In ricordo di mio padre, il professore che della lettura ha fatto il centro della vita

- Opinioni di Anteo Di Napoli

Era scritto che il 20 maggio 2018 sarebbe stata una data indimenticabile. Per molti mesi ho sognato che potesse scolpirsi nel mio immaginario come un nuovo 10 maggio 1987, ma sono noti i fatti, e soprattutto i misfatti, che lo hanno impedito. Invece, per l’ennesima volta il Fato mi ha crudelmente beffato segnando il ricordo di questa data con la scomparsa di mio padre. Un evento ormai atteso nelle ultime settimane, ma in qualche misura sorprendente, perché mio padre apparteneva a quella categoria di persone che avrebbero potuto esserci da sempre e la cui uscita di scena avrebbe potuto anche non essere prevista. La sua lunghissima vita ha attraversato il “secolo breve” e non c’era evento rispetto al quale non aveva una testimonianza più o meno diretta da raccontare.

Il terribile bombardamento anglo-americano di Napoli del 4 dicembre 1942, mattina (collocazione temporale che sottolineava per indicare la viltà dell’attacco) in cui era all’Università: la famiglia presso la quale stava a pensione vedendolo rientrare, completamente coperto di polvere, solo nel pomeriggio, gli si lanciò addosso per toccarlo e accertarsi che fosse davvero vivo. Ogni discussione sugli Stati Uniti aveva questo racconto come momento definitivo.

Il Referendum “Monarchia-Repubblica” del 1946, vissuto girando le campagne della provincia per convincere i contadini a votare contro “i Carignano”, come definiva i Savoia (disprezzo che ho totalmente ereditato), e che lo portò quasi all’arresto da parte dei carabinieri, allora Arma “fedele al Re”. Militanza repubblicana ribadita dalla presenza nel suo studio di un piccolo busto di Giuseppe Mazzini, oltre a quello di Socrate, filosofo ateniese del quale applicava senza sconti la metodologia dialettica, fatta di una ironia tagliente che destabilizzava l’interlocutore nelle proprie convinzioni e talora anche nella tenuta nervosa …

Potrei continuare all’infinito, fino a una sorta di “dramma familiare” vissuto in occasione dell’assassinio di Pier Paolo Pasolini e per il sequestro di Aldo Moro, che aveva conosciuto ad Assisi durante i convegni organizzati dalla Pro Civitate Christiana fondata da don Giovanni Rossi.

Il lettore forse si starà chiedendo come mai sto ricordando mio padre più con lo sguardo di uno “storico” che quello di un figlio. Il motivo è che la sua dimensione pubblica ha influenzato fortemente anche quella privata. Recentemente lui ricordava spesso l’episodio di quando io, da piccolissimo, corsi a chiedere soccorso (le ruote della sua auto era rimaste bloccate nella sabbia) gridando: “O’ professore è affunnato”.

Mio padre ha insegnato per quasi mezzo secolo, dall’età di 18 anni, e ci sono casi di nonni, padri e figli che sono stati tutti suoi alunni, come il mio amico Gerardo ha mirabilmente sintetizzato: “Come tu ben sai, ho avuto la fortuna di conoscere tuo padre e più di una generazione padulese ha avuto il privilegio di beneficiare della sua immensa cultura. Con la scomparsa del Professor Di Napoli se ne va un altro pezzo importante della nostra terra. Paduli perde una persona perbene ed io un punto di riferimento della mia formazione. La sua immagine ed il suo ricordo sopravvivranno per sempre in me”.

Non è stato facile essere figlio di Oreste Di Napoli e sicuramente avrei potuto essere un figlio migliore. Personalità fortissima e impossibile da imbrigliare. Nelle ultime settimane non voleva quasi più mangiare e soprattutto bere e a mia sorella Corinna che cercava di convincerlo, con “fare materno”, spiegandogli che doveva farlo perché quello era il suo bene, rispose: “A 94 anni non puoi insegnarmi come devo campare”!
Ha fatto l’insegnante fino alla fine. Una delle signore che negli ultimi anni si occupava di lui, dando una mano a mia sorella (che si è immolata per assisterlo fino all’ultimo istante), mi ha raccontato che un giorno, mentre pranzavano, le disse che loro erano “compagni”, in senso etimologico (dal latino “cum panem”), poiché condividevano lo stesso pane.

La lettura è stato forse il vero centro della sua vita, attingendo alla sua sterminata biblioteca, fatta di migliaia di volumi (non meno di 8.000 che prometto solennemente di riordinare) e che quando era più giovane costituiva un vero e proprio cenacolo, come mi hanno ricordato anche in questi giorni gli amici, un tempo allievi, che gli sono sopravvissuti. Ha letto fin quasi alla fine testi che farebbero tremare i polsi a un giovanotto, indicando quali dovevano essere presi per quella giornata; la mattina non ci dava tregua fino a quando non gli si portavano i giornali, che un tempo sceglieva direttamente in edicola in base alla “terza pagina”.

Abbiamo capito che la sua fine si avvicinava quando ha smesso di nutrirsi di libri; il più delle volte anche i giornali restavano intonsi o si limitava a leggere i titoli. Insorse, però, un giorno che provai a rifilargli i giornali del giorno precedente.

In un certo senso se ne è andato giusto in tempo per non vedere l’affermarsi di un’umanità che fa del disprezzo della cultura, quella vera frutto di studio faticoso e continuo, quasi una bandiera. Quest’anno, per la prima volta dal 1946, non aveva voluto votare (nonostante ci fossimo organizzati per farglielo fare a casa), dicendosi totalmente indifferente (eufemismo) ai protagonisti dell’attuale scena politica. Il passaggio da politica della sua giovinezza che si combattevano sui massimi sistemi a quella che si azzuffa sugli scontrini deve essere stato troppo anche per lui che tante ne aveva viste …

Caro Papà, ora che “i bravi” li hai visti tu (la citazione preferita dell’adorato Manzoni), sono sicuro che li hai trovati meno spaventosi di quanto forse temevi. Addio Professore!