“Darsi alla pacchia”: la condizione tipica del migrante in Italia. Le peggiori pulsioni cavalcate per distrarre l'attenzione

- Effetti collaterali di Giovanni Barra
Soumayla Sacko
Soumayla Sacko

Nel vibonese, sabato pomeriggio, è stato ucciso un bracciante-sindacalista, Soumayla Sacko, 29enne maliano, immigrato regolare. Il movente dell'omicidio è ancora ignoto, ma le prime ricostruzioni farebbero restringere il campo. Esecuzione razzista? Esecuzione mafiosa? Non sbilanciamoci, non speculiamo, le indagini sono ancora in corso. Tuttavia, questa vicenda qualche certezza prematura la offre. In primis, il silenzio istituzionale di ambo i contraenti del “governo del cambiamento”. Tanto gli aizzatori, quanto gli ambigui, di solito logorroici, in questo frangente hanno preferito tacere, forse da contratto. Il garante, invece, per fortuna, c'ha messo una pezza, parlando, in termini generici, di“inquietante assassinio” durante il discorso di insediamento. Insomma, nuove certezze che rischiano di compromettere qualche comoda certezza preesistente.

Ad esempio, considerando la risonanza mediatica e retorica riservata al tragico accaduto, con ogni probabilità, inizieranno a scricchiolare le bizzarrie semantiche iniettate nel tessuto sociale italiano dalla propaganda leghista, con buona pace dei lessicologi settentrionali, costretti alla disdetta delle prenotazioni vacanziere, e dei lessicologi meridionali, che sarebbero rimasti a casa non potendosi permettere le vacanze (come insegna la preziosissima forzista Biancofiore), ma che avrebbero comunque preferito disertare il lavoro in quanto meridionali. E ciò potrebbe verificarsi, ironia del fato, proprio in virtù di una possibile risemantizzazione dell'espressione “darsi alla pacchia”: per definizione, la condizione tipica del migrante, finora contrassegnata nell'immaginario egemone dall'otium.

Gli immigrati, infatti, lo scopriamo solo adesso, non solo lavorano nei campi per stipendi che creerebbero crisi mistiche anche tra i lessicologi meno solerti, ma addirittura vengono trattati come animali, costretti a vivere in bidonville e in qualche caso uccisi a sangue freddo.

Dove sono finiti, quindi, i resort della narrazione salviniana, quella che puzza di disagio, periferie, verità, “buon senso”, agevolazioni fiscali per miliardari e cattolicesimo (ma solo quando osteggia omosessuali, malati terminali e coppie con difficoltà procreative)? Sarà andata in vacanza. Ma, attendendone il pronto ritorno sulle scene, da maneggiatori di parole quali siamo, avvertiamo la responsabilità di non sconvolgere il delicato immaginario egemone, magari aggiornandolo con integrazioni traumatiche, e di suggerire ai lessicologi la massima cautela. Ecco, si potrebbe introdurre qualche lieve modifica giocando sull'ambivalenza. “Darsi alla pacchia”: condizione tipica del migrante caratterizzata da buone letture, jacuzzi, finger food, saune, ombrellini da cocktail, hobby agresti e, occasionalmente, morte violenta.

E, a proposito di immaginario egemone da non alterare, proiettandoci negli affari locali, non dimentichiamoci che giugno è anche il mese in cui il mastellismo ama declinarsi in chiave securitaria. Infatti, l'anno scorso, più o meno di questi tempi, il sindaco Clemente Mastella annunciava, servendosi del classico argumentum ad ignorantiam, l'approdo, in quel di Benevento, di circa 1000 migranti che avrebbero potuto minare la presunta coesione sociale della nostra comunità. Ebbene, tali arrivi ci saranno sfuggiti a causa di un eccesso di distrazione lungo 365 giorni, ma non ci è sfuggita l'odierna convocazione di un comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica grazie al quale il sindaco e il prefetto potranno finalmente fare il punto sulle criticità del capoluogo sannita legate al “problema dell'immigrazione” e agire di conseguenza. Criticità, peraltro, emerse di recente in concomitanza di certuni episodi non specificati, forse riguardanti le discutibili e isolate iniziative di un singolo molestatore nigeriano in preda all'alcol.

Dunque, proviamo a far chiarezza sull'opportunità del provvedimento. Se l'approccio emergenziale del sindaco dipendesse unicamente dal molestatore ubriaco in qualità di “semplice” molestatore ubriaco, avendo noi scarsa esperienza di molestatori ubriachi dediti ai monologhi interiori, a quest'ora già avremmo imparato a convivere con la presenza dei carri armati. In alternativa, se “l'abuso di dovere” del sindaco dipendesse dal molestatore ubriaco in quanto nigeriano, beh, in quel caso ci troveremmo al cospetto di un uso propagandistico, e giusto un filino razzista, degli addetti all'ordine pubblico. Ma, attenzione, se pure le cose stessero in questo modo, Mastella andrebbe compreso, perché chiunque altro, al suo posto, rivendicherebbe il diritto di gonfiare la propria consistente autobiografia politica cavalcando le peggiori pulsioni in circolazione e risolvendo, al contempo, problemi fittizi. D'altronde, perché dedicarsi a grigie futilità come l'ordinaria amministrazione beneventana quando c'è da salvare l'immaginario di una città intera attraverso la creatività?