Bilancio della prima stagione in Serie A del Benevento - La maturità dei tifosi è stata il migliore risultato

- Opinioni di Giovanni Festa

Con quella particolare attitudine che rivela di possedere il 'caso', ecco che la retrocessione in serie B del Benevento matura, dando soddisfazione all’aritmetica, non direttamente al termine della gara sostenuta a San Siro col Milan, ma pur sempre al cospetto della compagine contro la quale i giallorossi, nel girone di andata, hanno colto il primo, storico punto nella massima categoria dopo la corona di spine di sconfitte in serie e di record negativi insostenibili al cospetto sia dell'ambiente (la totale estraneità del Benevento alla categoria), sia – soprattutto – del proprio, encomiabile, pubblico. No: tutto accade il giorno dopo. E se di quell'occasione al Vigorito se ne discusse in ogni dove, in particolare per l'exploit da goleador del portiere Brignoli che fissò il conclusivo pareggio proprio allo spirare del tempo di gioco, e addirittura si volle intravedere in essa con buona dose di fiducia una possibile occasione per rialzarsi dalla polvere, di questa a Milano si discuterà come dell’eccezione (la prima vittoria esterna, la gioia ad essa collegata) e della 'norma', cioè della logica conclusione di un percorso fra i grandi sempre impervio per la squadra del capoluogo sannita.

Almeno il 'caso' ha infine permesso che il (sostanziale) passo d'addio alla categoria avvenisse su un palcoscenico d'eccezione, la cosiddetta Scala del calcio, le cui assi – è vero - sono state calpestate nel ruolo di comparsa del torneo, però grazie alla rete di Iemmello favorendo l'accensione di una piccola fiamma per tener vivo, nel tempo, il fuoco della memoria da trasmettere ai nipotini.

Dunque, lo spezzatino televisivo (il risultato del Crotone – sempre loro! - nel pomeriggio domenicale) ha dettato il (s)conforto matematico della retrocessione in serie B del Benevento. Le belle immagini che hanno meritatamente fatto il giro del Paese qualche giorno fa, con quegli applausi scroscianti dalla curva del Vigorito verso la squadra giallorossa appena schiaffeggiata in casa dall'Atalanta e poi l’abbraccio e i saluti e le lacrime di San Siro, hanno davvero avuto il sapore dell'addio festoso alla categoria: la prossima volta (domenica contro l'Udinese) che gli atleti di De Zerbi incroceranno il formidabile tifo amico, infatti, saranno già al piano di sotto in via ufficiale.
***

La retrocessione, invero, è stata concepita il 9 giugno 2017, all'indomani della vittoria decisiva col Carpi. La sua gestazione, invece, è avvenuta nel corso dell'arida estate di mercato e ritiri. Il parto naturale va registrato in prossimità del Ferragosto, quando, in Coppa Italia, il Perugia si ritrovò a passeggiare in contrada Santa Colomba rifilando quattro pappine - non alla squadra ma al pubblico. Per la ratifica si sono rivelati sufficienti alcuni turni del girone di andata, sfociati poi in brutti primati negativi.

Ora, in sede di bilancio va certo compreso il doppio binario emozionale su cui ha viaggiato l'esperienza, storica comunque, del Benevento nella massima serie del calcio nazionale.

Da un lato un sentimento di gratitudine verso chi ha permesso il raggiungimento di tale traguardo (il presidente Oreste Vigorito), ma anche la soddisfazione 'estetica' fornita dall'opportunità di banchettare al medesimo tavolo con commensali al più visti da lontano o filtrati da uno schermo televisivo, e l'orgoglio per essere attori, pur se non di primo piano, di uno spettacolo di qualità.

Dall'altro, più semplicemente, un senso di frustrazione sportiva alimentato dalla lunga teoria di risultati negativi, in tale definizione comprendendo l'insufficienza tecnica e tattica. Che ha funzionato, giornata dopo giornata, come una dose di veleno inoculata nell'entusiasmo dei sostenitori, per fortuna non riuscendo a spegnerlo mai in via definitiva.

Va quindi scelta, alla fine, la chiave di lettura: annata negativa, anche perché la concorrenza per non retrocedere e, più in generale, la parte medio-bassa della classifica non è che abbia ospitato eccellenze; annata positiva, per il solo fatto di “esserci stati”, in serie A.

Il dilemma è comprensibile, non esistendo una via di mezzo, né mezze verità.

Aiuta la narrazione stagionale la stesura di brevi capitoli firmati Oreste Vigorito:

“Per noi inizia un viaggio nel celeste, proveremo a farci notare” (26/7/2017);

“Di una cosa sono certo: resteremo in serie A, perché noi non molliamo” (9/11/2017, dopo la gara di andata con la Juventus);

“Non possiamo fare altro che ribadire di essere arrivati in questa categoria con molta buona volontà, ma forse un po' impreparati” (10/4/2017, dopo la gara di ritorno con la Juventus).

Dunque la retrocessione ha paternità precise, emerse fra le righe a poco a poco: il presidente, il primo tecnico (Baroni), il primo direttore sportivo (Di Somma) hanno assemblato una vincibile armata che, al netto delle inferiorità palesi, ha peccato in alcuni casi pure di inesperienza e che, poi, sì è cercato di sollevare dal fondo a metà del guado con quelle operazioni di mercato mal condotte mesi prima, riuscendo almeno a salvare la faccia. Da questo momento si è meglio delineata la personalità ma non sono scomparsi alcuni narcisismi tecnici (a cura del sostituto De Zerbi), pur essendo cresciuta la considerazione degli avversari (talora anche di facciata, utili a ridurre l'impatto di eventuali delusioni).

In questo stato confusionale, però, arricchito da episodi solo a prima vista marginali (affaire Lucioni), s'è fatta strada la maturità del tifo beneventano, che ha 'perdonato' tutto e ha opposto il meglio di sé al peggio talora venuto dal campo di gioco. Riuscendo nell'impresa di rendere complementari delusione e piacere. Trovando infine nella riconosciuta maturità e nel rispetto almeno degli sforzi societari quell'elemento di cerniera fra gli opposti in grado di lenire l'amarezza del risultato sportivo e mantenere comunque aperto uno spiraglio di fiducia per il futuro cadetto.