Tanti i dubbi sulla decisione del Comune di Benevento di estendere alla Gesesa la gestione delle rete fognaria

- Politica Istituzioni di Pompeo Nuzzolo

Da tempo l’Amministrazione comunale di Benevento rende partecipe la cittadinanza sull'essere in atto un confronto con l’Ato Alto Calore e altre autorità, cioè, uno studio per accelerare le procedure della progettazione e realizzazione del depuratore delle acque reflue, la cui localizzazione e definizione fu determinata nella primavera del 2017. Qualche giorno fa, l’assessore comunale al Bilancio ha reso noto che per mercoledì sarà convocato il Consiglio comunale per estendere a favore della Gesesa la gestione della rete fognaria.
E vengo ai fatti che, a mio avviso, hanno accelerato la decisione, premettendo che nessun servizio pubblico può essere affidato senza l’esperimento di una gara pubblica.

L’11 aprile 2018 la Procura della Repubblica di Benevento comunica di aver sottoposto a sequestro tutti gli scarichi diretti a fiume non depurati con facoltà d’uso, affinché le autorità amministrative competenti possano esercitare con il massimo rigore i propri poteri non solo in materia di realizzazione di impianti di depurazione ma anche di concessione di nuovi permessi di costruire, di permessi di abitabilità, di autorizzazioni allo scarico di reflui nelle pubbliche fognature, di autorizzazioni all'inizio o continuazione di qualsiasi attività commerciale, artigianale e industriale, in assenza di autonomi impianti di depurazione delle acque reflue e fognarie urbane al fine di porre freno al grave fenomeno dell’inquinamento accertato dalle indagini.

Il Comune di Benevento, ricevuta la notifica del sequestro, ha anticipato la notizia che mercoledì estenderà al gestore dell’acquedotto anche la rete fognaria con la relativa gestione e costruzione dell’impianto di depurazione. Al riguardo è da notare che il contratto in essere è di prossima scadenza.

Il dirigente comunale responsabile del settore ha intanto adottato un provvedimento molto restrittivo, affidando alla Gesesa il compito di asseverare le nuove autorizzazioni agli scarichi delle acque reflue, attività che, fino alla data del provvedimento del dirigente, era, in parte, di competenza del Comune. L’allarme appare enorme perché sembra non avere in debita considerazione il fatto che il giudice abbia sequestrato gli scarichi con facoltà d’uso, evitando in tal modo di creare una drammatica situazione, oserei dire, kafkiana.

L’affidamento diretto, in difformità alla normativa, avrebbe trovato la sua giustificazione nell’urgenza dovuta ai provvedimenti descritti e al fatto che l’Italia paga fior di multe alla Comunità Europea per la mancanza di depuratori, compreso quello di Benevento.

L’Ato Alto Calore, ente deputato alle procedure per l’affidamento del servizio idrico al gestore unico, sostiene che, a seguito delle modifiche statutarie del 2015, che hanno previsto la possibilità per la Gesesa di progettare e gestire impianti di depurazione, “si deve dare per acquisita la circostanza che il Comune di Benevento (vds. art.4) ha determinato di affidare alla Gesesa l’intero ciclo integrato delle acque ivi compresa quindi la costruzione e gestione delle nuove opere…”.

A tale proposito è interessante notare che sul sito dell’Ato Alto Calore 1, nella sezione Affidamento del servizio idrico integrato, è scritto: “In allestimento”. Bisognerà allora chiedersi se quanto fatto e descritto nel seguito del presente intervento coincida con quanto possa sottostare alle parole: “In allestimento”. Per un approfondimento sui suoi compiti, si consulti il sito www.arera.it ( https://www.arera.it/atlante/it/idrico/capitolo_1/paragrafo_2/domanda_3a.htm )

A parte la confusione di categorie giuridiche da parte dell’Ato, lo statuto societario definisce le modalità di gestione della società e la sua missione ma non può imporre a terzi, anche se soci, come il Comune di Benevento, di affidare un contratto di decine di milioni di euro a se stesso. Di talché, bisognerebbe convenire che, se l’assunto fosse vero, l’affidamento dei lavori sarebbe avvenuto già nel 2015 “a futura memoria”, cioè quando sarebbe stato trovato il finanziamento, definito il tipo di depuratore e individuato il luogo della costruzione.

Se ciò fosse vero, chiunque potrebbe costituire una società e prevedere di poter progettare e costruire nuove piramidi, così da pretendere la commessa nel caso in cui lo Stato decidesse di ergerne di nuove.

In realtà, l’ampliamento dell’oggetto sociale ha consentito alla società solo la possibilità di poter partecipare a gare per la progettazione e costruzione di impianti di depurazione, non solo in Italia ma anche in Europa.
Tuttavia, prima di entrare nel merito della legittimità, appare opportuno soffermarsi anche sulla convenzione stipulata con il Commissario al quale era devoluta, salvo alcune facoltà, la procedura per la realizzazione dell’impianto di depurazione.

Il Comune, infatti, sembra che abbia riservato la facoltà di affidare in maniera diretta la realizzazione dell’opera a sue società controllate, per cui nasce l’obbligo di verificare se sia stata rispettata la convenzione, se il Comune abbia società controllate e infine quali siano le condizioni necessarie per affidare alle società controllate un appalto in modo diretto.

Ebbene, il Comune ha partecipazioni in due società, l’Asia, col 100%, e minoritaria nella Gesesa. Sulla prima ha l’obbligo del controllo analogo, mentre sulla seconda esercita i poteri previsti dal codice civile per i soci di minoranza.

La giurisprudenza ha riconosciuto la possibilità dell’affidamento a società con partecipazione pubblica di maggioranza, e sottolineo “di maggioranza”, solo nel caso in cui nello statuto sia prevista una forma di controllo analogo, tipico delle società a totale capitale pubblico, cioè, “in house”.

Pertanto, nel caso si voglia procedere all’affidamento diretto, la Gesesa dovrebbe cedere al Comune il controllo della società e inserire nel proprio statuto almeno l’attribuzione del controllo analogo congiunto all’Ente medesimo. Ma non solo, perché sarebbe anche necessario che la prima gara a evidenza pubblica sia stata esperita dal Comune con il cosiddetto doppio oggetto, come da sentenza del Consiglio di Stato n. 1028 del 15 marzo 2016, a seguito di un ricorso avverso il mancato “affidamento diretto” ad una società mista.