La condanna della mafia da parte del papa e le domande che i cristiani non si fanno

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Palermo. Così Papa Francesco durante l'omelia dedicata a don Pino Puglisi, prete vittima di Cosa nostra: “Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore”. Parole che si agganciano a una lunga riflessione interna alle alte sfere del Vaticano sull'opportunità di scomunicare chiunque sia affiliato a un'associazione di stampo mafioso. Parole che tentano di scardinare la duratura osmosi tra alcuni segmenti della chiesa e la mafia, osmosi tutt'altro che sotterranea. Parole, ancora parole, per il momento.

Eppure, se sussiste in alcuni territori una longeva connivenza tra clero secolare e criminalità organizzata, forse, bisognerebbe indagarne l'origine e non limitarsi a constatarla alla stregua di una creatio ex nihilo, una creazione dal nulla, come un fenomeno estraneo alla causalità, privo di presupposti. Tale auspicio si fonda su due ragioni. In primis, perché l'approccio papalino alla questione, non del tutto inedito, appare piuttosto energico sul fronte della denuncia – sebbene gli anatemi siano ancora in cottura –, ma scarico sul piano dell'analisi. In secondo luogo, perché, banalmente, il comprendere le cause di questa enigmatica “interlocuzione” potrebbe fornire qualche strumento in più per contrastarla; evenienza che, sia chiaro, desta interesse non allo scopo di preservare la presunta purezza dello spirito religioso o per assecondare il gusto ateo per l'intromissione in materia di fede, bensì per evitare che la vocazione malavitosa possa cavalcare pulsioni culturali-esistenziali a essa estranee attraverso cui legittimarsi socialmente, attraverso cui normalizzarsi.

Le parole del Papa sono inequivocabili: c'è un'incompatibilità strutturale tra il messaggio evangelico e la condotta mafiosa, motivo per il quale quest'ultima, ipso facto, non può dirsi cristiana. Affermare “la famiglia è sacra” non significa dare adito al familismo amorale, così come il comandamento “non uccidere” risulta difficilmente conciliabile con lo stragismo, ecc. Ma la sensazione che si ha è che la “teologia mafiosa” non si lasci intimidire dalle argomentazioni papaline, quantunque aspramente giudicanti, e dalle annesse patenti di cristianità.

Essa, lungi dal contemplare l'irriducibilità di dio a una qualsivoglia condizione posta dal pensiero o dallo screditare l'autorità religiosa in quanto interprete privilegiata della parola divina, obbedisce a un vago “non possiamo non dirci cristiani” in termini di automatismo ereditario, di riproduzione culturale scardinata, di cultualismo estetizzante: riti di iniziazione con santini, madonne che si genuflettono sotto la casa del boss di turno, idolatrie varie; una sorta di neopaganesimo rudimentale che non si preoccupa di sconfessare il potere spirituale, pur venendone ufficialmente sconfessato.

Dio, “da abitudine diventata necessità” si trasforma, per mezzo di questo dispositivo “teologico”, in un'abitudine diventata formalità, pura formalità. Dalla religione del simulacro al simulacro della religione: un chiasmo in cui l'adesione interiore alla dottrina non sembra roba da culturisti della spiritualità. Una destituzione estetica del fideismo, un sacralizzarsi tramite una controfigura del sacro.

Agostino d'Ippona, per concessione retorica, si chiede: “Esiste quiete sicura senza Dio?”. Klossowski risponderebbe negativamente poiché, in base alla sua interpretazione, persino la forma nicciana conserva la nostalgia di dio, “non a caso l'approccio con Nietzsche è da fedele non praticante”. La “teologia mafiosa”, invece, suggerirebbe, a sua insaputa, l'esatto contrario, il paradosso: il praticante infedele. Paradosso che, a veder bene, risulta essere piuttosto in voga se si considerano la diffusa declinazione folk del sentimento religioso e le pesanti distorsioni dei precetti gesuani abbracciate da molti annusatori seriali d'incenso. Paradosso che racconta sin troppo efficacemente lo spessore spirituale e culturale di un paese che ama definirsi cristiano, ama affiggere crocifissi in luoghi pubblici, ma discrimina tutti coloro che fuggono dalla disperazione e fatica a fare i conti con onestà introspettiva sulla propria sedicente cristianità.

Il cristianesimo italico, sempre più scevro da ansie metafisiche e da astruserie sul prossimo, si sostanzia ormai in un continuo proliferare di teologie eccentriche. Ad esempio, come non menzionare, in appendice, da appassionati di cronaca verde, quella leghista. La cui raffinata teoresi rende credibile, se non degno di divinazione, un Salvini qualunque nell'atto di sventolare il Vangelo per disseminare odio verso un nemico immaginario (“Ma io vi dico: amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a coloro che vi odiano, e pregate per coloro che vi maltrattano e vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro, che è nei cieli, poiché egli fa sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i malvagi e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Perché, se amate coloro che vi amano, che premio ne avrete? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro, che è nei cieli”).

Sarcasmo istintivo: dov'è l'inquisizione quando serve? Sarcasmo ragionato: perché le istituzioni ecclesiastiche si muovono con tale cura nell'impedire a individui agonici di morire in santa pace, a coppie innamorate di sposarsi e di avere figli solo perché dello stesso sesso, a Buttiglione di non estinguersi politicamente, mentre si palesano così altalenanti nell'osteggiare le sopraelencate “derive interpretative” del messaggio evangelico aventi un impatto sociale ben più considerevole? Gli atei se lo chiedono e i credenti?