Cataudo: "Caso Asea, concezione tribale della pubblica amministrazione"

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Scrive Alfredo Cataudo: "La lettura delle dichiarazioni rese dall'avvocato Felice Laudadio (leggi) lascia davvero interdetti. Ho dovuto ritirare fuori dal cassetto la sentenza emessa lo scorso 26 giugno dal Consiglio di Stato per sincerarmi che fossero state accolte le mie tesi e non quelle della Provincia. La giustizia amministrativa si è espressa in via definitiva in modo inequivocabile contro la tesi sostenuta da Laudadio per conto della Provincia: la revoca del sottoscritto dalla presidenza dell'Asea fu un atto illegittimo. Il Tar lo aveva già sentenziato e il Consiglio di Stato ha confermato quel verdetto. Finora, non un solo pronunciamento di organi terzi è andato nel verso preteso dal presidente Ricci e dal segretario Nardone.

Eppure, a leggere la nota vergata da Laudadio, la recente sentenza del Consiglio di Stato conterrebbe un elenco di punti a favore della Provincia: "questione controversa", "tesi della Provincia non priva di fondamento", "oggettiva incertezza ricostruttiva della questione", e simili rilievi da fini giuristi. Ma la verità è sotto gli occhi di tutti ormai, ed è stata incontrovertibilmente ribadita dal Consiglio di Stato che ha cristallizzato una certezza inappellabile: nella trasformazione dell'Agenzia in Azienda speciale della Provincia, la conferma dei preesistenti amministratori societari era legittima. Dunque non sussisteva alcuna causa di incompatibilità - inconferibilità dell'incarico al sottoscritto, trattandosi di “innegabile situazione di continuità” di una nomina intervenuta quando le nuove disposizioni in materia non erano in vigore.

E però, casualmente in anticipo sul mio rientro per via giudiziaria, si è avallato un nuovo Statuto dell’ASEA nel quale è accidentalmente scomparsa la figura del presidente del C.d.a. (per puro caso: il mio incarico) e si sono introdotte, ad opera del Fato, le figure dell'amministratore unico e di un direttore generale scelto sulla base di requisiti a dir poco generici. Per come è confezionato il cosiddetto Statuto, potrebbe tranquillamente diventare Direttore generale un laureato, che so, in Filosofia... E se il laureato in questione fosse al contempo dirigente provinciale di un ben preciso partito in via di estinzione, tipo il Pd, magari il dottore in Filosofia acquisirebbe pure qualche punto in più...

Dico tutto ciò rivolgendomi certamente non all'avvocato Laudadio, nè al signor presidente Ricci che continua a non ottemperare a sentenze di più Tribunali, tantomeno al signor segretario Nardone per il quale la Procura ha già chiesto il rinvio a giudizio. Mi rivolgo piuttosto ai cittadini in nome dei quali si amministrano gli enti istituzionali, a quella opinione pubblica che deve essere informata correttamente e non fuorviata con dichiarazioni irreali. E' per tale ragione che questa vicenda, apparentemente derubricabile a stucchevole e interminabile bega, rappresenta invece un caso di grande interesse pubblico sul quale è opportuno tenere accesi i riflettori. Sto combattendo da anni, a mie spese, contro due signori che non rispettano sentenze emesse dai Tribunali della Repubblica e si ostinano a farmi guerra sprecando soldi dei contribuenti. Lo sto facendo perché non possiamo rassegnarci alla concezione tribale della pubblica amministrazione per cui chi comanda può fare strame delle leggi e persino delle sentenze. Sappiano questi signori che se vorranno continuare a sperperare soldi della collettività, dopo aver già sbattuto il muso contro il Tar, l'Anac, la Procura e da ultimo contro il Consiglio di Stato (intervenuto quando lo Statuto era già stato modificato), facciano pure. Io non mi fermerò, e altre Corti conosceranno i loro nomi".