L’insofferenza di chi è non abituato a essere contraddetto e l’onere della popolarità

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone

Un politico si giudica per quello che fa per la collettività; un giornalista per ciò che scrive alla collettività. Il primo ha l’obbligo, confermato dal mandato elettorale, di agire e, tutt’al più, di rendere chiaro il proprio impegno, cosa che non consiste nell’essere fisicamente o virtualmente sui media, ma nel sostanziare la sua presenza di atti concreti che abbiano una ricaduta sul territorio. Il secondo ha il dovere di registrarne e renderne pubblica l’attività, senza ossequio e senza astio, nel rispetto dei fatti accertabili e dell’indipendenza del giudizio.

A volte, si sa, l’aspetto “spettacolarizzante” dell’attività politica prevale su quello di servizio per cui la visibilità, e una visibilità positivamente connotata, è cercata, inseguita, procacciata a ogni costo. La partecipazione compulsiva a trasmissioni, talk show, programmi radiofonici finisce per soffocare ogni altra considerazione e per alterare la misura del “potere” di un politico, falsandone il reale valore.

Nella società ipermediatizzata, ormai, risulta prioritaria la capacità di bucare lo schermo, potenziata dallo sguardo, diretto e spudorato, e amplificata dal tono della voce, ai limiti della capacità di assorbimento acustico dei decibel attivati. Non è neppure importante la disponibilità al sorriso, a volte secondaria rispetto alla quantità di bassezze che sei in grado di movimentare, quanto soddisfare la richiesta di hate che tiene incollata parte della popolazione. La stessa che prova piacere nel seguire le vicende di Kill Bill o le angoscianti avventure di Hunger Games. Una versione moderna, adattata ai tempi, delle lotte tra gladiatori, con conseguente polarizzazione degli spettatori. Durante le estenuanti dispute tra chi grida più forte e chi offende con maggior perfidia, titillata nella curiosità di scoprire come risponde l’urlatore o l’urlatrice di turno, la mente non segue più la logica dei pensieri ma è imbrigliata nel flusso irrazionale degli istinti. E allora ecco che alcuni politici diventino gli ospiti onnipresenti, privilegiati, che possano assicurare, nella corrispondenza alle aspettative di chi li invita, lo standard da mantenere. Fanno share, incuriosiscono, attraggono, disegnando un ouroboros eternamente immobile ed eternamente in movimento. E ripetendo ossessivamente lo stesso copione.
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Nunzia De Girolamo, all’interno di questo circuito mediatico, nonostante il volto mai così sorridente, continua a non suscitare particolare feeling: l’empatia è capacità di coinvolgere in un “idem sentire” e o ce l’hai o non te la puoi costruire in pochi giorni. Ultimamente, poi, non si sta neppure sforzando di offrire un’immagine elegante di sé: le continue incursioni nei tanti programmi televisivi, motivati non dalla necessità di contribuire alla delineazione di una vision politica, quanto dall’impellenza, inarrestabile, di dare voce alle lamentazioni per la mancata elezione, irritano perché danno il segno di ciò che il berlusconismo ha lasciato nella politica italiana. La semplificazione del linguaggio e la banalizzazione della discussione, il “redde rationem”, il costante ricorso al sarcasmo hanno irrimediabilmente inquinato il terreno del confronto politico da Berlusconi in poi e continuano a caratterizzare un modo di interloquire da cui, assolutamente, è necessaria un’emancipazione. Si ha bisogno di tornare a pensare alto, a parlare alto, ad agire alto.

Nonostante l’età, Nunzia De Girolamo appartiene al vecchio modo di agire. Il suo attacco ai quadri dirigenti di Forza Italia che l’avrebbero affossata, non garantendole il paracadute del plurinominale sannita, e l’incapacità di un minimo sforzo di autocritica sul fatto che sono stati, comunque, gli elettori a negarle il mandato, è povero di fierezza, quella che non si dimostra nel piglio aggressivo bensì nell’assumere con dignità i colpi della sorte. D’altronde, il vero coraggio è proprio nell’accettazione del possibile fallimento. Il rivolgersi petulante a Silvio Berlusconi come unico politico eccellente rende la sua una richiesta imbarazzante. E rimanda alla certezza che il potere, quello vero, è dietro la facciata. Nonostante le sue dichiarazioni.

Sarebbero stati, infatti, i quadri dirigenti di Forza Italia a non volerla: questo cosa implicherebbe? Che Berlusconi non ha più alcun peso nelle decisioni del suo partito e che è stato del tutto estraneo alla compilazione delle liste? E l’altezza del leader? Umiliato dagli stessi vertici di Forza Italia, ridotto a doverne subire le scelte, sconfessato nelle amicizie o nelle richieste personali!

In ogni caso, sotto il profilo politico, la risposta della De Girolamo alla giornalista Teresa Ferragamo che, tra tante altre critiche aspre - per usare un eufemismo -, le ha contestato la natura di “prezzemolina”, è stata, comunque, una brutta caduta di stile (Sul Vaglio.it se ne è già scritto, clicca per leggere) . La sua reazione, forse emotiva, nell’immediatezza della lettura delel forti aggettivazioni e delle critiche rivoltele dalla giornalista, ha fatto emergere l’insofferenza di chi è abituato a non essere contraddetto e non riesce a gestire l’onere, insieme agli onori, della popolarità. Ma la domanda importante che la vicenda ci costringe a porre è: “È stato questo un comportamento isolato, dettato dalla stizza del momento, o è il modo consueto di reagire a chi la critica? E se non avesse trovato una persona come la giornalista in questione?”. Bene ha fatto, naturalmente, Teresa Ferragamo a rendere pubblica l’e-mail, male Nunzia De Girolamo a spedirgliela.