De Zerbi lascia il Benevento retrocesso in Serie B: le luci e le ombre

- Opinioni di Giovanni Festa
Roberto De Zerbi
Roberto De Zerbi

Porte girevoli nel calcio beneventano. Il solito irridente caso ha voluto che nel medesimo giorno si consumassero due eventi simbolici: il divorzio ufficiale fra il Benevento e l'allenatore De Zerbi, ovvero la ratifica 'compiuta' di un anno culminato nella retrocessione fra i cadetti, e il ritorno in serie A, invece, del Parma... grazie ad una decisiva rete di Ceravolo (goleador intorno al quale ruotò la stagione scorsa), impreziosita dal raddoppio di Ciciretti, protagonista delle due promozioni di fila del Benevento dalla Serie C alla Serie A. Insomma, uno scherzo del destino: dopo tante vicissitudini, lassù, 'fra la via Emilia e il West', sono tornati ad affacciarsi sul palcoscenico più importante anche grazie alla robusta iniezione e esperienza in salti di categoria del fantasista romano già giallorosso.

Esaurita la dose di curiosità che sollevano le opposte sensazioni ambientali, nell'attualità sannita va ringraziato De Zerbi per il lavoro svolto a Benevento. Pur con il vantaggio della spesa aggiuntiva al mercato di riparazione che ha ridisegnato l'organico a disposizione di chi alla decima giornata di andata rilevò Baroni, detto lavoro si è concretizzato in una raccolta punti (17 punti, finora, nel girone di ritorno, solo 4 in quello di andata) che ha reso meno lacero l'abito di Cenerentola cucito addosso al Benevento prima del suo debutto nella massima serie. E si è tradotto pure in sprazzi di bel gioco che hanno contribuito a esaltare la qualità dei singoli al punto di ricevere meritati complimenti da parte dell'ambiente calcistico nazionale e togliersi anche belle soddisfazioni.

Estetica e grammatica, però, non vanno sempre d'accordo. Lo sport è una impalcatura che si regge sui numeri e dove l'ultimo piano del risultato è tanto raggiungibile quanto più è solido ciò che è stato eretto prima. De Zerbi ha dunque raccolto una squadra all'ultimo posto ed ha lasciato una squadra all'ultimo posto. Avrà certo avuto bisogno di tempo per adattare sé stesso e i suoi atleti a una rinnovata 'filosofia' di gioco, ma è indubbio che non sia riuscito a trovare un rimedio efficace nella fase difensiva (come testimonia la messe di palloni raccolti da Belec. Brignoli e Puggioni alle loro spalle), ovvero qual punto di solidità che – primo fra tutti – poteva rivelarsi un elemento di resistenza maggiore, o più efficace, dell'impari confronto fra una 'piccola' del torneo e le grandi, o più ambiziose, altre formazioni del torneo.

Al netto di un inguaribile ottimismo e del piacere di sognare ad occhi aperti, la salvezza – come ha giustamente sottolineato lo stesso allenatore durante la conferenza stampa – era una 'missione impossibile'. E tale si è rivelata, nonostante anch'egli abbia alla fine ceduto alla dietrologia del caso, rammaricandosi per qualche lunghezza lasciata per strada nel più classico discorso sui 'se' e sui 'ma' utile solo nella sua funzione di diversivo per lenire le amarezze di tutti.

A questo ineludibile presupposto si avviluppa l'equivoco non chiarito dalle parole di De Zerbi.

Delle due, l'una:

1) è stato chiamato a Benevento per gestire in modo più dignitoso la retrocessione;

2) è stato chiamato a Benevento per gestire in modo più dignitoso la retrocessione ed avviare un percorso di (ri)costruzione di più ampio respiro.

Il primo caso testimonia della gittata corta della programmazione societaria. Presidente e direttore sportivo hanno solo lanciato qualche segnale di buona volontà al movimento calcistico d'elite, hanno inteso accontentare la piazza cambiando allenatore, hanno posto qualche toppa all'organico fino ad allora rivelatosi insufficiente per la categoria (ma alla fine della giostra il discorso non è cambiato). In quest'ottica l'arrivo di De Zerbi, che su tali basi ha accettato appunto la missione impossibile, si inquadra in un più generale, e comprensibile, discorso anche di autopromozione del tecnico, attraverso i punti raccolti, il bel gioco dimostrato, le parole misurate con i 'media', l'atteggiamento propositivo, in campo, della squadra.

Il secondo caso, invece, fa emergere solo quest'ultimo aspetto dell'atteggiamento dell'allenatore, che alla fine non ha inteso misurarsi con i programmi della società, rinforzando il suo rapporto con l'ambiente locale, e mettersi alla prova in una categoria inferiore, con tutti i rischi del caso – certo -, quelli però legati al destino, alle capacità (pure alla fortuna) di un professionista. La sua scelta è stata diversa, va rispettata anche se cela zone d'ombra.