sentivo di guidare e io, di recente patentato, in quel contesto non ebbi dubbi. Ero molto colpito: pochi mesi prima, a novembre, ero andato ad ascoltare Aldo Moro al Cinema Massimo dove tenne uno dei discorsi, rimasto famoso, in cui la svolta dell'ingresso del PCI in maggioranza, poi prodottosi, fu più chiaramente annunciata. In quella sala strapiena ne percepii la portata, il giorno dopo fu evidenziata dai giornali e, capire poi quel 16 marzo cosa essa era costata a Moro, non consentiva spazio a prudenze.

Ebbene, pur con qualche difficoltà, riuscimmo ad arrivare a destinazione e a consegnare i volantini. Sulla via del ritorno, l'essere giovani, stanchi, sconvolti dagli eventi e non provetti guidatori, determinò che facemmo (feci) finire la Fiat fuori strada. La 127 sobbalzò per un po' fortunatamente non si ribaltò, fermandosi sul ciglio di una scarpata, al di sopra di un torrente.

In aperta campagna e al buio però fummo soprattutto sollevati per essere vivi e solo con qualche ammaccatura riportata. Non essendo stati nemmeno pensati allora i telefoni cellulari, ci avviammo verso delle luci in lontananza. Raggiungemmo una masseria nell'agro di Baselice. Era un comune in cui il fratello di Carlo aveva la fidanzata, da qui un tam tam di soccorso e quindi, dopo ore, un trattore venne a recuperare l'auto e a rimetterla in strada. Il motore non aveva subito danni e quindi, a velocità di lumaca stavolta, facemmo ritorno a Benevento a tarda notte.

Chissà, forse anche l'essermela io cavata in quella giornata per tutti memorabile, mi ha imposto un dovere di testimonianza, diventata civile poi, perché dall'attività politica passai presto al giornalismo, senza soluzione di continuità e, grazie a Dio, fino a oggi.

Moro, gli agenti che lo scortavano (e tanti altri prima e dopo) sono caduti per spirito di servizio. E il loro sacrificio mi è stato di insegnamento e di sostegno nella mia infima, al confronto, esperienza di cittadinanza attiva. Inizialmente al servizio di un partito perché allora farlo nobilitava, ne valeva la pena, c'è stato un tempo dell'altruismo. Poi al servizio dei lettori e ne vale la pena.

Certo la convinzione che l'impegno di ognuno di noi possa effettivamente fare andare meglio le cose nella società, vista a quarant'anni di distanza da allora, appare meno granitica. Eppure, anche oggi, ci pare la cosa migliore da fare, pur avendo visto "tanti partiti incendiari e fieri diventati pompieri" (parafrasando Rino Gaetano).
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Mai dire mai: la storia d'Italia non è data una volta e per tutte. Ci pare ineludibile comunque che, per poter ripartire su sentieri migliori, si abbia la conoscenza di quel che accadde 40 anni fa, totalmente. Ciò nel rispetto dei caduti in Via Fani tra i quali non si dimentichi, oltre i nomi citati, c'è anche quello dell'Italia, "presa a tradimento, derubata e colpita al cuore"...