I giovani di oggi e De Andrè, per orientarsi nel disorientamento: presentato a Benevento il libro sul cantautore

- Cultura Spettacolo di alessio zarro ievolella

Fra tutti i formidabili artisti che la grande stagione del cantautorato italiano ha prodotto nel secolo scorso, Fabrizio De Andrè è sicuramente oggi il più noto e riproposto. Il suo tornar sempre di moda, però, più che rendergli giustizia, rischia di appiattirne la figura e i motivi sotto il fascino consolidato dei brani più noti o sotto alcune, semplicistiche etichette culturali che spesso si sovrappongono alla sua complessità senza tempo. Proprio quando Faber torna di moda per l’ennesima volta, allora, una rilettura critica si impone a qualunque generazione voglia in lui trovarsi e ritrovarsi. Il volume “Faber: dietro i testi, dentro la storia” di Mario Martino e Miriam Viscusi, edito da Arturo Bascetta Editore, riparte dai testi - molto conosciuti, ma forse poco capiti - dell’anarchico genovese per tratteggiarne, ancora una volta, l’inesauribile figura umana, artistica e intellettuale. Alla presentazione, avvenuta a Benevento, nella Sala consiliare della Rocca dei Rettori, sono intervenuti, oltre all’autore Mario Martino (assente Miriam Viscusi, all’estero), Carlo Panella, direttore del Vaglio.it ed Ernesto Razzano, critico musicale. Presenti il vice presidente della provincia Francesco Maria Rubano e il sindaco di Ceppaloni Claudio Cataudo per i saluti istituzionali. Ha moderato la giornalista Anna Liberatore.

Il primo intervento è stato affidato a Carlo Panella, che ha dichiarato subito la profondissima intesa che lo lega a De Andrè: “Ho sessant’anni, da cinquanta lo ascolto e da quaranta lo suono. Lo considero come un parente, una persona che non è un altro da me, ma che ha vissuto come e per me. In direzione ostinata e contraria”. Poi un elogio della tempra del libro: “Plaudo a quest’opera coraggiosa fatta da persone che erano appena nate quando Fabrizio se n’è andato”. Il coraggio, secondo il direttore del Vaglio, sta soprattutto nell’aver saputo proporre una selezione circoscritta di brani e tematiche - diciassette canzoni e quattro capitoli: l’uomo, la protesta, l’amore, gli ultimi - a fronte del “mare magnum di una sterminata produzione”.

Panella si è addentrato in una generosa e puntuale analisi di alcuni testi deandreiani, articolata tra citazioni, interpretazioni e significativi riferimenti biografici e autobiografici. Sullo sfondo il continuo parallelismo con Gesù e l’attenzione verso gli ultimi, gli scarti, i reietti, coloro che la società non giudica abbastanza degni perché matti, sporchi, vili o ribelli. Motivo che ha riletto attraverso una citazione di Terenzio, depurandolo così dalle eventuali scorie della falsa compassione borghese: “ ‘Sono un essere umano, nulla che è umano a me è estraneo’. Dunque De Andrè si è messo nella condizione di non giudicare nessuno. Era forte con i forti e debole con i deboli, mentre oggi - anche in questa città - la parola d’ordine è il contrario”.

Ha continuato con l’elenco dei brani a cui non avrebbe rinunciato nel libro e un appunto filologico riguardo “la buona novella, che - secondo gli autori - avrebbe sorpreso rispetto all’approccio di un ateo a Gesù”. In realtà, ha spiegato Panella, “che il rapporto di De Andrè con Gesù fosse intenso e importante lo si era capito già due o tre anni prima”. La conclusione ha riguardato l’ingenuità professata dal cantautore in contrapposizione alla furbizia dominante: “L’ingenuità di De Andrè è ancora un valore, il suo andare contro corrente è ancora un valore. E’ questo che il libro di Mario e Miriam può insegnare”.

Dopo Panella ha preso la parola Ernesto Razzano, che ha proposto una contestualizzazione preliminare del cantautorato nel periodo che ne ha segnato la fortuna: “Più che partire da De André, in questo intervento pensavo di arrivarci. De Andrè fa parte di una generazione nata durante o dopo la seconda guerra mondiale. Ha avuto l’opportunità reale, nei successivi trent’anni, di costruire un ascolto, un pubblico. Come è avvenuto anche per Bob Dylan in America. La protesta non era una scelta artistica, ma un’esigenza sociale di quel periodo. E i cantautori, proprio perché lavoravano sulla parola, diventarono un riferimento importante”.

Inquadrare il cantautorato in una stagione di protesta sociale, però, vuol dire anche dover considerare criticamente l’identificazione, più o meno forzata, degli artisti con una fede politica particolare: “L’interpretazione politica di De Andrè è molto complessa e secondo me non può essere risolta includendolo in questo o quello schieramento. Lui stesso ha dichiarato di non volere addosso nessuna etichetta. E purtroppo in quegli anni l’etichetta ha contato molto per l’approvazione di alcuni cantautori. Se ne sono persi di bravissimi soltanto perché non erano considerati dalla parte giusta, e ne sono stati sopravvalutati altri perché lo erano”.

Razzano ha evidenziato l’abissale differenza di questa floridissima stagione musicale con il presente: “Da allora è cambiato il modo di ascoltare la musica. Oggi una canzone di cinque minuti si ascolta in due minuti e mezzo. E i cantautori sono quelli più penalizzati. La velocizzazione della comunicazione, a tutti i livelli, esclude la pazienza necessaria per capirne la poetica”. Poi alcune parole sull’originalità del poeta genovese, troppo spesso “considerato sbrigativamente un derivato di Brassens e della tradizione francese” e sull’incontro con la PFM, che “si inscrive nel percorso globale della world music”. “Un libro su De André - ha concluso - è molto stimolante per rianalizzare tutto questo. Leggendolo ho avuto molti spunti. Credo che se dopo tanti anni si riesce ancora a poter discutere di storia, di musica, di cultura, grazie a De André, è perché ha colto in pieno il senso del cantautorato, nella posizione che gli spetta all’interno della società”.

Mario Martino ha esordito apprezzando i suggerimenti offerti dagli interventi precedenti: “Penso che la modernità di De André, come ha detto Carlo, stia nella capacità di disorientare e allo stesso tempo orientare, che è un po’ il motivo per il quale secondo me riesce a coinvolgere principalmente i giovani. Secondo me i giovani cercano in lui quel disorientamento che vivono, e soprattutto vogliono che da quel disordine nasca un’idea precisa, che poi credo sia quella della direzione ostinata e contraria. Purtroppo è un’idea che non paga, quindi lo ascoltano anche per trovare un po’ di consolazione: quella di chi non vince mai”. In tal senso, “Storia di un impiegato è l’album che ci ha rappresentato di più. Mi ha lasciato tanto e ha cantato tanto anche di me. Non ci ho letto solo una parabola di protesta o politica, ma di vita: partire dal disordine e ordinarlo per portare avanti una propria rivoluzione, a prescindere da come si conclude”.

In seguito qualche precisazione sui brani e i temi scelti, ovvero sull’aver dovuto necessariamente lasciar fuori qualcosa. “Secondo me De André viene da molto lontano: viene da Gesù, dal quale poi è ritornato. Lui definiva Gesù il primo dei rivoluzionari. Non abbiamo affrontato il tema della fede perché troppo vasto e complesso da analizzare senza un’adeguata preparazione”. L’autore ha concluso con l’attualità di Faber: “A me colpisce molto l’attualità degli ultimi. Gli ultimi di cui parlava Faber sono gli stessi che ci sono anche ora. Siamo a quarant’anni dalla legge Basaglia sulla chiusura dei manicomi e in realtà i manicomi ancora esistono. I matti, i gay, le puttane di cui parlava Faber sono ancora gli ultimi della società. Credo che tutta l’Italia sia ancora un’enorme via del Campo”.
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Mario Martino - Classe 1995. Dottore in Lettere Moderne e attualmente iscritto alla laurea magistrale binazionale italo-tedesca "LIDIT" (Linguistica e Didattica dell'Italiano nel contesto Internazionale). Giornalista di “Cronache del Sannio”, addetto stampa e responsabile cultura di ASC Confcommercio. Collabora con Teatri e Culture, DerivatiSanniti e Palcoscenico in Campania. Allievo dell'Accademia di Santa Sofia e membro dell'Associazione culturale-filosofica “Stregati da Sophia” e della Società “Dante Alighieri” - Comitato di Benevento; membro di giuria del Concorso letterario "Racconta il tuo sud in un tweet" dell’Unisa. Ha pubblicato articoli su riviste e giornali nazionali, quali ZetaNews.it e Notiziare.it.

Miriam Viscusi - Classe 1996, è laureata in Economia e Scienze Sociali. Dopo aver collaborato con DerivatiSanniti.com, ha fatto parte di una web radio universitaria di Trento. Ha all’attivo due workshop, di giornalismo e di radio; un Erasmus in Finlandia ed un tirocinio in Marketing ed Eventi a Berlino.