Cosa determinerà la fine dell'estate? I tre scenari ipotizzabili e la “Città Ricettacolo”

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Cosa determinerà la fine dell'estate? Domanda da tappetino acustico e soavità vocale, qualcosa di simile a una Norah Jones ascoltata distrattamente al tramonto. Oppure, scenario numero due, più pubescente, ancor meno strutturato: sguardo trasognante in riva al mare con Silvio Muccino a fungere da educatore e un sottofondo di tastierine interiori tra il dream pop e la scarsa conoscenza della musica contemporanea vagamente valida. Scenario numero tre, più adulto, più provinciale: prigionie mentali costruite sulla dialettica tra paralisi ed epifania, con la paralisi pronta a prendersi tutti i favori del pronostico e il qui e oramai a schiaffeggiare l'altrove, senza farlo cadere; colonna sonora new wave con rigorosa declinazione post-punk.

Insomma, fondali riflessivi variegati, più o meno mediocri, più o meno profondi, più o meno torbidi, più o meno riflessivi, attivati in automatico dal crollo delle massime. Un'approssimazione introspettiva in perfetta sintonia col diminuire della luce e, da queste parti, con il futuro riproporsi del permafrost.

Come attrezzarsi? La comodità suggerirebbe il diritto all'oblio di sé, uno strameritato oblio, una zona esistenziale a pochi centimetri da una pigrizia eterea, una clausura narrantesi con accenti spiritualistici, da trascinare a lungo. La scomodità, invece, intellettualmente più onesta ma emotivamente più faticosa, indicherebbe l'uscita di casa, la ricerca di stimoli, lo stramaledetto confronto, l'accettazione dell'autunno imminente.

Ci diciamo “forse è ancora troppo presto per murarsi vivi”, motivo per il quale, armati di pessimismo della ragione e ottimismo della volontà (non usciamo mai di casa senza), decidiamo di negoziare con l'aria aperta, dimentichi, per una forma istintiva di boicottaggio, della proposta “culturale” che presto si sarebbe abbattuta sul nostro panorama sonoro.

Neanche il tempo di salutare come si conviene gli appena accantonati propositi di sciatteria che ci troviamo immersi in un contesto in piena linea con le metodiche mastelliane, da sempre attente alla connessione tra “sentimento popolare” e pratica amministrativa. Una “Città Spettacolo” un po' per tutti, inclusiva, quasi una “Città Ricettacolo”, priva di pregiudizi, di snobismi, di inutili complessità adatte solo a disturbare il luccicante e profumoso andirivieni, a intaccare l'apposito dress code. Entriamo in modalità flâneur, cerchiamo rifugio nella folla, “velo attraverso il quale la città familiare appare al flâneur come una fantasmagoria”, per dirla con Benjamin. Camminando rassicurati dal buon quantitativo di umani che ci circonda, indice indiscutibile della bontà insita nel nuovo corso della manifestazione secondo i parametri della mastellastica, incrociamo un tripudio di vocoder, un Pino Daniele coverizzato e qualche sigla dei cartoni animati. Ogni tanto la nostra percezione intercetta nell'atmosfera quella giocosa malinconia tipica dei brani di Ivan Graziani, ma forse siamo noi a ficcarcela a tutti i costi perché proprio non riusciamo a modificare il nostro approccio da nostalgici indispettiti.

Il tempo passa, così come la voglia di limitarsi a disapprovare solo interiormente, però resistiamo. “A cosa serve portare in scena i testi kafkiani? Non c'è nulla di più kafkiano della chiusura di Città Spettacolo affidata a Gigi D'Alessio” ci diciamo, ma resistiamo. Vogliamo capire. E mentre cerchiamo di capire ci sovviene persino qualche intuizione non ancora pronta per trasformarsi in concetto. Poi capiamo che il cercare di capire rappresenta di per sé una drammatica stonatura rispetto a un qualsivoglia tentativo di autentica adesione, acefalo di necessità. Dunque, ci reimmergiamo nella folla, ne siamo accerchiati, il nostro pensiero, coperto dal frastuono, è ormai quasi inudibile, finalmente. Osserviamo la folla osservare se stessa, compiacersi del suo sentirsi folla. Da decapitati metaforici formuliamo la nostra ultima considerazione, con la testa sollevata da un boia immaginario e offerta alla platea: il vero spettacolo di “Città Spettacolo” è la folla medesima. Titoli di coda. Soundtrack: brano reggaeton minore.