Riflessioni a freddo dopo le stragi di Parigi: interessi politici, Islam e la democrazia che è problematica anche per l'Occidente

- Effetti collaterali di Giovanni Barra
Manifestanti dopo le stragi in Francia
Manifestanti dopo le stragi in Francia

Il cuore ancora emorragico di Parigi e le briciole non più visibili delle torri gemelle newyorkesi sgretolano ogni incauta sentenza sulla fine della storia, costringendo il mondo occidentale a fare inevitabilmente i conti con il proprio rimosso.Si potrebbe discutere sulle mancanze dell'intelligence francese nel far circolare indisturbati tre esponenti della filiera di Al-Qaeda sul proprio territorio nonostante le esortazioni alla vigilanza dei servizi segreti algerini, oppure della parata istituzionale di audaci libertari last minute, ma esigenze di approfondimento e contestualizzazione consigliano di rivolgermi al nucleo pulsante della questione: lo scontro di civiltà. In tal senso, cedere a tentazioni forcaiole, uguali e contrarie a quegli impulsi che sono alla base del bigottismo stragista, non servirebbe a nulla. Ma sarebbe, forse, ancor meno producente il limitarsi a un semplice allineamento, quantunque misurato, al coro dei distinguo, secondo cui il credente ordinario non è assimilabile all'integralista dissennato.

Il punto, infatti, è che quest'ultimo passaggio va necessariamente giustificato a causa di urgenze di chiarificazione, poiché troppo spesso lo si consegna, accantonando la sociologia, a retoriche sloganistiche. In primis, l'islam, nel suo dispiegarsi in termini storico-geografici, non costituisce un apparato monolitico, bensì una costellazione estremamente ramificata di correnti religiose e stratificazioni socio-culturali (in alcuni casi dichiaratamente laiche) e, già questo argomento, dovrebbe scoraggiare, laddove l'onestà intellettuale regnasse sovrana, interpretazioni demonizzanti e facilone di stampo dualistico (musulmani contro giudaico-cristiani). In secondo luogo, i paesi più colpiti dalle frange fondamentaliste nonché mediaticamente meno attenzionati, sono disgiunti sia dall'area europea che da quella nordamericana, il che fa riflettere su come, al di là degli intenti programmatici del Daesh (lo stato islamico), ci sia una lotta intestina alla galassia islamica ben più dura che sul fronte esterno.

Purtroppo però, resta il problema delle difficoltà di fusione relative al tasso di compatibilità di costrutti culturali comunque distanti, pur prescindendo da sciacallaggi propagandistici, sbalorditive crociate rovesciate inneggianti al motto "kebabbari di tutto il mondo unitevi” e narrazioni storiche imperniate sull'identificazione di un asse del male in qualità di assemblaggio di "stati canaglia”. Tematiche che, nell'orizzonte multiculturale che va dischiudendosi e alla luce della barbarie consumatasi presso la redazione di "Charlie Hebdo", non possono essere più ignorate.In poche parole, sono conciliabili l'idea di democrazia e una lettura coranica pedissequamente applicata, quindi non filtrata da tradizioni esegetiche moderate più inclini a una separazione tra potere temporale e spirituale?

Avere una risposta risolutiva sarebbe importante tanto per ragioni di coesistenza pacifica, quanto per eventuali esportazioni di democrazia demilitarizzate. Perché è un dato di fatto che nei paesi in cui la popolazione è prevalentemente di fede islamica gli assetti democratici faticano a consolidarsi.Ad esempio, nell'andare a trattare il tema della scaturigine delle idee democratiche, Jacques Derrida individua, sebbene la sua non sia una posizione monogenealogica, un'importante componente cristiana teologicamente prosciugata. Infatti, affermando che “già in greco la democrazia è un concetto inadeguato rispetto a se stesso” , addebita alla chiesa protocristiana, impostata su un egualitarismo dallo spettro più ampio, una maggiore affinità con gli sviluppi subiti dal concetto di democratico in senso illuminista (per le città-stato elleniche, accantonando una certa vulgata storiografica, l'espressione “oligarchia democratica”, in effetti, è senz'altro più corretta:.

Pur tuttavia, nell'illustrare la sua idea processuale e mai ultimabile di democrazia, il riferimento al cristianesimo, più che fondarsi sull'organizzazione di quelle prime comunità attinenti al paradigma giudaico-cristiano, nasce invece da quell'etica iperbolica ricavabile dal comandamento “ama il tuo nemico”. Quindi, la democrazia, secondo Derrida, si offre come perennemente precaria, poiché legata per principio all'accoglienza di istanze a essa ostili: l'antidemocratico che accede paradossalmente al voto, i cortocircuiti conformi a un concetto di cittadinanza elasticizzabile, l'inglobamento di raccoglitori culturali apparentemente in conflitto con i principi democratici, l'aggregazione forzata di individui tenacemente asimmetrici, gli scivoloni populistici e altri fenomeni borderline, offrono un quadro poco confortevole e non semplicistico del destino della democrazia e della sua esportabilità.

Se è vero che un tale sistema di governo – mai cristallizzabile in un'unica forma definitiva – sia fortemente legato alle fonti primarie della civiltà occidentale, questa lettura non compromette la trasferibilità, sic et simpliciter, della democrazia in altri contesti?

Globalizzare il mercato non vuol dire che la logica dell'import-export sia applicabile consequenzialmente anche a libertà di conio non economico. Ora, per garantire un contraddittorio, segnalo come queste affascinanti tesi troverebbero un probabile detrattore in Kelsen che, sottolineando il quietismo politico operato dalla rivoluzione spirituale cristiana, vede rivelata l'inconciliabilità tra democrazia e assolutismo dogmatico nel rapporto tra Pilato e Gesù: da una parte l'esponente di una ricerca scettica, che deve comunque riconoscere il volere sempre fallibile di una maggioranza, dall'altra il detentore del pieno possesso della verità sottratta al dubbio e al consenso. Ciò che però bisogna sempre tener presente, è che entrambe le prospettive genealogiche non si sganciano in alcun modo da un forte attaccamento al laicismo per quanto concerne gli sviluppi successivi dell'egualitarismo politico.

Gli anticlericali stiano quindi tranquilli e non vedano in Derrida un antilluminista. E, in tal senso, bypassando magari per un momento l'eterogenesi della democrazia, non sono poi così convinto che l'islam sia irrimediabilmente danneggiato da una tara genetica che lo condannerebbe a espressioni politiche di stampo teocratico. Ho il sospetto, invece, che una certa interpretazione coranica, fortemente tradizionalista e poco propensa alla secolarizzazione, stia tentando di egemonizzare il discorso politico, a più livelli, all'interno della macroarea musulmana, impedendo così, anche con la forza, che concezioni alternative e magari più conciliabili con lo svolgersi di principi democratici, fruiscano della medesima visibilità; il paradosso di una simile situazione, tra l'altro, è che siano proprio nazioni come l'Arabia Saudita, tollerata dalla comunità internazionale per tornaconti economici nonostante la propria allergia ai diritti umani, a costituire la vera fucina della guerra santa globale.

In conclusione, siamo così sicuri che l'occidente, a sua volta, sia sufficientemente maturo per l'idea di democrazia? Oppure anche i paesi che si comprendono in quanto illuminati devono fare i conti con le degenerazioni interne legate a quel sistema di governo che vogliono promuovere come il migliore possibile, al punto da farne un brand?

Il voto di scambio, le lottizzazioni, l'offerta politica direzionata dal marketing elettorale e, soprattutto, le formazioni partitiche come oligopoli rispondenti a interessi lobbistici, non delineano forse uno scenario più problematico di quanto un etnocentrismo autocelebrativo voglia farci credere?

La dimostrazione di tutto ciò, a mio avviso, è riscontrabile ancora una volta proprio in quelle ipocrisie legate alla libertà d'espressione, la quale diventa arruolabile nel discorso politico ormai solo quando sanguina.