Rione Libertà, da solo seconda città del Sannio. La Spina verde: un progetto di architettura non può sopperire al mancante progetto di città

- Politica Istituzioni di Raimondo Consolante
La Spina Verde
La Spina Verde

La civiltà dell’opinione pubblica è probabilmente l’unica pratica sociale che può determinare, nel ventunesimo secolo, la sedimentazione di una coscienza civica in grado di promuovere progetti per la città. E Benevento ha oggi più che mai necessità di ricostituire una sua idea dell’essere città. Timidi ma significativi segnali di un ritorno al dibattito cominciano a manifestarsi. E tra questi il convegno promosso, il 19 giugno al Museo del Sannio, da due professionisti beneventani, Giammarco Coviello e Ida Santanelli. Il tema, la progettazione partecipata, sollecita più di una riflessione, anche per gli interessanti esempi portati al tavolo della discussione dall’architetto Antonio Troisi sull’opera dello storico studio di Giancarlo De Carlo - uno dei più significativi protagonisti nel secondo ‘900 del dibattito italiano - per le città di Terni ed Urbino (finalmente ci si confronta con una dimensione urbana parametrabile alla nostra!).

Le questioni sollevate sono da sempre di stringente attualità. Come determinare una osmosi tra programmazione, progettazione e fruizione dello spazio civico. E le risposte agli interrogativi sono piuttosto chiare: i processi di partecipazione vanno guidati da una capacità di coordinamento incisiva che parte dal riconoscimento di un’istanza sociale autentica, si forma in un progetto politico, si declina nei modi e nelle tecniche del progetto urbano, fonda su basi di conoscenza scientifiche, poggia su una strategia gestionale pensata. Tutto o quasi ciò che manca alla cultura della città italiana dal secondo dopoguerra ad oggi, fatte le dovute eccezioni, non perché non ci siano centri di ricerca e capacità professionali comprovate bensì per la pervicace incapacità a riconoscere e formare un terreno - innanzitutto tangibile, fisico - di confronto comune.

L’idea che noi abbiamo oggi della città è ad uso privatistico. Una riflessione ed una strategia seria di formazione ed utilizzo dello spazio pubblico è assente da decenni a Benevento come dimostra la costituzione di una città moderna il cui centro storico, svuotatosi nella consistenza abitativa si è ridotto a salotto di rappresentanza e paese dei balocchi, mentre la città dell’uomo, dove si insediano i nuclei abitativi, è priva di servizi diffusi e qualificati, condannata ad una condizione di disagio.

E qui veniamo alla Spina Verde, una questione della quale volentieri farei a meno di scrivere ma su cui vengo spesso sollecitato: e così è stato anche nel corso dell’interessante dibattito di cui sopra. Un buon progetto di architettura, si dice della Spina e ringrazio per l’apprezzamento, ma non in grado di promuovere una riqualificazione del quartiere. Parliamo del più grande intervento pubblico realizzato all’interno della città consolidata negli ultimi venticinque anni, non per metri cubi costruiti bensì per metri quadri interessati. Quasi un chilometro nel cuore di un rione che ha una identità geografica, storica e formale talmente pronunciata da potersi considerare, con i suoi 18.000 abitanti, la seconda città del Sannio. Una città appunto che nel suo nucleo centrale, oltre Piazza San Modesto, due chiese ed una scuola, un bocciofilo, non ha servizi collettivi (molto altro si colloca ai margini del rione).

Il quartiere ha una necessità: la radicale riqualificazione edilizia, sismica ed energetica dell’ingente patrimonio abitativo, di iniziativa pubblica e ormai quasi tutto privatizzato. Occupato da una utenza povera e non in grado di provvedere da sé. Un tema questo, di caratura politica, finanziaria, imprenditoriale, progettuale e gestionale, che da solo basterebbe a rendere le notti insonni ad una intera classe dirigente consapevole del proprio ruolo. Una seconda priorità che si lega alla prima e probabilmente ne è preordinata è la valorizzazione dello spazio civico. Se i luoghi della comunità sono numerosi, vivono e sono ben tenuti, anche le case aumentano di valore e si rafforza sia il capitale pubblico che privato.

Di cosa avrebbe voluto essere la Spina Verde e cosa oggi non è mi pare ormai ozioso discutere. Vanno però precisate alcune verità, altrimenti sarà impossibile trarne una lezione per le scelte future. La prima, il Parco verde e la Mediateca si collocano dove prima si trovavano due terrapieni che occultavano rifiuti di ogni tipo collocati nel mezzo dei palazzoni popolari. Già questa è una riqualificazione. La seconda è legata ad una domanda, quanti metri quadri di servizi territoriali (non solo di quartiere) e spazi sociali esistevano, prima dell’intervento, nel cuore del rione ad esclusione di Piazza San Modesto? Zero metri quadri. La terza, un’altra domanda, quante mediateche esistono a Benevento? E parimenti, quanti edifici pensati esclusivamente per la musica? La risposta è ancora zero.

Negli anni del cantiere vi è da dire che molti degli abitanti del rione hanno mostrato fastidio per le lungaggini e le oggettive difficoltà create dai lavori ma anche un interesse genuino per ciò che si stava costruendo. Il tutto si è tramutato nella disillusione dell’oggi che ha come conseguenza una progressiva ostilità nei confronti di questi spazi, per quanto non sia banale sottolineare come il Parco verde e le attrezzature ricreative appena date in gestione non siano state più vandalizzate. E non è peregrino pensare che il pieno funzionamento delle strutture le preserverebbe allo stesso modo.

E qui sta il punto. Può un progetto di architettura sopperire ad un progetto di città? Tutto sommato la Spina Verde giungeva a compimento di venti anni di dibattito sull’esigenza di riqualificare il rione Libertà ed è bene dire, rifuggendo da qualsiasi enfasi inopportuna, che attraverso quest’opera l’obiettivo generale si sarebbe potuto raggiungere solo in piccolissima parte. D’altronde non si è fatto altro che dare attuazione a delle aree destinate incessantemente a servizi pubblici fin dal Piano regolatore del 1958, ben 60 anni!

La singolarità sta quindi nelle scelte architettoniche, formali e stilistiche del progetto, non certo nella vocazione urbanistica. Come è possibile che a fronte di tanto discutere e di diverse ipotesi succedutesi negli anni i pubblici poteri si siano fatti trovare così impreparati? Incapaci di formulare un programma di gestione amministrativa plausibile?

Eppure il Comune di Benevento aveva anche incaricato dei professionisti esperti in programmazione della redazione di un piano di gestione, con ipotesi alternative (da quella pubblica alla mista), probabilmente mai letto da nessuno. Il problema non è quindi la strategia per garantire vita alle opere, tutto sommato poco onerose perché di volumetria molto contenuta, ma la strategia per la città.

Se non so cosa deve essere Benevento, non so cosa può diventare rione Libertà, quindi non so cosa farmene di una Mediateca, di una Sala per la Musica, non capisco neanche che in attesa di perfezionarne l’affidamento devo garantire una vigilanza che sarebbe costata molto meno di quanto sarà necessario oggi spendere per riparare al vandalismo imperante.

La stagione che viviamo oggi descrive una grande preoccupazione. Il declino di Benevento appare ineluttabile di fronte all’elenco dei rimpianti per le occasioni perdute. E la sensazione di un baratro irrimediabile conduce ad una sorta di immobilismo, come se pensare il futuro non avesse più senso. Questo è un drammatico errore. Che conduce anche a promuovere opere di cui non si comprende il senso, che paradossalmente una volta ultimate si subiscono, diventano un peso, un fastidio, non perché non servono (a volte invero c’è anche questo) ma perché mettono a nudo la mancanza di un progetto più ampio e complessivo che inevitabilmente potrebbe innescare percorsi diversi, sperimentali, più creativi.

E la storia della città insegna come i programmi d’uso possono cambiare, essere riformulati, aggiornati. Per cui appellarsi agli errori, più o meno evidenti, di chi ci ha preceduto è sempre un esercizio sterile, una mancanza di visione e di coraggio che porta a non fare i conti con il presente, a rifuggire dalla realtà per imbalsamarla.

Oggi siamo di fronte ad una grande responsabilità. Vivere da cittadini. Considerarci parte di un mondo più ampio. Uscire dall’autoreferenzialità. Nella presa d’atto che la politica istituzionale oggi ha bisogno del confronto civico, da cui deve trarre idee, nell’assunzione di una umiltà votata all’ascolto. L’assistenzialismo non esiste più. Il percorso del progetto è faticoso, ha bisogno di perseveranza, disponibilità, attitudine alla scelta motivata. È un percorso trasversale e a più voci, a cui si partecipa con contezza del proprio ruolo, per giungere ad una sintesi in grado disegnare il domani.