La Pasqua della Sinistra: c'è bisogno che rinasca una forza politica intelligente, popolare e riformatrice

- Opinioni di Bruno Carapella*

Ho appena ordinato una centolla, una granseola oceanica dalle sembianze mitologiche, cucinata nella forma del cheviche e un Pisco Sour. Il cheviche è peruviano, mi trovo oggi a Santiago del Chile, i peruviani e i cileni litigano su tutto. Decenni di ostilità consumati anche sul primato del Pisco sour o sulle tecniche del cheviche. Li accomuna soltanto la magnificenza triste del Pacifico.

A Santiago senti il profumo del Pacifico che sale su da Valparaiso, lungo valli perennemente nebbiose. Dalle vetrate del ristorante, all’ultimo piano dell’albergo, si guarda invece il Cerro Manqueque, si intravvede il Tupungato che sale oltre i seimila e si immagina la maestosità dell’Aconcagua che separa il Cile dall’Argentina e impedisce una commistione, forse virtuosa e forse mortale, fra due storie.

La fine del mondo è un luogo di magia e un luogo di malinconia.

E allora mi viene di pensare al declino della sinistra in Italia e in Europa. Il 4 marzo è passato da un mese, sono stato silente a riflettere sulle ragioni, senza ascoltare neanche le voci di tanti politologi del giorno dopo, più simili alle comari di un palazzo di ringhiera al Giambellino o di un vicolo del Pallonetto Santa Lucia.

Il declino della sinistra sembra inarrestabile.

In effetti, il declino è come una biglia su un piano inclinato, mano a mano che rotola prende velocità e più è difficile fermarlo.

Le ragioni principali del declino della “cosidetta sinistra”in Italia sono tre: la morte della forma partito, l’autoreferenzialità, la crisi del notabilato. Le tre facce come in Idra, convivono in uno stesso corpo.

La morte della forma partito

Viviamo il tempo della società liquida, della precarizzazione delle relazioni industriali e sociali, nella metafora del cloud che assicura in una nuvola i risultati delle nostre conoscenze e i frame delle nostre esperienze di vita e che tutto condivide e seleziona, attraverso un algoritmo pensato a Cupertino o a Bangalore. In questa società, la forma partito, la forma sindacato hanno perso la funzione principale di rappresentanza sociale. Le forme della comunicazione e della costruzione del consenso e del dissenso, direi meglio dell’adorazione e dell’odio, hanno superato da tempo, non solo le modalità fordiste di regolazione sociale proprie della forma partito, ma anche quelle più evolute e subdole del broadcasting televisivo.

Le sezioni di partito sono spesso, come gli ultimi night club di Pigalle, pochi clienti, qualche immagine sbiadita, bottiglie aperte da troppo tempo, nessun odore di vita.

A proposito, ho letto la dichiarazione di tale Orfini che, oltre che attuale Presidente del PD, in passato senza batter ciglio è stato responsabile culturale del PD, ovvero del grande partito della sinistra italiana che ha visto avvicendarsi in quella responsabilità Emilio Sereni, Carlo Salinari, Elio Vittorini, Mario Alicata. Orbene, l’improvvido e pretenzioso Orfini ha detto, all’indomani del mazziatone: “Bisogna ripartire dai circoli”. Questo dimostra, una volta in più, l’incapacità dei dirigenti della forma Partito di leggere il mutamento e la complessità sociale, fosse soltanto alla luce delle meccaniche struttura-sovrastruttura di origine marxiana. Per quale ragione un giovane hipster torinese, connesso perennemente con molti luoghi e comunità del mondo, dovrebbe ritrovarsi in un circolo territoriale che esprime al massimo esigenze particolari o bisogni locali? E cosa hanno in comune un trentenne disoccupato di Caltagirone, incazzato con il mondo, e un gattopardato notabile ex democristiano che esercita il potere sul territorio da qualche decennio, tramandandolo con cura a figli e nipoti?

Le opinioni, il consenso e, purtroppo le classi dirigenti, hanno nuovi strumenti di composizione e di formazione. La crisi della forma partito è figlia del declino delle forme sociali proprie del fordismo. Il fordismo non tornerà, mentre le relazioni sociali e industriali 4.0 segnano il nuovo tempo.

Bisogna ripartire dalla società e dalle sue dinamiche, dalle sue complessità e da bisogni nuovi e differenziati, non dai circoli!

L’autoreferenzialità

Ho molti amici nel PD, qualcuno è passato in Liberi e Inutili, qualcuno strenuamente renziano, alcuni scettici. Esprimono posizioni, ansie e perplessità differenti. Li accomuna una sola caratteristica: parlano solo, sempre, ovunque del PD, delle sue correnti, dei suoi spifferi, delle sue lacerazioni, delle sue sconfitte.

Piano piano, in questi anni, nella mente di dirigenti e militanti del PD si è fatta strada l’idea che i problemi del Paese siano i problemi del PD. L’autoreferenzialità chiude nel suo cerchio di gesso ogni capacità di leggere la società e i suoi bisogni. Il Partito e le sue rovine finiscono per rappresentare il paradigma del Paese e del suo declino.

Si finisce per confondere il dito con la luna e trasformare il partito nel Castello di Kafka, le cui dinamiche astruse e le sue forme burocratiche sono totalmente estranee ai milioni di Signor K che passeggiano in Italia.

L’autoreferenzialità determina scelte politiche di medio periodo (alleanze e politiche di riferimento) e di breve periodo (candidature, nomine) dettate prevalentemente dalle dinamiche interne, dalle pulsioni correntizie, dall’ansia di prevalere, dalla necessità di giungere al redde rationem, dalla volontà di disarcionare il capitano.

La gente normale non ne capisce le ragioni e, in tempi di crisi e difficoltà, identifica la classe dirigente del PD come l’apparato autarchico che regge con indifferenza, superbia e incapacità le sorti del Paese.

La crisi del notabilato

Nel Mezzogiorno il Partito Democratico , e prima DS ed Ulivo, si sono identificati progressivamente con il notabilato locale. Le politiche di sviluppo definite dai governi di sinistra e dall’alta burocrazia di sinistra (che ha retto il Ministero dello Sviluppo Economico in quasi continuità negli ultimi venti anni) hanno diretto risorse, investimenti e poteri sulle politiche ed i progetti di sviluppo locale. Questa concezione politica, pur lodevole nei suoi intenti, si è appoggiata su sistemi istituzionali locali deboli, incapaci di governare processi partneriali complessi, finendo progressivamente per cedere il passo alla forza dei poteri locali forti, quelli che nel Mezzogiorno si sono sempre identificate con il notabilato locale. Le politiche e i progetti che, nelle intenzioni di Barca, Sales, Viesti, avrebbero dovuto sviluppare il capitale sociale territoriale hanno prodotto, invece, un rafforzamento di una governance oligarchica fatta da classi dirigenti avviluppate nell’abuso delle risorse pubbliche. Il grande banchetto delle risorse dei Fondi strutturali ha rimpinzato famiglie di notabili politici, di ingegneri traffichini, di im-prenditori avidi, di sindaci corrotti, senza produrre sviluppo, anzi allargando la distanza fra Mezzogiorno ed Europa. Il PD, progressivamente e con poche eccezioni, si è identificato con queste classi dirigenti senza soluzione di continuità e senza ravvedimento. Benevento e il Sannio non fanno eccezioni.

Orbene, questo notabilato non serve più. Dopo due decenni di federalismo all’amatriciana, i poteri dal 2014 sono progressivamente tornati verso il centro. L’incapacità di governare lo sviluppo delle classi dirigenti meridionali ha progressivamente spostato la governance delle politiche di sviluppo a livello regionale o centrale. E ancora, l’azione di mediazione spicciola che, lungo tutto il XX secolo, ha costituito la forza clientelare del notabilato non ha più ragione d’essere. Parlo di quel potere meschino ed invasivo che caratterizzava la vita di ogni giorno delle classi subalterne nel Mezzogiorno ( dal diritto alla pensione, alla possibilità di edificare una stanza in più, all’accesso di una strada rurale) come fosse un jus naturale dei notabili. Questo potere odioso e pervasivo è stato spazzato via dalla rivoluzione digitale. Il nipote di un contadino di Castelfranco in Miscano può accedere direttamente al sito dell’Inps per verificare lo stato della pratica di pensione, gran parte delle domande in concessione per piccole edificazioni si fanno in via telematica e prevedono il silenzio assenso e potrei continuare. Insomma, il notabile non ha più merce in magazzino da vendere ai suoi clienti, appare come un negozio perennemente in liquidazione, più riduce i prezzi della merce che vorrebbe vender e meno clienti entrano. Il suo potere è logoro e inviso.

Questa sinistra, così involuta, tutta raccolta nella Ultima Spiaggia di Capalbio, non serve più.

E però, allo stesso tempo, I valori e le speranze in un paese moderno, riformato dalle fondamenta nel suo sistema pubblico inefficiente e corrotto, capace di accompagnare la grande energia vitale degli italiani, in grado di ridurre le diseguaglianze e le iniquità, di premiare il merito dei giovani e di riattivare l’ascensore sociale, forte nella sua capacità concreta (e non solo propagandistica) di estirpare le mafie vecchie e nuove, di riannodare la fiducia cittadina verso la giustizia, quella esercitata con equilibrio ed efficienza, nelle aule di tribunale e non sui giornali, questi valori sono maggioranza nel Paese e necessitano di rappresentanza politica. La morte del PD non mi lascerebbe attonito: ho assistito alla scomparsa improvvisa della Democrazia Cristiana e alla lenta agonia del più antico partito italiano. Sarebbe grave, invece, se questi valori fossero rappresentati soltanto da un populismo oscuro e giustizialista, fatto di buone intenzioni e pessimi profeti.

Per queste ragioni è necessario che da queste ceneri rinasca una forza politica intelligente, popolare e riformatrice, capace di leggere con occhi nuovi un mondo che è già cambiato, in grado di riannodare la relazione con la società e riavvicinare i giovani e i meno giovani all’impegno politico, che comprenda la rabbia della gente e che la orienti verso valori e comportamenti positivi.
C’è bisogno di un tempo di Pasqua per ricostruire questo meraviglioso paese.

*Presidente della Fundacion Eurosur