Il dopo voto: in attesa dei risultati concreti, i risultati astratti appaiono deludenti

- Effetti collaterali di Giovanni Barra
Beppe Grillo
Beppe Grillo

L'agenda politico-mediatica della settimana recita “discussioni sui neopresidenti delle camere e sui neocapigruppo”. Argomenti gustosissimi, quasi quanto i tatticismi di Salvini e Di Maio, i relativi massimalismi all'acqua di rose, le analisi di Brunetta, le controanalisi tennistico-renziane, l'acume diagnostico dei soliti cinque commentatori un po' eccentrici e obbligati al pensiero-elevato-ma-non-troppo, l'ineziopoli di turno, la pseudo-escalation jihadista sul suolo italico, l'ultima puntata di Fabio Fazio, eccetera; come immaginare questioni che superino in interesse quelle appena menzionate, neanche la cosmologia più avanzata può reggere il confronto.

Tutta la nazione freme, conia nuove categorie, recupera quelle vecchie. È tutto un categorico categorizzare. C'è fermento, un meraviglioso fermento, un fermento da palingenesi, una sorta di Oktoberfest politicistico, solo un tantino meno divertente e meno birraceo rispetto alla veneranda festa bavarese. E pensare che fino a ieri si parlava di flat tax e reddito di cittadinanza, i due grandi temi su cui Lega e M5S hanno spacconeggiato per le piazze e nei salotti facendo incetta di consensi. Due ricette drastiche per risollevare le stagnanti sorti del paese, dicevano: la prima, uno shock fiscale per rispondere alle esigenze del ceto medio produttivo; la seconda, una delle possibili declinazioni dell'assistenzialismo con cui attenuare la piaga della disuguaglianza. Problemi di incostituzionalità, di vincoli europei e di matematiche forse troppo ottimistiche, con l'avvicinarsi delle urne, hanno fatto correggere gradualmente il tiro verso approcci più temperati. A ogni modo, l'elaborazione teorica, l'inquadramento politico di tali proposte, come al solito, ha latitato. Proponenti e destinatari si sono preoccupati perlopiù di sbandierarle o di contestarle in termini di coperture economiche allegre, collocandole nel campo di interesse dei collezionisti di slogan, trattandole alla stregua di sottotrame slegate da una narrazione più ampia, destinandole al riempimento del chiacchiericcio politico d'alta moda. Ebbene, non è detto che si siano sbagliati, magari una narrazione più ampia manca davvero nell'escatologia incerta del pentaleghismo. Magari questi ennesimi iniziatori (qualcuno ha parlato di terza repubblica) potrebbero non contemplare una prospettiva di lungo raggio. D'altronde, sondare gli umori protogovernativi in materia non è facile, si rischia lo sfinimento. Mettiamola così: in attesa dei risultati concreti, i risultati astratti appaiono cautamente deludenti. Tuttavia, vorremmo soffermarci sugli scricchiolanti pilastri dell'ultima campagna elettorale. O meglio, sul solo reddito di cittadinanza – in realtà un reddito minimo (perché condizionato) –, la flat tax ci piace meno.

Presupposto pratico abbastanza risaputo: la ricetta del M5S, ammesso che sia realizzabile, prevede un sostegno economico a famiglie e cittadini maggiorenni italiani ritenuti sotto la soglia di povertà, ma tale sostegno sarebbe vincolato a un progetto di formazione lavorativa e alla ricerca costante di un impiego (parametro di difficile verifica); 780 euro mensili per coloro che non hanno alcun reddito, integrazioni fino al raggiungimento della medesima cifra per chi ha un reddito basso; per i nuclei familiari sussistono ulteriori indicazioni che, per velocizzare l'analisi, non menzioneremo.

In sostanza, rispetto al reddito di inclusione approvato in extremis dal governo uscente, ci troviamo davanti a cifre più consistenti e a requisiti d'accesso decisamente più larghi. Una curvatura politica dall'indubbia portata storica. Ma, come accennavamo, il punto è: la visione di società soggiacente a questo tipo di provvedimento è stata sufficientemente teorizzata dai proponenti o sufficientemente recepita dai destinatari?

Lo chiediamo perché, da osservatori, abbiamo la sensazione che nell'universo pentastellato, anche in questo caso, operino due forze: quella normalizzante e quella utopica. La prima, conservativa, che serve a rassicurare tutti gli adepti della concezione metastorica, archetipale, dogmatica, del lavoro, ossia del lavoro interpretato, in base alle diverse correnti di pensiero avvicendatesi, come imperativo biblico, come mero mezzo di sussistenza, come canale privilegiato e nobilitante di realizzazione individuale da strappare allo sfruttamento e all'alienazione, come strumento per l'accumulazione di capitale, come momento propedeutico obbligatorio per aderire correttamente a un qualsivoglia tessuto sociale, ecc. La seconda, che preme per una rimodulazione storicizzante del lavoro, concepito non più come metastorico, ma transtorico, cioè come un passaggio non più imprescindibile, ma opzionale, per l'ottenimento di un reddito. Proprio in tal senso si è espresso Beppe Grillo, dalle colonne del suo blog, in un recente articolo intitolato “Società senza lavoro”. Nel quale, auspicando l'istituzione del reddito di nascita, conclude così: “Siamo condizionati dallidea che tutti devono guadagnarsi da vivere, tutti devono essere impegnati in una sorta di fatica perché devono giustificare il loro diritto di esistere. Siamo davanti ad una nuova era, il lavoro retribuito, e cioè legato alla produzione di qualcosa, non è più necessario una volta che si è raggiunto la capacità produttiva attuale. Si vuole creare nuovo lavoro perché la gente non sa di che vivere, si creano posti di lavoro per dare un reddito a queste persone, che non avranno un posto di lavoro, ma un posto di reddito, perché è il reddito che inserisce un cittadino all’interno della società. Una società evoluta è quella che permette agli individui di svilupparsi in modo libero, generando al tempo stesso il proprio sviluppo. Per fare ciò si deve garantire a tutti lo stesso livello di partenza: un reddito, per diritto di nascita. Soltanto così la società metterà al centro luomo e non il mercato.

In conclusione, al di là dei toni marcatamente visionari presenti nelle considerazioni grillesche, dobbiamo sottolineare un particolare non da poco: al cospetto di una sinistra partitica (non da rifondare ma da fondare) in via d'estinzione, che storce il naso non appena viene evocata la parola assistenzialismo (ce ne rendiamo conto, un autentico azzardo morale per chi ha accettato come fisiologica la totale sperequazione nella ridistribuzione delle ricchezza prodotta dall'attuale modello economico), una posizione così eversiva, soprattutto se impugnata su una piattaforma mainstream, ha perlomeno il merito di introdurre nuovi impulsi all'interno di quel segmento (in espansione) del dibattito pubblico in cerca di alternative alla ricattabilità del lavoratore contemporaneo, in cerca di nuovi scenari socio-politici. Che poi questa linea di pensiero, a metà strada tra il sogno e la rivoluzione antropologica, si sia ormai ufficialmente, nonché comodamente, smarcata dal tunnel inciucioreo intrapreso dal M5S in carne e ossa, è un altro discorso...