Il caso Lucano in attesa che la forza della legge riesca a saldarsi con la ragione dell’etica

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone
Domenico Lucano
Domenico Lucano

Se il sindaco di Riace, Domenico Lucano, abbia o non abbia infranto la legge, lo stabilirà la magistratura. Le accuse contestate e in base alle quali è stato arrestato con un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip, su richiesta del procuratore di Locri, sono “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” e “fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti”. Altri reati che la procura avrebbe voluto addebitargli, come la concussione, il falso, la malversazione, non gli sono stati riconosciuti dal giudice delle indagini preliminari per la "vaghezza e genericità del capo di imputazione", di mancati riscontri e di conclusioni "indimostrabili o presuntive". In sostanza, il gip ha accolto solo due delle accuse che la procura aveva mosso al sindaco di Riace la cui amministrazione, ricordiamo, è stata presa a modello d’integrazione intelligente e di capacità di rianimare una comunità ormai asfittica, che stava scomparendo demograficamente e che, grazie ai migranti, non considerati come problema ma come soluzione, è ritornata a riappropriarsi delle abitazioni abbandonate e dei vecchi mestieri. Superficiale e spregiudicato viene definito Lucano dal gip, ma non avido dal momento che pur “vivendo oltre le regole”, non ha arricchito se stesso, né le associazioni che ha coinvolto nel progetto di accoglienza. Simbolo internazionale dell'integrazione, Domenico Lucano fu inserito nel 2016 dalla rivista “Fortune” tra i 50 leader più influenti del mondo, insieme ad Angela Merkel, Aung San Suu Kyi, Bono degli U2 e papa Bergoglio. E proprio quest’ultimo, il massimo rappresentante della cristianità, gli scrisse, qualche anno fa, una lettera in cui esprimeva ammirazione e gratitudine per il suo impegno nel campo dell’immigrazione.

Il problema, però, che in questi giorni si pone è: può un cittadino che amministra un comune violare le regole, anche se in nome di un principio superiore? Può un rappresentante delle istituzioni essere al di sopra della legge? La questione chiama in causa la liceità di comportamenti e l’applicabilità della legge stessa che non può essere parziale, né adattarsi a seconda delle persone che la violino. Se fosse vero il contrario, avrebbe avuto ragione, nel caso della Diciotti, Matteo Salvini che, secondo il procuratore di Agrigento, Patronaggio, era invece imputabile di azione giudiziaria.

Ci sarebbe tutto un elenco interminabile di martiri della legge, da Anassagora a Gramsci, passando per Socrate, Ipazia, Bruno, Galilei, ma onestà vuole che nei casi citati ci fossero aristocrazie, democrazie poco mature, governi autoritari. L’umanità di Lucano che, anche nelle intercettazioni, dimostra in maniera inequivocabile di avere a cuore solo la salvezza delle persone a lui affidate, rimanda al coraggio dei vari Schindler, dei Perlasca, dei tanti giusti che disobbedirono alle leggi di quei tempi bui in nome di un valore che nessuna coercizione giuridica poteva annullare. Però, e con rispetto lo dobbiamo riconoscere, allora quelle leggi razziali furono espressione di un regime illiberale. Oggi viviamo in uno Stato di diritto, in cui la legge è il risultato del dibattito di un parlamento democraticamente eletto. È uguale per tutti. Lo è, almeno formalmente. E dobbiamo difendere questo principio di civiltà. L’arresto di Domenico Lucano ci addolora e ci indigna perché avviene ai danni di una persona generosa, che ha cercato di salvare vite e di integrare esseri umani, di promuovere valori di solidarietà e difendere diritti inviolabili della persona, quei diritti che esistono a prescindere dai vari ordinamenti giuridici. È, però, un cittadino italiano e come tale sottoposto all’azione della legge. Altra cosa sono l’esultanza per il provvedimento restrittivo o la banalizzazione dello sforzo di chi ha cercato soluzioni sostenibili di accoglienza. Il tweet del Ministro dell’Interno per l’arresto di un cittadino della Repubblica di cui è uno dei massimi rappresentanti istituzionali è stato, perciò, uno schiaffo alla sensibilità di tanta parte del suo paese, così come le dichiarazioni del sottosegretario all’interno M5S, Carlo Sibilia per cui “Riace non era un modello ed è finita l’era del business dell’immigrazione”. L’ossessione anti-migranti, inoltre, acceca a tal punto da spingere a fare errori grossolani come nel caso del video postato sul profilo di Matteo Salvini in cui il sindaco di Riace viene accusato di non far lavorare i cittadini per preferire i migranti e di comportarsi come in un regime. Il protagonista dell’intervista è tale Pietro Domenico Zucco, più volte accusato di essere legato alla ‘ndrangheta. Zucco non è un cittadino di Riace qualsiasi ma, oltre che oppositore del sindaco ed ex amministratore della città, sconfitto proprio da Lucano circa quindici anni fa, è stato imputato in un processo per trasferimento fraudolento di valori e condannato in via definitiva dalla Cassazione a quattro anni e mezzo di carcere. Ritenuto affiliato a una cosca mafiosa e prestanome nella gestione di un ristorante, proprietà di un boss poi arrestato, ha dichiarato, in una recente nota del suo legale, di essere stato assolto dall’aggravante mafiosa e ha negato che il ristorante fosse di Cosimo Leuzzi. Pessima figura, in ogni caso, ha fatto Salvini che ha sempre, giustamente, detto di voler combattere la criminalità organizzata e, senza verificarne l’identità, si è trovato a postare sulla sua pagina Facebook proprio la faccia e le parole di un uomo accusato di essere colluso con dei clan.

Non sarebbe corretto, però, che si dimenticasse che l’indagine è partita nel 2016. Altrettanto correttamente la concomitanza con le accuse alle ONG, poi rivelatesi inconsistenti, e ai vari centri di accoglienza come quello di don Biancalani, ad esempio, anche di qualche giorno fa, può essere contestualizzata nel clima di intolleranza di chi ha alzato toni ed eretto barriere. A tale proposito Massimo Biancalani riferisce di un’ulteriore analoga accusa ricevuta un anno fa di cui non aveva parlato e che riporta solo ora "per mostrare tutta la sua solidarietà al sindaco di Riace Domenico Lucano, arrestato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Perché chi opera nell'accoglienza, e ci mette tutto se stesso, poi finisce per pagare".

È vero: legalità e giustizia non sempre concordano. E a essere colpiti sono spesso i più indifesi. Vale la pena ricordare l’aneddoto che racconta Plutarco nella “Vita di Solone” su Anacarsi. Costui, ospite del legislatore ateniese, derise l’impegno di Solone sostenendo che credeva di trattenere le ingiustizie e le violenze dei suoi concittadini tramite degli scritti che non differivano in nulla dalle ragnatele; come le ragnatele, essi avrebbero bloccato i deboli e gli umili, mentre i potenti e i ricchi le avrebbero spezzate.

Proprio perché viviamo in uno Stato di diritto, con una magistratura indipendente e ragionevole, siamo certi che alla fine la verità riuscirà a rendere sostanziali, non solo formali, i valori che informano la vita civile del nostro paese. La giustizia non è perfetta e se a gestirla ci sono degli uomini e non delle macchine è perché non basta richiamare la legge, ma è necessario renderla viva. Non si esce dall’impasse: se viviamo in uno stato di diritto, e ci viviamo, possiamo esprimere solidarietà a Lucano ma non gridare alla mostruosità giuridica o chiamare in causa Antigone. Meglio interrogare Socrate che, messo nella possibilità di sottrarsi alla legge di Atene, si rifiutò di violarla, pur riconoscendosi innocente dei crimini contestatigli. A Critone, che avrebbe voluto fuggisse, Socrate rispose: Diciamo che non bisogna commettere volontariamente ingiustizia in nessun caso, o per certi versi sì, e per certi altri no? O diciamo che il commettere ingiustizia non è affatto cosa buona, né bella? Dunque in nessun caso va commessa ingiustizia”.

I giudici conoscono gli errori che possono derivare da un’ostinazione che rischia, in nome di una formale applicazione della norma, svilire la ratio che la anima. Vi sono ragioni diverse a fronteggiarsi nella vicenda Riace: l’oggettività della legge che deve essere uguale per tutti e la generosità del singolo che sa che ogni vita umana ha un valore che supera la necessaria rigidità di una regola codificata. Una vera democrazia, sostiene Popper, non è solo governo della maggioranza ma un sistema in cui ciò che non va possa essere modificato per vie legittime. È tale quando riesce a darsi leggi che rispettino un principio etico, quando oltre che meccanicamente estensive a tutti, siano soprattutto portatrici di valori alti e condivisibili da tutti e per tutti giuste e quando quelle esistenti possano essere corrette. È questo che rende delicato e fondamentale il lavoro legislativo.

Ci sono, poi, situazioni-limite, per usare un’espressione jasperiana, in cui il volto di una democrazia deve emergere in modo inequivocabile. Questa è una di quelle situazioni. Aspettiamo, perciò, con fiducia, che la forza della legge riesca a saldarsi con la ragione dell’etica e a onorare quel principio di solidarietà in nome del quale tante esistenze sono state conquistate alla vita e alla dignità.