Le parole di Diabaté sprone per l'intero ambiente calcistico prima di Benevento - Juventus: "Nulla è impossibile"

- Sport di Giovanni Festa
Cheick Diabaté
Cheick Diabaté

Si potrebbe assumere il volto soddisfatto di Cheick Diabaté al termine della gara contro l'Hellas Verona come 'logo' della caparbietà, resistenza, orgoglio della tribù sannita dedita al culto del dio calcio. Solo Matteo Salvini potrebbe obiettare su una fisionomia un po' distante dal richiamo classico, ma come al solito sarebbe in errore data l'universalità di certe caratteristiche. Le parole pronunciate dinanzi alle telecamere di Sky in un francese comprensibile anche a chi d'Oltralpe conosce solo il camembert o la tour Eiffel, tanta era la convinzione (c'è ancora da credere nella salvezza), il piacere (di stare a Benevento, di far felice i tifosi), il coinvolgimento (non ha inteso lasciare in anticipo il campo di gioco nonostante De Zerbi volesse avvicendarlo) dell'uomo e dell'atleta, vanno dunque nella direzione di una (ritrovata) fiducia e suonano da sprone per l'intero ambiente.

Soprattutto rappresentano uno 'spot' molto efficace, venute come sono alla vigilia di un vero evento sportivo per la città, l'ennesimo ma forse anche il più importante di questa serie A giallorossa. In contrada Santa Colomba, nella cornice di uno stadio da tutto esaurito, naturalmente, giunge la capolista, la squadra campione d'Italia, la società più titolata del calcio nazionale: è la prima volta che accade a Benevento, l'unico precedente in archivio del campionato essendo la gara d'andata, vinta in rimonta dai bianconeri (Higuain, Cuadrado) dopo il bel gol su calcio piazzato di Ciciretti nel primo tempo chiuso in un prevedibilmente illusorio vantaggio. Allora, a Torino, i giallorossi si presentarono forti di undici sconfitte in fila e già nelle vesti di vittima sacrificale, per quanto poi sul campo abbiano fatto il possibile.

Oggi “nulla è impossibile”, ha avuto modo di dichiarare dal video Diabaté, con un entusiasmo in grado di contagiare ma pure col cipiglio del guerriero Tuareg. Anche in questo caso Salvini potrebbe obiettare, rimarcando la supremazia nazionale, ma come al solito sarebbe in errore perché l'identità non la dà una carta.

Vale la pena, dunque, chiudere lasciando aleggiare le parole dell'attaccante maliano: sorprendono piacevolmente il tifoso, e non solo lui, per la dimensione da sogno evocata.