Il 1948 anno fatale per la storia italiana i cui effetti ancora perdurano

- Opinioni di Franco Bove

Sono trascorsi settant’anni dal 1948, anno che fu denso di eventi decisivi per il futuro dell’Italia e che merita qualche commento. Il primo giorno del mese di gennaio entrò in vigore la Costituzione repubblicana che fu il risultato di una complessa e alta concertazione tra i rappresentanti di tutte le forze politiche antifasciste e che condensò i contributi di ideologie e di orientamenti culturali diversi. Il 2 aprile il Congresso degli Stati Uniti di America approvò il Piano Marshall che prevedeva aiuti all’Italia e all’Europa per cinque miliardi e trecento milioni di dollari. Il 18 aprile si tennero le elezioni per il Parlamento in cui la Democrazia Cristiana prevalse col 48.5% dei voti acquisendo la maggioranza in parlamento, mentre il Fronte Popolare, costituito dal Partito Comunista e dal Partito Socialista, a dispetto delle previsioni, raggiunse appena il 31 %. I socialisti, che nel 1946 avevano sensibilmente sopravanzato i comunisti in termini di suffragi, persero consensi e, soprattutto, parlamentari, diventando definitivamente la seconda forza politica italiana della sinistra. Così alla fine di giugno, nel congresso tenuto a Genova, avvenne la resa dei conti all’interno del loro partito. Nenni fu sconfitto e si interruppe il sodalizio con Togliatti.

Quest’ultimo il 14 luglio fu gravemente ferito da un giovane messinese e immediatamente scoppiarono disordini in tutto il paese. Le maggiori fabbriche furono occupate, gli spazi pubblici invasi da manifestanti che temevano per la vita del proprio leader e sospettavano un complotto ai danni dello schieramento di sinistra; gruppi di militanti politici armati tentarono di impossessarsi di centri di servizi strategici per dare avvio alla rivolta. La polizia del ministro degli interni Scelba reagì con durezza caricando la folla e facendo spesso ricorso alle armi per disperderla. Ci furono diciannove morti, circa duecento feriti e duemila arresti. Per fortuna Togliatti si riprese e seppe tenere sotto controllo l’intera organizzazione partitica, contribuendo a riportare la calma nel paese. Si è detto che un ulteriore apporto alla pacificazione degli animi fu dato dalla vittoria di Bartali al Tour de France che, il giorno dopo l’attentato, avrebbe risvegliato l’orgoglio nazionale e il senso della comune appartenenza al suolo italico. Forse questa è una voluta sopravvalutazione degli effetti del tifo ciclistico che, peraltro, proietta sugli italiani un’immagine di superficialità etico-politica di cui non si può certo andar fieri. E’ servita, tuttavia, a coprire il sostanziale fallimento dell’azione popolare spontanea su cui, al di là delle ovvie prese di distanza ufficiali dei dirigenti comunisti e socialisti, si faceva molto conto nella base dei loro partiti.

In realtà le ore successive all’attentato dimostrarono che il Governo era ben saldo, in grado di controllare i moti di piazza o di qualsiasi altra natura ed aveva il sostegno della maggioranza della popolazione. Evidentemente i risultati elettorali non erano stati solo il frutto di un’ondata emotiva, come si era voluto far credere, ma di una convinta adesione all’istituzione democratica e repubblicana della maggioranza dei cittadini. Il 1948 segna così la fine dell’illusione rivoluzionaria, della speranza da molti coltivata della presa del potere attraverso un colpo di Stato e determina l’arroccamento della sinistra in una posizione di attesa messianica della “vera democrazia” e di ostentata diversità antropologica che non gioverà all’evoluzione democratica del paese. Ma la separazione tra la Democrazia Cristiana e il Fronte Popolare era già iniziata durante gli ultimi due governi unitari delle forze antifasciste e non solo per ragioni attinenti agli equilibri internazionali. Per affrontare l’ingente debito pubblico e la drammatica svalutazione della lira, con il vertiginoso aumento dei prezzi, l’indigenza in cui versavano ampi strati della popolazione e la carenza di lavoro, si erano contrapposte due diverse ipotesi di strategia politico-economica. Da una parte Mauro Scoccimarro e Antonio Pesenti chiedevano il cambio di moneta e un consistente prelievo sulla valuta sostituita, variabile dal 10% al 40% (moneta circolante, depositi e titoli di stato), oltre ad una forte imposta straordinaria sui patrimoni immobiliari (60%) e all’avocazione allo Stato dei profitti di regime e di guerra al fine di colmare il pesante debito.

Questi provvedimenti, per esplicita ammissione dei proponenti, avevano carattere politico e morale, oltreché tecnico. Dall’altra parte i ministri Corbino, Ricci e poi Einaudi, di orientamento liberale, consideravano un grave errore sottrarre fondi privati così necessari all’investimento imprenditoriale, soprattutto nel settore industriale ed edilizio, cui la guerra aveva arrecato danni tremendi. Convinti che bisognasse, invece, puntare al raffreddamento dell’inflazione con soluzioni bancarie e, in progressione, pervenire all’avanzo di bilancio, giudicavano tecnicamente complicato e, dunque, velleitario l’accertamento dei profitti di guerra (su quelli di regime concordavano) e rischioso il mutamento della lira con il relativo prelievo, che avrebbe potuto causare una corsa sfrenata agli acquisti per liberarsi del contante, un ulteriore, drammatico innalzamento dei prezzi e rivolte popolari. Contavano di raccogliere fondi con una sottoscrizione di titoli, ma quando l’operazione fu attuata non diede, in verità, i risultati sperati.

Le posizioni non erano conciliabili. La prima tendeva ad accentuare il ruolo della finanza e dell’industria di Stato, già sperimentata nel ventennio fascista con la fondazione dell’IRI, sperando in prosieguo di ricorrere ai metodi di pianificazione del socialismo reale; la seconda si proponeva di avviare la ripresa del paese inserendola nell’economia di mercato. Di qui la necessità di incentivare l’iniziativa privata, evitando di gravarla di oneri eccessivi, per creare sempre più posti di lavoro e aumentare il PIL poco alla volta; all’impoverimento della società si poteva, intanto, sopperire sostenendo i consumi con interventi straordinari finanziati dagli Stati Uniti. Ottenuto su questi punti l’appoggio americano e l’impegno a contribuire alla ricostruzione delle città distrutte dai bombardamenti, De Gasperi dovette sciogliere il nodo che stava legando la coalizione governativa e la stava riducendo all’immobilismo. Si dimise e formò un nuovo governo senza comunisti e socialisti. Togliatti protestò vivacemente, ma senza andare oltre. Una lunga lettera inviatagli dal banchiere Raffaele Mattioli lo aveva, probabilmente, persuaso che per superare la crisi non c’erano vere alternative rispetto all’assunzione di misure che richiedevano dolorosi sacrifici. Dunque meglio restare fuori dal governo. Il gioco del dentro e del fuori non poteva funzionare più.

Fu, forse, questo il motivo principale per cui nel teso, aspro confronto elettorale dell’anno seguente non ci si misurò sulle proposte politico-economiche più idonee a risolvere i problemi nazionali, che avrebbero fatto emergere le vere differenze di visione, ma ci si scontrò essenzialmente su temi ideologici e moralistici, facendo largo ricorso a false accuse e calunnie, metodo che avrà, purtroppo, un seguito. I cattolici con l’appoggio della Chiesa e dei comitati civici di Gedda misero in atto una vera e propria crociata anticomunista a difesa dell’idea di libertà occidentale e della famiglia, intesa come nucleo base dell’organizzazione sociale. Richiamarono ripetutamente lo stretto legame della sinistra italiana con la Russia di Stalin, la doppiezza rappresentata dal fumoso concetto di democrazia progressiva da lei sbandierato e il ruolo repressivo dell’autonomia degli Stati dell’Europa dell’Est svolto dal Comintern. Il Fronte Popolare rispose accusando gli avversari di aver svenduto l’Italia al sistema capitalistico occidentale, di aver tradito gli interessi delle classi popolari e di essere un insieme eterogeneo di reazionari, opportunisti e affaristi privo di un autentico progetto democratico. Ma si trovò in difficoltà rispetto al 1946.

I tempi erano cambiati. Era iniziata la guerra fredda. In Cecoslovacchia il governo socialista era stato liquidato dagli stalinisti e Jan Masaryk, suo esponente di spicco, misteriosamente morto. La Grecia, devastata dalla guerra civile che Tito alimentava, appariva come un esempio inquietante di ciò che sarebbe potuto avvenire anche da noi. Intanto De Gasperi qualche buon risultato lo aveva raggiunto, dimostrando, soprattutto, forte personalità e la rassicurante capacità di muoversi incisivamente nella dimensione sovranazionale. Vinse, così, nettamente le elezioni, oltre le proprie aspettative. Ma Togliatti davvero le perse? In realtà lui sapeva bene che l’accordo di Yalta escludeva la possibilità di insediare in Italia un governo socialcomunista. Si rendeva perfettamente conto che il tentativo di mettere in discussione il trattato era destinato a fallire, come si verificò pochi mesi dopo in Grecia nell’indifferenza di Stalin. Intuì che la divisione in due blocchi del mondo avrebbe reso la vita difficile ai partiti marxisti occidentali di ispirazione sovietica, condannandoli ad una condizione di marginalità a favore della componente socialdemocratica della sinistra. Ciò, del resto, avvenne rapidamente in Spagna, Francia e nel resto dei paesi europei liberati dagli americani. Il “Migliore” capì, dunque, che il suo vero avversario era il Partito Socialista guidato da Nenni e con un abilità davvero luciferina lo ridimensionò, riuscendo perfino a fare eleggere propri candidati nei collegi dominati dai socialisti. Potenziò ulteriormente l’organizzazione del PCI, rendendola capillare, estremamente efficace e pervasiva a tal punto da connetterla a tutti i settori della vita sociale e istituzionale italiana.

Mentre la DC si mostrava maternamente accogliente, disposta all’indulgenza e, nei limiti del suo fondamentale orientamento cattolico, ideologicamente pluralista, Togliatti offriva, invece, l’immagine di un partito paternamente protettivo, ma rigoroso nel rispetto dell’ortodossia marxista, che pretendeva l’osservanza assoluta delle linee politiche stabilite dalla direzione e che si dimostrava per nulla propenso a perdonare errori, deviazioni e anche iniziative individuali. Era ciò che ci voleva per un elettorato deluso dagli esiti catastrofici del fascismo e disorientato dal disfacimento istituzionale provocato dalla sconfitta, che attendeva nuove teleologie, fuori dagli spazi rivendicati dalla religione, da cui derivare chiarezza di indirizzi, dignità di posizione nel nuovo quadro dei poteri scaturito dalla guerra e stili comportamentali coerenti.

Ma, sarebbe il caso di chiedersi, da dove provenissero questi nove milioni di ammiratori della rivoluzione d’ottobre, persuasi che il regime sovietico fosse una sorta di paradiso in terra e che le democrazie di stampo liberale fossero inaccettabilmente imperfette. Emersero d’improvviso dagli imbarazzanti silenzi delle fasi cruciali del fascismo, che pure era stato un regime di fatto durante il quale restava vigente lo statuto albertino e la possibilità di ribaltare lo stato di fatto. Ignoro se siano stati condotti studi in merito. Ad una valutazione di superficie, sembrerebbero venir fuori, come fiumi sotterranei, dal pauperismo cattolico medievale, dal probabilismo gesuitico settecentesco e dal radicalismo mazziniano, molto meno dall’illuminismo italiano, patrimonio di una ristretta minoranza, così come minoritari furono l’antifascismo e la Resistenza. Cercavano un’autorità finalmente credibile, salda nei suoi principi costitutivi e in grado di rappresentare unitariamente e autenticamente la classe operaia, i braccianti, i piccoli agricoltori, gli artigiani, gli intellettuali e la borghesia degli uffici. La trovarono nel partito di Togliatti. Nenni non resse il confronto con l’intelligenza, con il talento organizzativo e con le doti di intuizione del leader comunista. Non seppe nemmeno collegarsi ai partiti socialisti europei e alle loro strategie, commettendo un errore irreparabile. Subì il distacco dei seguaci di Saragat, senza trarne le dovute conseguenze. Restò fermo nelle sue posizioni filorusse, insistendo con la sua retorica tribunizia. Inoltre, nel corso del 1948, molti suoi compagni, insoddisfatti dalla carenza di identità e di operatività del loro partito, passarono definitivamente nelle file del PCI. Quali furono le conseguenze di questo capolavoro politico togliattiano che creò l’anomalia italiana, vale a dire la mancanza di alternative di governo?

Due in particolare. Da un lato il confronto si spostò sul piano del controllo diretto o indiretto di tutti gli enti pubblici e strumentali di livello nazionale e locale, compresi l’industria pubblica, le banche, l’Università e buona parte delle magistrature. Se non ci si poteva alternare al potere si doveva controllare ogni sua espressione, aprendo di continuo spazi di contrattazione. Ciò comportò un abnorme rigonfiamento degli apparati dei partiti, con costi prevalentemente a carico dello Stato, una specie di diffuso commissariamento politico della vita sociale e un’eccessiva limitazione e caducità dei governi a tutti i livelli. La gestione delle istituzioni fu piegata alle esigenze elettorali dei partiti, anche di quelli d’opposizione che avevano i loro uomini, ormai veri e propri professionisti dell’attività politica, inseriti in tutti i gangli della società. Raramente candidature, presidenze, ruoli dirigenziali e rilevanti mansioni di vario genere sono stati assegnati per meriti indiscutibili e senza convenienza politica. Dall’altro lato il sistema bloccato ha implicato il prevalere del principio di autorità su quello di verità. L’individualità è stata repressa, a volte in modi sottili, a volte brutalmente e le opinioni hanno dovuto sempre allinearsi a quelle ufficiali. Intellettuali di professione, artisti, giornalisti, uomini e donne di spettacolo hanno fatto a gara negli ultimi settant’anni nell’esternare, senza che fosse necessario, la propria adesione alle parole d’ordine dei partiti, temendo di essere emarginati dal mondo del lavoro e di essere dimenticati. Anche quando dagli anni novanta del Novecento l’alternativa al governo è divenuta possibile la patologia politica italiana non è venuta meno. Perdura ostinatamente, pur se oggi gli italiani mostrano di non sopportarla più. Tutto ciò è iniziato in quel fatidico 1948 ed è bene ricordarlo.