“Il bene mio” e Apice Vecchia: il valore e l’importanza della memoria intesa anche come accoglienza

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Sergio Rubini
Sergio Rubini

“Il bene mio”, con Sergio Rubini, è il secondo lungometraggio di Pippo Mezzapesa, presentato all’ultimo Festival di Venezia, dove ha riscosso consensi da pubblico e critica. Programmato alla multisala Gaveli di Benevento, nella proiezione centrale della domenica (14 ottobre) è stato preceduto da un incontro proprio con il regista che ne ha spiegato genesi e senso artistico a una sala gremita. Oltre quel segreto piacere di un’affluenza che rievocava i tempi d’oro del cinema, molto ha giocato il gusto del ritrovarsi da parte quasi di una comunità territoriale, quella di Apice. L’opera di Mezzapesa, infatti, è largamente girata fra i vicoli, le abitazioni cadenti, il paesaggio… insomma la quinta teatrale un po’ gotica che è Apice ‘vecchia’.

Il prevedibile gioco dei richiami che ha attraversato la platea con quel suo riflesso nostalgico si è rivelato una sorta di traduzione simultanea del messaggio nella bottiglia lanciato da regista e sceneggiatori perché affrontasse il mare aperto degli schermi e del giudizio degli spettatori. Non c’è stato bisogno di alcuna forzatura ideologica per leggere anche la storia di uno sradicamento non solo geografico ma delle emozioni, seguito a un terremoto devastante in termini di vite umane, o dell’abbandono della terra natia per cercare fortuna, amore, riscatto, opportunità in un posto lontano. E porla a confronto con la trama nera di un Paese concentrato su un presente arrogante, come se non esistesse un domani, una trama farcita di menzogne sul futuro tecnologico di una società ritornata primordiale.

Il valore e l’importanza della memoria, intesa pure come accoglienza, sono scolpiti nei tratti sofferti del volto di Elia/Sergio Rubini, che per contrasto esprime consapevolezza e fiducia, da ritrovare e alla fine ritrovata. Tocca alla comunità, ora, riuscire a decifrare il foglio srotolato dal vetro. Di impadronirsi del suo contenuto e del sapore didattico del passato, del riscatto dalla tristezza del blues contro questa attualità di odio, pseudo-nuovismo e falsificazione. (G.F.)