I musulmani sono tanti e molto diversi tra loro. E quelli che non si sono detti Charlie

- La Metro eccetera di Gian Michele Pedicini

Quella di domenica è stata una giornata di grande importanza per la Francia, e non solo, per lo svolgersi di una marche républicaine che ha coinvolto circa 4 milioni di cittadini. Il motto “Je suis Charlie” ha voluto riassumere la solidarietà e il dolore per le perdite avutesi nei tragici avvenimenti dei giorni scorsi. Abbiamo avuto modo di documentarci in queste giornate, di seguire, di vedere, di leggere, di avvinarci a un soggetto la cui genesi non è poi così vicina, dallo svolgimento non privo di luci ed ombre. Dalla fine osservazione antropologica dell'acutissimo etnologo Salvini, per il quale in Italia ci sarebbero milioni di musulmani “pronti a sgozzare” gli infedeli, siamo passati finalmente a posizioni lucide e sensate, come quelle prese su "Internazionale", in cui si è cercato di superare anche il rassicurante ma inconsistente binomio musulmani cattivi contro musulmani buoni. Ha scritto Luisa Ciffolilli: “I musulmani nel mondo sono circa 1,6 miliardi, cioè il 23% della popolazione mondiale. Il 13% vive in Indonesia (il paese musulmano più popoloso), il 25% nell’Asia meridionale, il 20% in Vicino e Medio Oriente e il 15% nell’Africa subsahariana. Ma i musulmani vivono anche in Europa, Cina, Russia e Americhe.

Come è possibile, dunque, pensare all’islam come a un blocco unico? Come non immaginare che un musulmano o una musulmana che vive a Parigi si comporti, si vesta, mangi in modo diverso da un musulmano o una musulmana che vive a Giacarta?”. Il corteo di Parigi di ieri ha visto unirsi le numerose diversità che compongono la Francia, radunate però da una sostanziale adesione all'unità dei valori repubblicani. Una molteplicità di bandiere, in una rappresentazione del mondo che va dalla Spagna a Gibuti, si è incontrata ieri a Place de la République, per dar vita a un corteo a cui hanno partecipato, tra gli altri, anche delegazioni e capi di stato non proprio celebri per la propria affezione alla libertà d'espressione.

In seconda fila – in prima fila, al centro, il posto era già stato preso da Angela Merkel – si è potuto scorgere il Premier Renzi, mostratosi molto solidale nei giorni scorsi, tanto che i più maliziosi hanno voluto vedere nel suo impegno addirittura la volontà di rendersi un po' più conosciuto oltralpe, non avendo lui neanche lontanamente scalzato Berlusconi in fatto di notorietà. Le delegazioni estere sono state accolte da François Hollande all'Eliseo, prima di mettersi in marcia alla testa del corteo. Alle spalle del presidente senza più consenso, si sporgeva Nicolas Sarkozy, bramoso di reinstallarsi nella sua antica dimora. Sarkozy ha accolto numerosi ospiti insieme a una infreddolita Carla Bruni, sorridente ai capi di stato sulla soglia con fare da matrona.

Domenica nelle piazze i manifestanti hanno esposto anche striscioni che recitavano “Je suis juif”, “Je suis flic” (sono ebreo, sono un poliziotto) per ricordare le altre vittime degli attentati. Intervistato in un canale televisivo francese, il rabbino Batou Hattab, padre di una delle vittime del sequestro del supermercato kosher parigino, il ventunenne Yoav Hattab, studente di marketing a Parigi, ha dichiarato di non aver mai avuto problemi di discriminazione né paura di gesti intimidatori nel suo paese nativo, la Tunisia. Le reti televisive francesi hanno da subito combattuto il rischio della generalizzazione, della amalgame, evitando il proliferare del panico islamofobo. La comunità ebraica è una componente importante della società francese; si stima, tuttavia, che circa 6600 ebrei abbiano lasciato la Francia nel 2014 per trasferirsi nello Stato di Israele, non considerando più la Francia un paese per loro sicuro. I servizi segreti francesi, stando a quanto dichiarato da Hollande, avrebbero già sventato diversi attentati nei mesi precedenti alla strage.

Alcuni esperti che si sono espressi sul doppio sequestro e sulla strage avvenuta nella redazione di Charlie Hebdo, hanno confessato di aver prefigurato già da tempo possibili scenari ben peggiori.Non tutti, però, in questi giorni sono Charlie: contrariamente alla maggioranza, non hanno intenzione di dire je suis Charlie né Jean-Marie Le Pen, né Tariq Ramadan, scrittore e professore universitario, punto di riferimento del dibattito contemporaneo sui musulmani d'Europa. Se il fondatore del Front National non ha voglia di condividere “lo spirito anarco-trotzkista” del settimanale satirico francese, Tariq Ramadan afferma di non apprezzare “l'umorismo vile e a volte volgare di Charlie Hedbo”, preoccupato soprattutto dal processo di normalizzazione che l'islamofobia starebbe vivendo nel vecchio continente. Tutto ciò, certamente, senza che una ferma condanna dell'attentato sia però messa in discussione.

L'attenzione ora è rivolta al prossima numero di Charlie Hebdo, che sarà in edicola mercoledì. Delle nuove vignette su Maometto sono state già annunciate per il prossimo numero. “La cosa strana”, hanno dichiarato i redattori sopravvissuti alla strage, “sarebbe se dopo 22 di Charlie Hebdo uscisse un numero senza vignette sul Papa, su Gesù, sui rabbini o su Maometto”.