Ciò che è stato omesso è infinitamente più importante di ciò che è stato magistralmente detto: la 'lectio' di Massimo Cacciari

- Cultura Spettacolo di Alessio Zarro Ievolella

Una visione ingenua della conoscenza e della didattica tende a pensare che è fondamentale, nella trasmissione dei contenuti, esplicitare tutto con chiarezza. Ma ciò non è sempre vero. E alcune volte farlo potrebbe risultare improduttivo, se non dannoso. Nella lectio magistralis che Massimo Cacciari ha tenuto nel teatro Massimo di Benevento, ciò che è stato omesso è infinitamente più importante di ciò che invece è stato, magistralmente, detto. L’evento, penultimo dell’edizione 2018 del Festival della filosofia del Sannio, organizzato dall’associazione culturale filosofica “Stregati da Sophia” e indirizzato in primo luogo agli studenti dei licei sanniti, ha avuto come tema “il valore della vita”. Sono intervenuti Carmela D’Aronzo, presidente del sodalizio, Serena Angioli, assessore regionale ai fondi europei e alle politiche giovanili e Antonella Tartaglia Polcini, docente di diritto civile presso l’Università degli Studi del Sannio. In apertura, un’esibizione della Compagnia Balletto di Benevento di Carmen Castiello.

Cacciari ha esordito senza convenevoli, com’è suo solito, auspicando a priori un confronto con gli studenti alla fine dell’evento e chiedendo di accendere le luci nella platea superiore per chi volesse prendere appunti. Se si tiene presente che il “valore della vita” è uno di quei grandi temi in cui lo scivolone verso orizzonti meramente retorici è sempre in agguato, e che spesso eventi del genere rischiano di degenerare in puro esibizionismo culturale, dove tutto ciò che conta è la presenza, questo esordio è degno di nota. In tal senso, è stato emblematico specificare: “Non è teatro questo, ma un momento di riflessione comune”.

“Il piano su cui affronteremo l’argomento - ha cominciato il professore - è quello ontologico. Significa che non parleremo di questa o quella determinazione particolare, ma della vita in sé. Il discorso ontologico vale per tutti a prescindere”. Lo sfondo ontologico delineato - con Plotino - è il seguente: “Tutto è animato, anche l’ultimo granello di sabbia. Quella di vedere le cose inanimate è un’apparenza dovuta a una nostra debolezza di pensiero. Anima è ciò che dà vita, e consiste in un appetito. Tutto ciò che è vivente è caratterizzato da questo appetito, precisamente nei termini di una tensione verso l’altro”.

Compiendo poi un balzo niciano verso l’alba dell’umanità, il professore è risalito all’origine archetipica di questa tensione-relazione, che si riconduce al gesto, apparentemente banale, della nutrizione: “Ogni cosa che è animata si relaziona alle altre nutrendosene, appropriandosene. L’umanità, un tempo, era consapevole di ciò, e parimenti della sacralità di questo gesto appropriatore. E’ una cosa pericolosa, perché non posso sapere cosa succederà all’altro quando me ne approprio. In questo gesto risiede tutta la tragicità dell’esistenza”.

Se così stanno le cose per tutto ciò che esiste, è necessaria una differenziazione: “L’uomo, rispetto agli altri essenti, ha coscienza di sé. Il suo appetito è cupiditas, desiderio consapevole”. La differenza sta nel fatto che “L’istinto animale si ripete sempre identico. Il nostro è un desiderio di stelle, è infinito, non si lascia addomesticare”. Caratteristica peculiare dell’essere umano, infatti, è la tendenza a oltrepassare i limiti che di volta in volta raggiunge: “Ogni limite posto dall’uomo è fatto per essere superato. La nostra specie non ha mai conosciuto confini fissi. In 100.000 anni ha conquistato il globo e si è subito rivolto all’universo. E’ la nostra bellezza e il nostro pericolo.”

Il pericolo è apparso chiaro una volta specificato il carattere della cupiditas: “Se nell’appetito voglio semplicemente nutrirmi, nella cupiditas voglio usare l’altro per il mio fine, dunque come mezzo - ha spiegato Cacciari, servendosi del richiamo all’imperativo categorico kantiano. Ma usare l’altro come mezzo non mi conduce necessariamente al mio fine, anzi può rendermi più difficile raggiungerlo”. E ciò resta, secondo il professore, difficile da argomentare. Il rimando è stato comunque alla dialettica servo-padrone hegeliana: “Se utilizzo l’altro spudoratamente come mezzo, questi si ribellerà”.

Dunque alla cupiditas dovrebbe subentrare il logos: “E’ molto più ragionevole trattare l’altro, se non proprio kantianamente come fine, almeno come complice”. Qui il discorso si è condensato in un’interessante digressione - di sapore vichiano - sull’etimo comune dei termini hospes e hostis, che può facilmente diventare inimicus. A conclusione della lectio, il tentativo di individuare un fondamento ontologico che possa arginare il pericolo insito nelle dinamiche sopra esposte: pericolo di oggettificare e mercificare la vita dell’altro.

Prendendo in prestito dalla fisica quantistica la nozione di “sistema complesso”, ovvero un sistema il cui funzionamento non si lascia ricondurre alla somma delle sue parti, Cacciari ha salvato la vita attraverso la decostruzione del determinismo: “Il valore della vita risiede nella singolarità, che vuol dire impossibilità di ricondurre un individuo agli elementi che lo compongono, alla somma delle sue parti. In ciò sta l’impenetrabilità della vita singola, irriducibile, non intercambiabile. E’ qualcosa di integro, intangibile. Da questo principio ontologico bisogna fondare l’etica, che altrimenti è vuoto moralismo. .

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E’ opinione di chi scrive che Cacciari, mantenendosi sul piano ontologico, abbia volutamente evitato di storicizzare il discorso sulla vita. Cioè di collocarlo esplicitamente nell’epoca presente. Ciò gli ha permesso - eccetto qualche raro e fugace accenno - di non doversi riferire direttamente alle condizioni materiali di appropriazione che costituiscono il nocciolo imprescindibile di qualunque riflessione politica. Ma visto che Cacciari è essenzialmente politico, l’apparente isolamento nella dimensione teoretica non deve distogliere dal cogliere i precisi e doverosi riferimenti all’attualità - che non sono solo quelli più palesi alla “questione migranti”.

E’ chiaro che il pericolo delineato è molto concreto: si tratta dell’infinità del desiderio umano che si traduce nell’infinita possibilità di sfruttare l’altro, appropriandosene senza la mediazione del logos. Senza limite. E non serve scomodare i libri di storia per verificarne la realtà. La critica di Cacciari alla vita presente è stata tanto più radicale quanto meno è stata espressa.

E la scelta di mantenere velato lo sfondo politico di un discorso che solo nella politica trova la sua vera espressione si spiega attraverso due considerazioni: una didattica e l’altra filosofica. La questione didattica è che nulla potrebbe essere più inutile che cercare di trasmettere direttamente un’interpretazione radicale della realtà, soprattutto di fronte alla sprovvedutezza di un pubblico troppo giovane. Sviluppare una faziosità acritica - prassi comune nella propaganda politica - è cosa ben diversa dall’assecondare un percorso di ricerca individuale. Soprattutto perché - e qui veniamo alla questione filosofica, se la verità è bella, come in Platone, essa è oggetto di eros. Ma l’oggetto dell’amore non è tale per tutti: lo è solo per l’amante. Ovvero, nella fattispecie, per chi la verità la stia già cercando.

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Massimo Cacciari è professore emerito di Estetica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Ha rivolto la sua attenzione alla crisi dell’idealismo tedesco e dei sistemi dialettici, valorizzando la critica della metafisica occidentale propria di Nietzsche e di Heidegger e seguendo la genealogia del pensiero nichilistico nei classici della mistica tardo-antica, medievale e moderna. Tra le sue opere recenti: Una lettura dell’Ecuba di Euripide e del Libro di Giobbe (Caserta 2010); Io sono il Signore Dio tuo (con P. Coda, Bologna 2010); Ama il prossimo tuo (con E. Bianchi, Bologna 2011); Doppio ritratto. San Francesco in Dante e Giotto (Milano 2012); Il potere che frena (Milano 2013); Labirinto filosofico (Milano 2014); Filologia e filosofia (Bologna 2015); Senza la Guerra(ed. Mulino, 2016) . Padri, figli, eredi (Caserta 2015); Occidente senza utopie (con P. Prodi, Bologna 2016).Generare Dio ( ed Mulino 2107).