Serve la filosofia? Tanto, molto di più di quanto non conoscendola si possa immaginare

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone

La domanda che provocatoriamente viene posta ogni qualvolta si desideri parlarne, anticipando l’obiezione di chi ascolta, è “A che serve la filosofia?” Di solito è un escamotage retorico per poter dimostrare che il termine “servire” non appartiene e non può appartenere alla cultura e che, al contrario, seguendo il rigoroso procedimento dialettico zenoniano e partendo dalla confutazione di ciò che si vuole affermare, la filosofia serve, serve eccome! Tralasciando il richiamo ad Aristotele sulla “necessarietà” del sapere contemplativo, proviamo, quindi, a chiederci perché e se sia utile. Intanto è utile a chi non solo vi si è dedicato per passione ma ci vive, di passione: basti pensare al mondo dei docenti, degli scrittori, degli accademici, degli editori.

È utile agli studenti perché aiuta a contestare i professori, soprattutto quelli di filosofia che, di solito, sono anche i più aperti, quelli che prima dicono agli studenti che devono mostrare spirito critico, spesso come captatio benevolentiae nel preparare un terreno favorevole all’introduzione della filosofia, e poi si ritrovano ostaggio della loro “liberalità”. E non sono i soli: chi non ricorda la facile, anche scorretta ma divertente ironia di Aristofane che, nelle Nuvole, presentando un Socrate nel pensatoio, a metà tra aria e terra, riferisce l’aneddoto di Strepsìade che, per rendere più responsabile e istruito il figlio Fidippide, lo manda a scuola dal filosofo ateniese? Non solo il genitore se lo ritrova contro, ma pure violento e spocchioso e con la pretesa di dimostrargli, con gli strumenti della speculazione, di avere tutto il diritto di contestarlo.

È utile perché, se qualcuno vi accusa di non sapere scrivere, potete sempre rispondere che il più famoso filosofo dell’antichità, il caro vecchio Socrate, non ha mai scritto niente. Una volta, a me che rimproveravo un alunno di voler rimanere nella sua ignoranza, l’alunno rispose, delficamente, che la vera sapienza è sapere di non sapere; quando lo redarguii sulla fin troppo facile e banale obiezione, rispose, citandomi il De Docta ignorantia di Cusano, che anche i dotti sono destinati a restare per sempre ignoranti e che dunque studiare era tutta fatica sprecata.

È utile agli uomini: niente è più intrigante per una donna che essere sedotta mentalmente. Nonostante il suo pragmatismo nella risoluzione dei problemi quotidiani, rimane cerebrale per quanto riguarda la gestione dei sentimenti e, dunque, vulnerabile all’intelligenza. Con una donna può più una frase del tipo: “Difficile è la lotta contro il desiderio, poiché ciò che esso vuole lo compra a prezzo dell'anima” che un paio di bicipiti scolpiti. Se poi qualcuno citasse La nausea di Sartre o facesse riferimento all’Enracinement di Simone Weil allora sì che sarebbe totalmente in suo potere. Ma è utile anche alle donne: quando si vuole glissare su una relazione che proprio non s’intende portare fino in fondo, si può sempre ricorrere al solito Eraclito e sussurrare all’insistente di turno: “La malattia rende dolce la salute, la fame rende dolce la sazietà, la fatica dolce il riposo.” E, ovviamente, giustificare l’attesa a cui lo sta condannando come ciò che renderà più forte il desiderio.

È utile perché se vi dicono che siete incoerenti, potete rispondere con James Russell Lowell o con Aldous Huxley che solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione e che il mondo cambia e cambia troppo in fretta perché si possa restare legati a un’idea di dieci anni fa come se fosse una verità universale. Quindi non solo possiamo, ma dobbiamo cambiare idea. Perché certamente stupidi non siamo e morti non lo vogliamo diventare.

È utile perché, se un genitore troppo noioso ti assilla col ricorso continuo alla propria esperienza, puoi sempre ridimensionarne il valore e fare come Bertrand Russell che, per contestare la validità dell’inferenza induttivistica, ricorse alla metafora del tacchino, poi ripresa da Karl Popper. Il tacchino, allevato in una fattoria statunitense, cercò di formarsi una visione del mondo basata sui dati dell’esperienza. Dopo aver osservato con estrema precisione che, nell'allevamento dove era stato portato, gli veniva dato il cibo sistematicamente ogni 24 ore, anche la domenica, concluse, soddisfatto: “Tutti i giorni mi danno da mangiare alle 9 del mattino”. Sfortunatamente il 24 dicembre, vigilia di Natale, qualcuno venne, ma non a portargli il cibo bensì a tirargli il collo.

È utile anche a noi perché possiamo rispondere loro che sarebbe stato possibile anche un altro comportamento da parte del fattore: che, sempre secondo Aristotele, ogni uovo di tacchino è un tacchino in potenza, ma solo in potenza per cui sarebbe pure potuto diventare una frittata senza arrivare neppure alla festa di Ognissanti.

È utile perché insegna a ridere dei propri difetti e a relativizzarli: Protagora poteva sostenere che ognuno crede che la propria cultura sia quella giusta perché convinto che ogni cosa potesse essere affrontata da punti di vista differenti. “I Macedoni credono bello che le ragazze siano amate e si uniscano con un uomo prima di sposarsi, ma brutto dopo che si siano sposate; per i Greci è brutta tanto l'una cosa che l'altra...I Persiani giudicano bello che anche gli uomini si adornino come le donne e che si congiungano con la figlia, la madre e la sorella: i Greci invece giudicano queste azioni brutte e immorali“, e ancora che “la malattia è un male per il malato ma un bene per il medico”. Se tutto è relativo a colui che giudica, allora anche i nostri difetti possono diventare pregi agli occhi di chi sa guardare in modo diverso. È quanto, ad esempio, si può fare col proprio fidanzato, facendo passare per virtù molti dei propri vizi, almeno fino al matrimonio…

Sarebbe utile anche a far soldi, ma, in verità, al filosofo la ricchezza non interessa. Non che, se volesse, non ne sarebbe capace: l’aneddoto di Talete sui profitti che fece, affittando con anticipo i frantoi della sua regione e subaffittandoli quando ci fu il raccolto abbondantissimo di olive che aveva previsto con i suoi studi, dimostra che il filosofo sceglie di dedicarsi alla ricerca della verità perché i beni materiali non gli interessano.

È utile a non inseguire false illusioni: d’accordo, è meglio essere ricchi che poveri, ma se sono abituata a vivere con diecimila euro al mese, come starei se improvvisamente la mia azienda fallisse e io mi trovassi da un giorno all’altro a dover farmi bastare mille euro? Certamente peggio che se accadesse il contrario: questo non significa che dobbiamo imitare San Francesco, ma renderci conto, come diceva Epicuro, che ci sono beni necessari e naturali e beni non necessari né naturali. E che la ricchezza, il potere e la fama non sono né naturali né necessari.

È utile a capire che ci sono beni del solo corpo e beni che toccano l’anima. Noi a volte li confondiamo, ma spesso la qualità della vita dipende proprio da ciò che crediamo non necessario eppure ci è indispensabile, come la bellezza dell’arte, della musica, dell’intelletto, della poesia. È utile a capire che, come le cose materiali ci fanno sopravvivere, sono quelle dello spirito a farci vivere. Nel novembre del 2012, Daniel Barenboim, il famoso direttore d’orchestra, ospite della trasmissione Che tempo che fa, confidò a Fazio: "Il più bel complimento l’ho ricevuto da un palestinese a Gaza. Grazie, mi ha detto, per aver suonato per noi. Noi abbiamo la sensazione che il mondo ci abbia dimenticato: qualche volta qualcuno si ricorda di noi e ci manda medicine o cibo, ma questo si fa anche con gli animali. Lei, invece, ci ha portato la sua musica e questo si fa con gli esseri umani."