La 'ritrattazione gentile ' di Nicola Sguera: l'accordo Lega - M5S e il congedo-congelato la scelta del consigliere di Benevento

- Effetti collaterali di Giovanni Barra
Nicola Sguera
Nicola Sguera

In questi ultimi giorni, il consigliere comunale di Benevento pentastellato Nicola Sguera ha esplicitato a più riprese le proprie perplessità sulle strategie del M5s in merito alla costruzione del Governo che verrà. In sintesi: La Lega pesca nel torbido e agire in sinergia con essa significherebbe tradire le istanze di cambiamento sottintese a quel 32% acquisito dai grillini a livello nazionale. Perplessità, dunque, ma non innocue. Anzi, dirimenti. Tutt'al più, costruttive in astratto.

Ipotesi di periodo ipotetico della malinconia (stando alle dichiarazioni di Sguera): “Se l'alleanza con la Lega andasse in porto, abbandonerei il Movimento e mi dimetterei dal consiglio comunale”. Ecco, inizierei l'analisi da questa ipotesi di lavoro, non così ipotetica in fondo. In particolare, mi soffermerei sulle due possibili conseguenze. In primis, quella che con una punta di ironia definirei la “ritrattazione gentile”.

Con Nicola, sulle colonne di questo giornale, ci siamo sovente confrontati sul tema del populismo e sui limiti strutturali della sua parte politica. Tuttavia, tra il mio rilevare criticità e le sue difese a spada tratta della causa, a volte d'ufficio, a volte convinte, non ho potuto fare a meno di notare alcune incongruenze sostanziali, di tono, di respiro intellettuale, con le attitudini più diffuse del pentastellismo. Motivo per il quale definii la sua inscalfibile permanenza nel circuito grillino in termini di “cattività pentastellata”. Motivo per il quale avrei pronosticato l'eventuale rottura, non così eventuale, con accenti da scarcerazione, da delectatio morosa, in risposta all'originaria delectatio victrix. Eppure, stando alle dichiarazioni da congedo-congelato, recanti in apparenza l'inconfessabile tonalità emotiva dell'inesorabile, traspare, in filigrana, la tormentata speranza di un ritorno della grazia, con la g minuscola, si intende.

Il M5S avrebbe potuto incarnare una versione più pulita, più accattivante, meno ossificata e meno verticistica della vecchia sinistra (in interiore homine, soffocato dall'ufficiale catechesi post-ideologica, risiedeva forse tale sogno proibito?). Se avesse intrapreso davvero questa strada, anche senza ufficializzare, magari lo sguerismo avrebbe potuto archiviare le titubanze anziché trasformarsi in sgueritudine: periodo ipotetico dell'utopia – per le menti scettiche.

Ma il cul-de-sac del proporzionale, con la complicità della responsabilità a orologeria del PD (partito del pop-corn, dell'ultraprecarizzazione e dei sorrisetti vanagloriosi), ha sciolto ogni riserva, rendendo il bacio tra Salvini e Di Maio una scommessa di facile previsione, con il compiacimento dei bookmaker e dei writer. Proporzionale, peraltro, spesso promosso come il migliore dei sistemi elettorali possibili in area pentastellata. Proporzionale che, lungi dal forzare convergenze, ha svelato, al contrario, affinità non così segrete, almeno nella militanza più rumorosa dei due schieramenti.

A tal proposito, c'è un ricordo pre-elettorale che mi porto dietro dal 2013. Ero con degli amici a Milano, davanti al Duomo, in attesa del concerto dei Sigur Ros che si sarebbe svolto qualche ora dopo presso il Forum di Assago. Calcolando i tempi e incuriositi dal comizio di Grillo in corso d'opera, decidemmo di trattenerci per un po' in piazza. D'altronde, le tentazioni pentastellate, nel post-governo Monti, non faticavano a presentarsi. Ebbene, quasi all'unisono, fummo attraversati dalla medesima sensazione: l'atmosfera che si respirava emanava il tanfo del peggior leghismo forcaiolo. Eravamo del tutto fuori luogo. Dal palco, brani rap di dubbio gusto finalizzati ad alimentare il culto della personalità di Grillo. In platea, commenti sugli immigrati e sui meridionali in stile borgheziano. Un contesto non proprio in linea con il pentastellismo orecchiabile proposto da Sguera e con noi poveri apolidi della sinistra immaginaria. Un contesto che cinque anni dopo sta trovando la sua naturale sintesi in un'alleanza di governo che avrebbe avuto come unica alternativa il trincerarsi nel massimalismo e nel voto a oltranza (l'opzione sgueriana). Sul piano della credibilità, un'alternativa sconveniente per entrambe le forze in campo, non osteggiate dalle rispettive basi durante la fase interlocutoria, non in maniera appariscente perlomeno. Insomma, i promessi sposi si sposeranno, ma anche se non si sposassero ci avrebbero provato in tutti i modi, con buona pace del (penta?)prof.

Chiudendo, invece, sulle probabili dimissioni dal consiglio comunale, la mia personale opinione è che sarebbe auspicabile un ripensamento, poiché i voti raccolti da Sguera alle scorse elezioni sono, di fatto, voti di preferenza, legati quindi indissolubilmente alla sua persona. Il dimettersi implicherebbe l'anteporre il partito agli elettori. Una scelta che, da individuo ontologicamente inadatto alle dinamiche di partito, non riuscirei a comprendere.