80 anni fa il lancio della politica razzista del regime fascista: pagina vergognosa dell storia d'Italia

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone

Il 15 luglio 1938 esce sul quotidiano Il Giornale d’Italia un articolo con il titolo Il fascismo e i problemi della razza, poi ripubblicato il 5 agosto sulla rivista La difesa della razza, diretta da Telesio Interlandi; nell’articolo sono esposti i dieci punti del Manifesto della razza:
Le razze umane esistono.
Esistono grandi razze e piccole razze.
Il concetto di razza è concetto puramente biologico.
La popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà è ariana.
È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici.
Esiste ormai una pura “razza italiana”.
È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti.
È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall’altra.
Gli ebrei non appartengono alla razza italiana.
I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo.

Il Manifesto, redatto da dieci scienziati italiani che saranno ricevuti il 25 luglio dal Ministro per la Cultura Popolare, Dino Alfieri e dal segretario del PNF, Achille Starace, sarà poi sottoscritto da centinaia di studiosi, di politici, di intellettuali e di giornalisti: alla riunione Starace elogerà la precisione delle tesi enunciate, ricordando che da sedici anni il fascismo pratica una politica razzista che consiste nel continuo miglioramento della razza.

Il Manifesto risulta funzionale e propedeutico alla promulgazione delle successive leggi razziali, di cui costituisce la base ideologica e pseudoscientifica. E, infatti, a partire dal settembre 1938, mese dello storico discorso di Trieste in cui il duce Benito Mussolini preannuncia la linea politica razzista, si avvia il processo legislativo antisemita che si concluderà con la completa espulsione degli ebrei dal territorio italiano e che inizia con il loro censimento.

Le norme, comprese nella definizione di «Leggi per la difesa della razza», interessano, inizialmente, la scuola pubblica, da cui sono allontanati gli studenti ebrei. Nel giro di pochi mesi, una serie di decreti, che vanno a costituire il corpus delle leggi razziali, voluti dal capo del Governo, Benito Mussolini e controfirmati dal re d'Italia, Vittorio Emanuele III, definisce la politica del regime: gli ebrei non possono prestare servizio militare, non possono esercitare l’ufficio di tutore e di curatore di minori o di incapaci non appartenenti alla “razza” ebraica, non possono contrarre matrimonio con persone appartenenti ad altra “razza”, non possono essere proprietari o gestori di aziende con più di 100 dipendenti e proprietari di terreni fino a un certo estimo, non possono avere alle proprie dipendenze, in qualità di domestici, cittadini di “razza” ariana, non possono iscriversi alle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche o private, frequentate da alunni italiani o insegnare alle scuole statali o parastatali e nelle Università, né esercitare le professioni di notaio e di giornalista.

La politica del fascismo nei confronti degli ebrei subisce una svolta drammatica dopo l’8 settembre 1943 e la costituzione della Repubblica di Salò. Da quel momento ci sarà il completo asservimento alla Germania nazista e la discriminazione diverrà deportazione vera e propria. In totale gli ebrei deportati dall’Italia nel periodo che va dal 1943 al 1945 furono più di 8.000: solo un migliaio scamperà alle camere a gas.