L'esempio di civiltà dato dalla tifoseria giallorossa e l'inciviltà di troppi beneventani in città

- Opinioni IlVaglio.it

C’è un grado di consapevolezza sconosciuto ai più, nei tifosi della Curva giallorossa, e più in generale dello stadio. Come, infatti, giudicare – ad esempio - lo striscione esposto in occasione della recente gara interna con l’Udinese che ha ricordato la precoce scomparsa del piccolo Alfie, involontario protagonista di un caso mediatico originato dalla ‘solita’ contrapposizione etica e civile in tema di fine vita? “Dove c’è amore c’è vita. Alfie vive”, recitava la scritta, in inglese – data la nazionalità del piccolo -, apparsa nel settore dello stadio Vigorito. “Una frase toccante che mostra ancora una volta la sensibilità della tifoseria”, ha commentato Ottopagine.

Eccoli, quindi, i supporters di uno sport popolare schierarsi questa volta dalla parte, oltre che della propria squadra, anche della vita, emozionarsi al pari di folte schiere d’opinione pubblica alla vicenda ed alla sofferenza di piccolo e genitori, fare (nel bene o nel male) una scelta di campo. Rispettabile, naturalmente. E d’altra parte simile episodio dovrebbe servire a infoltire e impreziosire il ‘curriculum’ della tifoseria beneventana, mai come quest’anno di serie A salita alla ribalta delle cronache e dell’ambiente per il suo comportamento esemplare. Comunque la si pensi sullo specifico e controverso tema, insomma, resta il dato di una condotta da portare ad esempio.

Eppure non si può gioire fino in fondo per via di un ribaltamento di ruoli a prima vista davvero inspiegabile. Molto spesso attorno ad un pallone ha ruotato una sorta di disarmonia, s'è coagulato un modello di caos. Qui è accaduto esattamente il contrario, come se il vero volto della comunità locale da esportare all’esterno, veicolato dalla cassa mediatica del massimo campionato dello sport nazionale, fosse appunto questo, dai tratti gentili, partecipi, educati alla socialità edificante del tifo ed improntati pure a una attenta partecipazione e ad un motivato interesse a ciò che lo circonda oltre il fossato di un campo di calcio – come appunto s’è visto nel caso eclatante di Alfie.

Il paradosso è quando si volge lo sguardo entro i confini ‘propri’, peraltro tracciati dalla (sacrosante) parole non di una persona qualsiasi, bensì del primo cittadino, Clemente Mastella. Insomma, il calcio come un lavacro, un “controcanto”.
Ma come?
In questo calcio, sempre additato come possibile fiammifero svedese capace di accendere in un amen bassi e primordiali istinti (Liverpool è dietro l'angolo della memoria, per esempio, e niente male anche l'assalto ultras avvenuto sull'A2...), ci comportiamo – da beneventani – in maniera così diligente al punto d’essere visti come vanto nel Paese (maiuscolo), e nel paese (minuscolo, Benevento) talora prevale – lo dice Mastella, ma lo si può valutare spesso, troppo spesso con i nostri occhi - “l’inciviltà di alcuni concittadini”, la “scostumatezza e maleducazione”?

Naturalmente i due segmenti sociali (appassionati di calcio da una parte e comunità cittadina dall'altra) non sono sovrapponibili. Se lo fossero – almeno guardando all'immagine - parrebbe che Benevento indossi il vestito buono giallorosso sopra la coscienza sporca...