"Uomo Europeo", l'esordio di Matteo Perifano. Nove arie contemporanee per quartetto d'archi, pianoforte e voce

- Cultura Spettacolo di Alessio Zarro Ievolella

Accade spesso, nel cantautorato emergente, che la composizione dei testi si riduca a mera descrizione della propria angusta esperienza quotidiana, trascrizione di un esile flusso di coscienza. Così, i piccoli e poco esemplari tormenti comuni diventano vuoti esistenziali incolmabili, luoghi di un pathos trascinante che spinge l’ascoltatore a sognare guardando fuori dalla finestra o dal finestrino - vittima di un’immedesimazione resa accattivante da epiteti più o meno ingegnosi. Non troviamo niente del genere nell’album d’esordio di Matteo Perifano (beneventano, classe ’93), “Uomo europeo”, che trasporta più che altro fuori dall’immediatezza e dalla smania ossessiva di un soggetto dispotico onnipresente, per condurlo verso una nuova problematizzazione delle sue stesse domande e aspirazioni. Il sottotitolo, “Nove arie contemporanee per quartetto d’archi, pianoforte e voce”, rivela subito che l’impianto musicale di riferimento è la tradizione colta europea - soprattutto Barocco e Romanticismo - di cui vengono riprese sonorità e schemi compositivi, ben arrangiati e miscelati con alcune precise influenze della musica cantautorale - Battiato e Branduardi, innanzitutto. Lo stile citazionista, che domina la tessitura dei brani - comunque non privi di riferimenti autobiografici -, attinge dal background storico, letterario, religioso e filosofico di Matteo e, ben lontano dalla pura ostentazione, crea il sostrato fertile per una ricerca autentica.

L’uomo europeo è un viaggiatore, in un’Europa che non possiede confini spaziali o temporali. Si tratta di un viaggio tra monumenti culturali e ciarpame quotidiano, che si sottrae all’inadeguatezza dell’orizzonte presente contemplando luoghi, personaggi e pratiche del passato come possibili mete. Questa fuga frenetica e insoddisfatta, la cui unica fonte di ristoro sono alcune brevi soste nella bellezza e nei luoghi di sogno, rimane perennemente sospesa - come la foglia del brano omonimo - sulla soglia di un mondo a venire, che sembra allontanarsi quanto più si spera di incontrarlo in qualche dove. Qui l’uomo europeo si confronta con il proprio limite, e prova a superare la serrata dicotomia tra utopia e rassegnazione, che lo incatena al vincolo della ripetitività. Nell’opera di Matteo tale vincolo è mitico, prima ancora che esistenziale o economico. Non a caso l’album si apre con “I demoni”, in cui l’ozio e l’apatia riducono il vivente a puro ‘fatto’ naturale. Il brano alterna, allo scherno dei palliativi dell’uomo moderno - la vita mondana, il fumo, il viaggio d’evasione -, l’esortazione (non si capisce quanto ironica) ad affrontare i demoni con le armi epiche e anacoretiche, per “stradistruggerli”. Essi sono ovunque, “in ogni terra e in ogni mar”, non ha senso scappare altrove.

Eppure ha inizio il “Viaggio d’inverno”, che muove, nella seconda aria - una suite in tre parti che descrive una sorta di fenomenologia dell’accoglienza - da una “landa desertica” (i paesaggi di Matteo hanno sempre valore esemplare, si confondono con la vita che ospitano o a cui rimandano), dove il peso del cammino è confortato dallo spettacolo di una natura ancora misteriosa - a dispetto delle acquisizioni scientifiche - e dall’abbandono fugace al calore di un luogo familiare - che fa tutt’uno con la rievocazione di un passato ora lontano e sepolto, ora più recente. Ma si tratta pur sempre di un rifugio onirico, che inevitabilmente svanisce e restituisce il viandante al suo gelido vagare. Che lo conduce in Russia, dove compie un ulteriore, disperato tentativo di far della meta la propria casa, offrendo in dono allo Zar una “Russkij ballad”. Si tratta della Russia di Gogol’, Dostoevskij e Tolstoj, ma anche di quella bolscevica. E se la Pietroburgo rivoluzionaria diventa inizialmente un riparo, presto c’è da fare i conti anche con l’ostilità rossa, per ritrovarsi, infine, solo una delle tante “anime morte” nelle liste di Cicikov - ultima e unica consolazione: un coito protratto fino all’alba.

Talvolta l’Europa, da teatro del viaggio-ricerca, diventa il caleidoscopio attraverso cui leggere la dimensione interiore e contemplare “l’ordine dei sentimenti”. Così, il cuore di Matuska è “freddo come gli inverni di Mosca”, mentre in “Zum Arabischen Coffee Baum”, “le ansie e i malumori sono grigi come la foschia del nord” e i colori dei paesaggi e delle cattedrali rievocano allegoricamente momenti della storia personale o collettiva. Nel brano incalza una tensione romantica, costantemente nullificata. Se il “mare che sbatte sulla costa” e “il maestrale che s’agita tra le tempie”, infatti, provocano un sommovimento trasognato dell’io, questo viene immediatamente ridotto a grottesca esasperazione dell’ansia di sfuggire all’inutilità, fosse pure con un “abito talare preso in saldo al centro commerciale”. La dialettica shumanniana, nell’alternanza di voci tra Eusebius, Florestan e il Meister Raro, sottrae la sfida esistenziale al compimento del limite, problematizzando il processo.

Nel “Mercato musicale” - brano che, assieme a “I demoni”, conserva un fisionomia più schiettamente pop - si dà una contrapposizione tra il musicista dello studio accademico e del sacrificio e quello da hit parade sempre in poltrona da Fazio. Oltre al sarcasmo e alle frecciatine senza peli sulla lingua, il testo, d’altro canto, ben esprime la tensione specifica a cui è sottoposto il lavoro di Matteo, nel tentativo di operare una sintesi efficace tra la tradizione classica e la canzone pop contemporanea, in cui necessariamente deve incriptarsi. La logica economico-utilitaristica non abbandona mai l’album, ed è sempre schiavizzante: nel primo brano “il montepremi è in dollari” e i giorni sono “tutti uguali, distinti solo dai numeri e i calendari”; il tempo è ridotto alla sua cruda valenza di misurazione quantitativa e, poiché oggettivamente appiattito, è rimborsabile. Le radici dell’homo oeconomicus vengono quindi individuate nell’alacrità asettica - weberianamente impregnata di calvinismo - della borghesia tedesca proto-capitalistica dell’Ottocento, i cosiddetti “Biedermeier”.

La voce di Matteo - sempre spontanea, che predilige l’intenzione e l’espressività rispetto ai vezzi canori, modulando dallo sconfortato all’euforico - qui si fa ostentatamente ironica, mentre interpreta il gongolare sornione del filisteismo borghese, compiaciuto di aver avuto la meglio sulle grandi ideologie rivoluzionarie e che - promuovendo il capoufficio a Redentore - si sente addirittura al riparo dal giudizio divino.

La settima traccia descrive il viaggio ben più promettente di una foglia, dal momento in cui si stacca dall’albero fino al suo rimanere sospesa senza toccare terra. In questa piccola perla lirica viene fuori una straordinario pathos della caducità - in tensione col desiderio di un avvenire impossibile - affrontato con poetico coinvolgimento e umana rassegnazione. Difficile non notare l’esatta ripartizione del brano in due momenti di eguale durata: uno cantato e l’altro solo strumentale, come se l’autore avesse voluto lasciare il tempo, nella seconda parte, per assimilare le sensazioni suscitate dal volo della foglia. In “La notte di Valpurga”, poi - tributo a Goethe e Nietzsche -, l’irrequietezza dell’anima gravida di rimpianti si perde nella concitazione estatica di un sabba infernale, che accompagna la definitiva dissoluzione del soggetto.

Qui si precisa il carattere del viaggio dell’uomo europeo: un “viaggio d’altitudine” - non, dunque, orizzontalmente diretto verso una meta o uno scopo (fosse pure il potenziamento dell’io) ma che risale verticalmente l’abisso tra essere e non essere, scavalca la vetta decisionale privando i demoni del loro potere. Per svelare infine il desiderio più profondo di qualsiasi vita aspiri alla quiete e alla felicità: non esistere affatto, svanire forse nel rapimento di una natura ripristinata e sottrarsi alla noia che scaturisce dal proiettare se stessi nel futuro, nel raggiungimento di questo o quell’obiettivo - fretta di arrivare, errore di logica. Se demandare la felicità al domani vuol dire differire il termine delle prove generali della vita, è in un “Canto di Natale” che riecheggia lontano da un passato preistorico - dall’infanzia - che Matteo indica la tappa finale del viaggio. Reliquia preziosa e inossidabile, la sua magia rammemorativa è immune dalla schiavitù di dover essere utile, ma capace di traghettare nel tempo la tanta vita che il mondo, malgrado l’imbruttimento storico e la dichiarata professione di pessimismo dell’autore - sancita dalla citazione leopardiana -, ancora ospita.

Al riparo sia dalla mediocrità del ‘basta che funzioni’, che dalla tentazione di essere nuovo a tutti i costi, l’album di Matteo Perifano risulta tanto più moderno quanto più si sforza di penetrare un’Europa arcaica. Un lavoro frutto di studio e consapevolezza, sicuramente pregevole, che merita di essere ascoltato con attenzione.

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"Uomo Europeo. Nove arie contemporanee per quartetto d'archi, pianoforte e voce” di Matteo Perifano è disponibile su Spotify, Itunes, Deezer e restanti stores digitali. Disponibile anche in copia fisica presso Top dischi (Via Ennio Goduti 16, Benevento) oppure inviando una mail all'indirizzo matteoperifano@hotmail.it.