Tra incubi e cronaca non siamo spettatori: se i tempi che viviamo sono buoni o cattivi dipende da noi

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone
Matteo Salvini
Matteo Salvini

È diventato ormai uno slogan, di quelli cui siamo talmente abituati da non essere più in grado di riconoscerne la natura, che chi non si sia scagliato in passato contro il governo Renzi non abbia alcun diritto di parola; che giornalisti come Michele Serra, discutibili finché si voglia, ma con un retroterra culturale di rispetto, debbano tacere. E debbano farlo in eterno perché hanno avuto la “piaggeria”, non la speranza politica che si potesse riformare qualcosa, no, la “piaggeria” di non attaccare ferocemente il governo quando era espressione del PD, PD che la maggioranza relativa degli italiani, ricordiamo, ha votato per un bel po’ di tempo e da cui adesso in tanti si smarcano, in maniera a dire il vero poco onorevole. Tutto è poco onorevole, quando il leone ha smesso di ruggire: il coraggio sta nel criticare chi è in grado di graffiarti, ma questa è un’ovvietà, com’è un’ovvietà rimarcare la viltà di essere forte con i deboli, pratica diffusissima di questi tempi.

Il Vaglio.it può avere imperfezioni, come ogni prodotto umano, ma se da una colpa è assolutamente mondo è quello di essere condiscendente con i potenti: è la sua peculiarità e, se ancora resiste nella crisi editoriale, è perché i suoi lettori glielo riconoscono. Questo per affermare, con fermezza, che noi non siamo mai stati acritici nei confronti del governo Renzi. E dunque siamo titolati, anche per gli Andrea Scanzi di turno, a parlare del governo attuale e delle scelte di una destra che si connota in maniera minacciosa. In verità ci siamo astenuti, quando è iniziata la discesa inarrestabile, dall’infierire su chi stava cadendo e questo sempre in omaggio al significato di quei pochi versi di Manzoni, difficilmente eguagliati nell’efficacia comunicativa: “Di mille voci al sonito mista la sua non ha, vergin di servo encomio e di codardo oltraggio!”.
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Non abbiamo difficoltà a sostenere che il centrosinistra ha miseramente fallito, polverizzato da scelte politiche che lo hanno allontanato dai bisogni reali della gente e da una società civile di cui non è riuscito a comprendere disagi e a risolvere problemi. Il fatto che la sua fase fosse coincisa con una delle più gravi crisi economico-finanziarie degli anni duemila ha creato poi le condizioni perché l’esercizio del mandato fosse percepito nel paese come una forma insopportabile di egoismo, incapace di guardare intorno e oltre i propri comodi contesti. Che Matteo Renzi sia un uomo politico intelligente pochi lo negano, ma il senso del sé, che alla fine offusca ogni mente che si trova a gestire un potere enorme, gli ha impedito di analizzare con lucidità e lungimiranza quanto stava accadendo al di fuori del suo cerchio magico. E non è stato un bel risveglio, quello del centrosinistra che, in un batter d’occhio, si è trovato disorientato e frammentato in mille rivoli che, come le gocce di mercurio fuoriuscito da un vecchio termometro rotto, sono sfuggiti via da tutte le parti, di fronte ai tentativi inutili di chi cercava di recuperarli e se li vedeva scivolare tra le dita. E oggi è evidente a tutti che cosa trascini con sé questa débâcle.
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Ciò a cui si sta assistendo non può lasciare indifferenti. Forze estremiste, intrise di pulsioni incontrollabili, stanno prendendo vigore. Il pudore, che in passato impediva di esternare tendenze “socialmente indesiderabili”, oggi non è più un freno alla rivendicazione, anche orgogliosa, di quegli orientamenti, prima inconfessabili. Persone di antica formazione democratica si dichiarano convintamente in linea con l’attuale leader del governo, e non si sta parlando di Conte, ma di chi viene ormai riconosciuto come uno statista, Matteo Salvini. Tutti, d’altronde, sono considerati grandi statisti in Italia quando hanno seguito. Gli intellettuali che lo sostengono ne limitano le responsabilità: i cittadini applaudono ai suoi comportamenti e lui svolge “semplicemente” il suo ruolo, il politico di destra. Dice ciò che la gente vuole sentirsi dire. Ha consenso. Ma il consenso è sempre e comunque sinonimo di giustizia? Le piazze stracolme di Norimberga, di Roma, di Mosca, di PyongYang possono mai rendere nobile ciò che non lo è?
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“Fuori i neri!” “Censiamo i rom!”, “Questa è casa nostra, se ne tornassero alla loro!”, “Inaspriamo le sanzioni per la legittima (?) difesa”, “Subito impronte digitali contro i furbetti della pubblica amministrazione!”. Da sempre si alzano i toni per abbassare i contenuti di civiltà. Gli statisti, i veri statisti, hanno chiara la responsabilità di quello che potrebbe determinare una loro azione: non possono scatenare odi e individuare capri espiatori, salvo poi attribuire ad altri le responsabilità di linguaggi brutali, com’è ormai prassi consolidata. Anche allo spettacolo indegno di un Grillo che dà lezioni di bon ton, il Grillo che ha inventato il Vaffa-day, il Grillo degli insulti più “meditati”, accuratamente selezionati e lanciati, su cui ha costruito la base elettorale del movimento, ci tocca assistere. Quando afferma, come riporta Il Fatto Quotidiano: “Gli intellettuali della sinistra mostrano i canini e ringhiano che siamo fascisti, hanno perso qualunque forma di contegno e questo non è bello. Il livor furioso che si è scatenato nei cervelli che fiancheggiano la sinistra sta tracimando oltre ogni ragionevolezza.”, quando dice questo, come può essere credibile a chi abbia solo un po’, solo un po’ di memoria e di autonomia di giudizio? Grillo, inventore delle peggiori espressioni che si potessero coniare, adesso rimprovera alla sinistra, ritenuta sprezzantemente “frou frou”, di usare toni violenti e di essere vittima di una “rabbia cieca”?
Sembra di essere all’interno di un sogno/incubo e di vivere in uno stato allucinatorio permanente dove continuiamo a soddisfare quella parte di noi, viscerale e “pancista”, che bypassa ogni forma di riflessione razionale e che, di sicuro, non ci rende né più elevati intellettualmente, né migliori eticamente, fornendo solo alibi al non essere solidali. Il razzismo: il nuovo consolatorio, anestetizzante oppio dei popoli, la droga del terzo millennio.
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La civiltà dei diritti è stata costruita lentamente e faticosamente perché ciò che è degno di umanità è frutto di conquista; perché la scelta più facile, biologicamente parlando, è l’egoismo, la chiusura, l’avidità di sopravvivenza. È una scelta che può valere per organismi che obbediscono a istinti elementari. E non devono rispondere a una coscienza. Noi non siamo solo natura: siamo soprattutto cultura. Costruzione e condivisione di un universo di valori. Le nostre azioni non definiscono meramente ciò che ognuno di noi è come singolo, ma il mondo che costruiamo e il tempo storico che abitiamo. “I tempi sono cattivi, dicono gli uomini. Vivano bene e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi”, ricordava Sant’Agostino. Noi siamo la cultura che decidiamo di creare e in cui scegliamo di educare i nostri figli: un mondo di principi etici imprescindibili, oltre le contingenze, dietro le facili risposte. Non certo il mondo dove le disgrazie sono colpe. E gli esseri umani solo immigrati. Anzi clandestini. Se non numeri statistici. Probabilmente cose.