Le verità romanzate del caso Moro e le maschere tuttora indossate

- Opinioni di Franco Bove

Abbiamo potuto assistere alla rievocazione dell’uccisione di Aldo Moro attraverso la RAI in tre modi diversi. Sul canale nazionale una fiction ha presentato il presidente della Democrazia Cristiana essenzialmente come un uomo di studi dal tratto paterno, ispirato da un umanitarismo pluralistico, attento alla formazione dei giovani e alla pace sociale. Sul terzo canale Michele Santoro, attraverso una messa in scena a metà tra il talk show e la rappresentazione teatrale, lo ha posto al centro di trame di potere complesse, ambigue e inestricabili. Infine Paolo Mieli sul canale 54, interrogando alcuni storici di professione, ha cercato di ridurre il tragico evento del 1978 ad una questione prettamente interna alle inquietudini e alle tormentate vicende italiane di quegli anni del Novecento. Infatti due anni prima del processo delle Brigate Rosse e del conseguente delitto, nel film “Todo Modo” di Elio Petri la figura di Moro era stata adombrata dalla recitazione di Gian Maria Volontè in modo nettamente negativo, lasciando intendere che, dietro l’espressione conciliante e bonaria, nascondesse un’infinita sete di potere e di dominio.

Nel film, sequestrato dopo un mese dalla sua uscita, si sosteneva che non ci fossero differenze tra buoni e cattivi nel partito di maggioranza e che bisognasse processarne tutti i componenti indistintamente. Opinioni così aspre scaturivano dal pessimismo diffuso, soprattutto nel mondo studentesco e tra gli intellettuali di sinistra, che interpretavano quella difficile fase come una crisi profonda da cui si poteva uscire solo mediante rivoluzionari cambiamenti, cui si opponevano i partiti del cosiddetto arco costituzionale. A queste posizioni radicali corrispondeva anche uno stato di crescente insoddisfazione e agitazione del mondo operaio. Il periodo della crescita economica era ormai alle spalle e, almeno dal 1968, era emersa in Europa, insieme ad una vivace spinta libertaria, una decisa disaffezione verso l’ordinamento democratico liberale, soprattutto da parte dei giovani.

In Italia questo movimento riprendeva, però, schematismi ideologici del dopo guerra a lungo latenti dentro l’articolata e apparentemente coesa organizzazione del comunismo peninsulare. Queste forze per così dire dormienti, sulla scia di Bordiga, consideravano la Repubblica scaturita dalla Costituzione peggiore non solo dello Stato costituzionale post unitario, ma anche del regime fascista. Un tale milieu culturale e politico non è stato, però adeguatamente approfondito nelle rievocazioni. In esse sono ritornati, invece, oltre alle modalità dell’agguato in via Fani, i vari aspetti della contrapposizione tra i pochi fautori della trattativa con i sequestratori e coloro che vi si opposero rigidamente fino all’ultimo in nome della dignità dello Stato democratico, causando la morte del prigioniero.

Tra questi ultimi e le Brigate Rosse ci fu uno scambio di frasi solenni, roboanti, intrise di consapevolezza dell’alta funzione da ciascuno degli interlocutori pretesa. Da una parte si disse che lo Stato non poteva piegarsi al ricatto dei brigatisti senza legittimarne l’azione e senza far perdere credibilità alle istituzioni. Dall’altra si dichiarò di aver colpito al cuore lo stato servo dell’imperialismo e di averlo messo in ginocchio.

Eppure proprio questo genere di retorica dal carattere troppo astratto ed estremo avrebbe dovuto suscitare dubbi. Chi fa simili affermazioni intende in genere deviare l’attenzione dell’ascoltatore e del lettore dalle questioni molto meno esaltanti o non confessabili di cui si sta concretamente occupando. Ovviamente nemmeno si può escludere che ci fosse sincerità nell’enfasi e che l’assoluta indiscutibilità delle attestazioni celasse solo mediocrità intellettuale altrettanto estrema. Nella storia molte delle atrocità perpetrate in nome di ragioni e principi ritenuti ineludibili sono derivate da ottusità, follia, istinti omicidi, calcolo bieco e carenza di vera intelligenza politica. Dopo aver commesso un atto violento si trova, poi, sempre una giustificazione o meglio un alibi di presunto contenuto morale, insomma un modo obliquo per dare dignità al misfatto.

Pretendere la verità dagli autori di gesti cruenti e spietati è dunque ingenuo. La verità, del resto, non è alla portata di tutti e, nel caso specifico, raccontarne anche dei frammenti comportava dei rischi superiori anche alla prigione. Comunque i fatti particolari della vicenda non bastano a tratteggiarla nella sua interezza, anche perché gli attori del dramma sembravano più temerla che volerla e i sopravvissuti nelle loro esternazioni, anche le più orgogliose, tendono tuttora ad aggirarla.

I politici al momento del funerale senza bara apparvero spettrali, disorientati e quasi paralizzati dai dubbi, mentre il sofferente papa Paolo VI ammetteva per la prima volta l’indifferenza di Dio verso le preghiere. Nessuno mostrava di aver capito quale fosse il nemico da temere davvero e per chi e per cosa fosse stata sacrificata la vita di Aldo Moro, visto che lo Stato in momenti cruciali aveva più volte mostrato duttilità, se non cinismo di comportamento (dalle amnistie post belliche alle trattative per i rapimenti).

Da parte loro i protagonisti del sequestro recitavano la loro parte in maniera quasi surreale e si faceva fatica a credere che fossero ciò che dicevano di essere. Su tutti, infatti, gravava il peso dell’accordo di Yalta, che allora limitava drasticamente l’autonomia decisionale delle nazioni europee occidentali e d’oltre cortina. Questo patto, ingiustamente punitivo per le popolazioni, storicamente libere, della Polonia, dell’Ungheria, della Cecoslovacchia e dei Balcani, impedì nelle elezioni italiane del 1948 un sereno e autentico confronto di idee tra il Fronte Popolare e la Democrazia Cristiana. Pose le premesse per una forzata, parossistica divisione tra i contendenti di tipo ingannevolmente etico-politico (durata fino ad oggi), e rese velleitaria qualsiasi speranza di alternanza al governo dei due fondamentali schieramenti parlamentari, nonché di cambiamento sostanziale dei disegni di sviluppo.

Moro aveva ben chiaro che questa artificiosa imperfezione del sistema democratico provocava degrado nella vita politica e amministrativa e, probabilmente, avrebbe portato nel tempo al peggioramento delle condizioni del bilancio statale e alla delegittimazione dei partiti di governo. Egli, incline alla mediazione, già nella fase costituente aveva intuito che c’erano i margini per superare quel muro di ostili parole d’ordine elevato dopo l’esclusione delle sinistre dal governo di De Gasperi e che la sostanza delle aspettative sociali era ben altra. Il suo programma di associazione al governo del PCI puntava all’attenuazione delle contrapposizioni ideologiche, all’evoluzione della vita democratica, al ridimensionamento dei poteri delle correnti del proprio partito e ad una più ampia collaborazione allo sviluppo economico.

Il viaggio che fece appositamente in America tendeva a rassicurare il potente alleato sulla reale portata della sua iniziativa. Si sostiene che Kissinger nella circostanza lo abbia trattato freddamente e addirittura minacciato. Ma, indipendentemente dalle incomprensioni da lui effettivamente incontrate, è difficile credere che un uomo cauto di natura, come senza dubbio era il presidente della Dc, si proponesse di incrinare gli equilibri internazionali. Peraltro gli americani sapevano già allora che il blocco sovietico cominciava a dare segni di deterioramento e si poteva facilmente immaginare che l’esperimento moroteo potesse aprire qualche falla nel ferreo patto di Varsavia, già provato dalla primavera di Praga, anticipando ciò che sarebbe poi accaduto in Polonia. Dunque, per quanto potessero non essere convinti dalle modalità e dalla tempestività della proposta del leader italiano, sarebbe convenuto loro starsene a guardare.

Più preoccupazioni avrebbero dovuto nutrire, verosimilmente, i sovietici, ma anche per loro l’eventuale interferenza avrebbe presentato seri rischi di contraccolpi. Moro, dunque, pagò essenzialmente la sottovalutazione delle anomalie della sinistra italiana e l’esasperazione dei dreamers annidati al suo interno, cui le convergenze parallele toglievano spazi, prospettive e perfino ragion d’essere. Non mette più conto sapere chi li aiutò prima e dopo l’omicidio (alcuni di loro rimangono chiusi nei loro sogni, qualche altro, ben inserito, esibisce oggi un curriculum prevalentemente composto da incarichi pubblici). E’ solo sconcertante, dopo i decenni trascorsi, tempo in cui la storia si è incaricata di dissolvere del tutto le illusioni di quei momenti tormentati, assistere ancora a recite in cui gli attori improvvisati di quei giorni funesti mostrano di non essere riusciti a liberarsi dalle maschere demoniache da teatrino parrocchiale indossate in quel frangente.