"Adottiamo un malato, un anziano, un nonno, un uomo con il cuore spezzato": lettera aperta alla Chiesa

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"La Comunità cristiana sta vivendo un tempo di grande smarrimento, oltre che di svuotamento di una spiritualità fondamentale per l’anima di ogni apostolato. E gli effetti si vedono e si sentono: oggi non c’è un’azione pastorale della Chiesa nei confronti della categorie più fragili e indifese della società: i malati, gli anziani, i disabili, i malati terminali". E' quanto scrive Donato Calabrese in una Lettera aperta alla Chiesa. "Gesù dice: 'Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre'.

Possibile che un sacerdote e un levita, persone profondamente religiose che praticano il Tempio di Dio in Gerusalemme, non si siano fermati ad assistere l’uomo ferito? O forse Gesù ha voluto fare un riferimento ad un precetto sadduceo, che vieta ai sacerdoti di contaminarsi accostandosi a un “morto lungo la via”? È possibile, specialmente se si pensa alla religiosità degli scribi e dei sadducei, ischeletrita da una vita di fede più formale che interiore, più attenta alle parole che allo spirito della Torah, più esteriore che misericordiosa. E allora, vedendo l'uomo sanguinante sulla strada e pensando che sia morto, il sacerdote forse non ha voluto contaminarsi, violando, così, il più grande precetto: quello dell’amore verso il prossimo, a favore di uno più piccolo.

In fondo, in fondo, anche oggi si fa così, specialmente nella Chiesa Santa di Dio che è in Italia, dove si curano le piccole cose, a scapito del dovere più impellente del sacerdote, del diacono, del catechista e del cristiano impegnato (i leviti di oggi): quello di essere vicino a chi soffre, a chi è malato, a chi è solo nel dolore. Anche il levita che, forse, sta salendo verso Gerusalemme per prestare servizio al Tempio, rifiuta di assistere il moribondo, pensando, in cuor suo, di evitare di contaminarsi nel contatto con lui, visto che è diretto al tempio per prestarvi servizio. Quindi il sacerdote e il levita hanno osservato un precetto fatto dagli uomini, senza ascoltare la voce del cuore che riverbera quella di Dio.

Due sono le cose: o la voce del cuore è così flebile da non poter essere ascoltata, oppure la voce stessa di Dio che chiama in soccorso dell’uomo morente è lontana dai cuori sclerotici di quegli uomini, che sono uomini di Dio, o dovrebbero esserlo. Proprio come accade oggi, nella Chiesa “Santa” di Dio che è in Italia. Diciamoci la verità. La Comunità cristiana sta vivendo un tempo di grande smarrimento, oltre che di svuotamento di una spiritualità fondamentale per l’anima di ogni apostolato. E gli effetti si vedono e si sentono: oggi non c’è un’azione pastorale della Chiesa nei confronti della categorie più fragili e indifese della società: i malati, gli anziani, i disabili, i malati terminali. Si, qualche parroco confessa di tanto in tanto i propri malati. Qualcuno, magari, va a portare i sacramenti una volta alla settimana o una volta al mese: in tal caso sono privilegiati coloro che hanno questo favore. Purtroppo tutto è demandato al diacono o al ministro straordinario dell’eucaristia: ma non possono né confessare, né “portare Dio ai malati”, come auspicava Padre Pio.

Mi dispiace se parlo così, nudo e crudo, cari sacerdoti. Lo faccio con cognizione di causa: sono un uomo di sofferenza e fin dalla mia infanzia sono stato toccato da una croce che accompagna il mio percorso esistenziale. La vostra presenza è essenziale nelle case, specialmente laddove c'è una malattia, una condizione di disabilità, un dramma personale e familiare. Qui occorre la vostra presenza. Altro che nelle adunanze giovanili: tanto già da ora si vedono gli effetti di una catechesi troppo orizzontale e poco verticale verso i giovani. Dappertutto è assente una giusta ed essenziale, oltre che profondamente evangelica, pastorale del malato.

Ho avuto con me mamma, malata di Alzheimer da oltre dodici anni. Dico il peccato ma non il peccatore: neanche una volta il parroco o chi per esso è venuto a casa a confessarla e comunicarla. E mia madre, volata al cielo il 23 novembre scorso, non era certamente un caso unico. Grazie ai sacerdoti che venivano alle mie trasmissioni, e a me che le portavo l’Eucaristia, mamma ha avuto quel minimo di conforti religiosi. Altrimenti sarebbe morta senza il minimo conforto dei sacramenti. C’è una malata cronica che vive paralizzata a letto, che abita in provincia di Modena: non vede quasi mai il sacerdote. Mi telefona di tanto in tanto, e a volte mi confida di aver una fede ridotta al lumicino, arrivando quasi alla disperazione. Non ci può essere Chiesa senza predilezione per i malati e gli anziani. Oggi, purtroppo, si parla tanto di pastorale giovanile, di allegria, di chitarrate, e nelle parrocchie si diffonde una prospettiva troppo orizzontale della Comunità cristiana. Una Chiesa troppo attenta alla superficie dell’uomo, all’euforia giovanile, alla spensieratezza, e, forse, anche a una catechesi formale, superficiale, senza formare i giovani alle difficoltà della vita.

Questa non è la Chiesa di Cristo: è bene dirlo. Una Chiesa che curi solo i giovani e i bambini è una Chiesa monca, non fedele ai sentimenti del Suo Sposo, che è Cristo. Il malato, il disabile, l’anziano, il malato terminale, devono sentire l’amore di questa Madre. Manca del tutto un’assistenza sanitaria domiciliare. E mentre i giovani sono rinchiusi tra le mura dorate delle parrocchie, fra canti e tempi di festa, gli anziani e i malati sono costretti a marcire nella loro solitudine, oltre a tante famiglie che si disgregano forse anche perché impreparate ad affrontare il dolore di un anziano morente, di un papà terminale, di una mamma malata di Alzheimer o di Parkinson. In tutto questo noi non siamo Chiesa di Cristo, quanto uomini con l’imbiancatura cristiana, ma sclerotizzati dentro i nostri cuori, proprio come il sacerdote e il levita che non si fermano davanti all’uomo ferito, ma vanno diritto per la loro strada. La pastorale giovanile non deve fermarsi a una prospettiva orizzontale. La fede non è mai spettacolo, ma è soprattutto interiorità, come insegna Gesù: “Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”(Mt 6,6). Gli stessi giovani che frequentano le nostre parrocchie, col passare degli anni, perdono la freschezza delle origini, e senza aver coltivato una fede autentica e una profonda spiritualità che li abbia educati anche ad affrontare le grandi prove della vita, si allontanano da quella Chiesa che li ha plasmati in superficie. E succede quello che spesso vediamo nelle Chiese, dove non c’è il benché minimo rispetto per l’Eucaristia e per la liturgia.

Anche noi, molte volte, preferiamo sceglierci, a nostro piacere ed interesse, il prossimo, ovvero il compagno di viaggio od i compagni di viaggio che più ci aggradano. Preferiamo riservare il nostro affetto agli animali (tartarughe, cani, gatti, etc.) In uno spot televisivo appare una famiglia, al centro, sprofondato sul salotto di casa, c’è un grande cane. E il nonno? Dov’è il nonno? Sicuramente in una Casa di riposo, ad aspettare la morte. Questa è l’Italia cristiana ed efficiente di oggi? La parola di Gesù è inequivocabile. Ci invita ad abbattere le barriere e gli steccati che frapponiamo tra noi e tanti altri che secondo i nostri gretti giudizi non meritano di stare a contatto con noi o di essere aiutati da noi. L’amore verso il prossimo non ha confini e non deve essere grettamente calcolato secondo i nostri parametri umani. Altrimenti, anche se crediamo di essere cristiani, non lo siamo. Gesù ci chiede di respirare un amore universale, aperto a tutti, soprattutto a coloro che hanno il cuore ferito ed a quelli che hanno la vita lacerata dal dolore e dalle povertà dai mille volti".