Il libro di Anna Foa sui luoghi del confino: nelle periferie civili e sociali forzate si formano i costruttori dell'Italia antifascista e repubblicana

- Politica Istituzioni di Teresa Simeone

Nella sala del palazzo Bocchini a San Giorgio del Sannio, l’associazione Campania, Europa, Mediterraneo ha presentato l’ultimo libro di Anna Foa, Andare per I LUOGHI DI CONFINO, edito da Il Mulino. È un libro essenziale che, pur partendo da un tema definito, i luoghi di confino, apre spiragli su scenari che si espandono ben oltre quei luoghi, attraversando gli anni bui del regime fascista e prefigurando, nelle persone coinvolte, i futuri costruttori dell’Italia repubblicana e democratica. È, soprattutto, il libro scritto da una storica, testimone di un’epoca, essendo figlia di un uomo che ha combattuto il fascismo, è stato arrestato, liberato e ha partecipato ai lavori dell’Assemblea costituente, ma anche un libro poetico, di una poesia civile, struggente e a tratti intimista, mentre si sofferma a raccontare le emozioni dei confinati quando entravano in contatto con mondi così diversi dai loro e dai quali si lasciavano, infine, contaminare.

Il confino non è stato inventato da Mussolini: risale al periodo postunitario e a quella legge Pica del 1863 con cui il governo regio cercò di stroncare il brigantaggio. Fu utilizzato in seguito, in età crispina, e anche da Giolitti, seppure in forma limitata per gli italiani, ma non per gli stranieri, in particolare libici, dopo la guerra del 1911-12: molti vi morirono. A Ustica c’è tuttora un “cimitero degli arabi”. Il regime, però, ne perfezionò l’organizzazione anche tramite un riordino della legislazione, come nel 1926, con il Testo unico delle leggi di Pubblica sicurezza. Ponza, Ventotene, Lipari, Lampedusa ma anche paesi arroccati dell’entroterra meridionale o abruzzese o molisano erano luoghi scomodi, di repressione, dove i confinati erano oggetto di mille quotidiane vessazioni: “era - scrive Anna Foa - il luogo dell’arbitrio più assoluto”.

Tra il 1926 e il 1943 l’Italia ne è popolata, soprattutto per antifascisti. Dopo il 1938 incominciano ad arrivare rom e sinti, omosessuali, marginali. È dopo il 1940 che arrivano anche gli ebrei, soprattutto stranieri. Fino al 1940 gli ebrei al confino lo sono in quanto antifascisti, non in quanto ebrei: così è per Leone Ginzburg, Carlo Levi, Eugenio Colorni. Le leggi del ’38 non prevedevano, infatti, il confino per gli ebrei; esse però provocarono un’estensione di quelle misure per chi minacciava la purezza della stirpe italica, per zingari, prima oggetto di respingimenti, di allontanamento verso zone isolate e di espulsione e poi confinati. Giulio Landra, uno dei firmatari del Manifesto degli scienziati razzisti, li considerava “eterni randagi privi di senso morale”. Anche per gli omosessuali avvenne la stessa cosa e l’anno di svolta fu sempre il 1938: addirittura a San Domino, una delle Tremiti, si pensò di creare una colonia di confino per soli omosessuali. Eguale sorte toccò a molti Testimoni di Geova. Non furono soltanto confinati, ma sottoposti al Tribunale Speciale: vittime dei fascisti e dei nazisti, molti moriranno nelle camere a gas. La loro colpa era di essere antimilitaristi e pacifisti a oltranza. È una bellissima testimonianza quella che ne dà Vittorio Foa quando nel carcere di Civitavecchia, ricordando il dialogo con uno di loro, pur riconoscendo che era difficile discutere di politica per l’integralismo religioso, dichiara di ammirarlo poiché, in condizioni di gravi privazioni, si rifiutava di mangiare la pasta asciutta e il pezzo di carne che, in occasione delle quattro festività fasciste, il regime concedeva ai detenuti.

Le cose cambiano con l’entrata in guerra dell’Italia e al confino si affiancano i campi di internamento e di concentramento per gli ebrei. Secondo la Demorazza, erano circa 9000 gli ebrei stranieri residenti in Italia e, tra questi, quelli che avevano acquisito la cittadinanza italiana dopo il 1919 e con le leggi del ’38 l’avevano perduta, divenendo apolidi. Per una sorta di eterogenesi dei fini, però, al confino, dove si cercava di isolare il dissenso e soffocare il pensiero, si formerà la classe politica e intellettuale dell’Italia repubblicana: Sandro Pertini, Cesare Pavese, Carlo Levi, Emilio Lussu, Pietro Nenni, Ferruccio Parri, Altiero Spinelli, Umberto Terracini. In un’isola di confino, Ventotene, nasce anche l’idea di Europa. Nasce nel 1941, quando la Germania attaccò l’URSS e sembrò che il destino dell’Europa e del mondo potesse sprofondare inevitabilmente nell’orrore nazista. È scritto da Altiero Spinelli e da Ernesto Rossi, ma con il contributo di Eugenio Colorni e di sua moglie, ebrea come lui, Ursula Hirschmann, che, non essendo confinata, contribuirà a diffondere il Manifesto fuori dall’isola. Colorni, una volta liberato, ne stampò a Roma, clandestinamente, 500 copie. Fermato da un gruppo di fascisti, nel maggio del ’44, cercò di fuggire ma fu colpito a morte, pochi giorni prima di quel 4 giugno ’44 in cui gli alleati liberarono la capitale. A bloccarlo era stata la famigerata banda Koch, conosciuta per l’efferatezza dei metodi e per la brutalità delle torture che infliggeva agli oppositori del regime. Pietro Koch era beneventano, si è ricordato ad Anna Foa. Beneventana, però, era, si è aggiunto, anche Maria Penna, moglie di Rocco Caraviello, entrambi uccisi per la loro attività partigiana a Firenze dalla banda Carità nel giugno del 1944.

Una sezione del libro è dedicata alle donne confinate o mogli di confinati come la citata Ursula Hirschmann e Natalia Levi Ginzburg, moglie di Leone Ginzburg, ebreo russo e antifascista, prima recluso e poi confinato a Pizzoli, in Abruzzo. Tra le confinate vere e proprie, invece, c’erano Camilla Ravera, che sarà la prima donna a essere nominata senatrice a vita; Adele Bei, che, dopo il carcere e Ventotene, una volta a Roma, si occupò di organizzare la resistenza femminile e fu una delle 21 donne elette all’Assemblea Costituente; Cesira Fiori, scrittrice, comunista, resistente. A Nuoro, in Sardegna, fu Lina Merlin, licenziata per non aver voluto prestare giuramento al fascismo, partigiana, una delle cinque madri costituenti che fecero parte della commissione dei 75. Un elemento comune a tutte queste donne fu l’impegno politico che coltivarono anche nel confino, diventato per loro una sorta di scuola di partito dove prepararsi alla lotta. Certamente per alcuni quella prigione a cielo aperto era insopportabile: “il confino è una cella senza muri, tutta cielo e mare: funzionano da muri le pattuglie dei militi. Muri di carne e ossa, non di calce e pietra. La voglia di scavalcarli diventa ossessionante”, scrive Carlo Rosselli, che ci provò due volte a scappare e che da Lipari, insieme a Emilio Lussu e Franco Fausto Nitti, vi riuscì finalmente nel 1929. La fuga in Francia fu il preludio per la fondazione di Giustizia e Libertà, futuro Partito d’Azione, e fu importante per l’antifascismo perché accese i riflettori della stampa internazionale sul caso italiano, dando il via a una campagna di denuncia della dittatura in Europa e negli USA. A Ponza e a Ventotene furono inviati anarchici, comunisti, sindacalisti come Giuseppe Di Vittorio, combattenti dalla guerra spagnola che erano fuggiti in Francia, qui arrestati e confinati in Italia. Essi si tenevano separati dai delinquenti comuni e politici, detti Manciuriani, perché li consideravano spie, fiancheggiatori dei fascisti o comunque disfattisti che non tenevano alto lo spirito della Resistenza. C’erano mense separate anche tra i comunisti, alcuni dei quali avevano maturato un atteggiamento critico verso l’URSS per le notizie sulla politica staliniana, sul patto Ribbentrop-Molotov, sui processi ai dissidenti.

Anche sulla terraferma vi furono luoghi di confino: le condizioni materiali erano migliori, ma l’ozio, la noia e, soprattutto, l’impossibilità di fare vita in comune con i compagni li rendevano spesso più opprimenti. Se ne lamentava Cesare Pavese, confinato a Brancaleone Calabro. In Lucania, invece, furono inviati Ferruccio Parri e ad Aliano, vicino a Eboli, Carlo Levi che strinse con i contadini di quei luoghi un legame profondo, tanto da promettere di ritornarvi. Non solo lo fece, ma vi si fece seppellire e regalò loro il suo capolavoro: “Cristo si è fermato a Eboli”. Nell’Italia centrosettentrionale, non ancora liberata, i campi di concentramento, creati tra il 1943 e il 1944, servivano a trattenere gli ebrei per consegnarli ai nazisti che li indirizzavano ad Auschwitz: il più importante fu quello di Fossoli, vicino a Carpi. Da Fossoli partirono ben 12 convogli di deportati: sul primo, diretto ad Auschwitz, il 22 febbraio 1944, viaggiò Primo Levi. Nel Sud ci furono due campi destinati agli ebrei, quelli di Ferramonti, in Calabria, e di Campagna, in provincia di Salerno. Qui vi giunsero ebrei dalla Germania, dall’Austria e da Fiume. Anna Foa è un’esperta del caso Giovanni Palatucci, vice questore di Fiume, che i tedeschi inviano, perché sospettato di spionaggio con gli Inglesi, nel ’44 a Dachau, dove muore agli inizi del '45. Alcune testimonianze di ebrei individuano in lui il proprio salvatore. Lo zio Giuseppe Maria Palatucci, vescovo di Campagna, dichiara che ne abbia salvato moltissimi, nel ruolo di addetto all’ufficio Stranieri, mandandoli a Campagna e sottraendoli, così, alla deportazione verso Auschwitz. Viene riconosciuto Giusto tra le nazioni, avviato un processo di beatificazione, gli è attribuita una Medaglia d’oro al merito civile. Qualche anno fa, il Centro Primo Levi di New York ha, però, messo in discussione tutto questo e avanzato dubbi sull’effettiva attività a favore degli ebrei di Palatucci. Sulla sua figura sono calati infamanti sospetti, ai quali è seguito un imbarazzante silenzio.

Approfittando della presenza a San Giorgio del Sannio di una storica che ha assunto, con un articolo su L’Osservatore Romano, una posizione netta sulla questione, le è stato chiesto di fare un punto su come si sia evoluta. Certamente la vicenda, descritta in modo inizialmente troppo agiografico, nell’esagerare numeri e modalità - ha risposto la scrittrice - ha esposto a facili obiezioni il ruolo effettivamente avuto dal vicequestore di Fiume, ma che questi abbia salvato degli ebrei lo confermano le testimonianze dei sopravvissuti e i documenti raccolti. Non importa quanti siano stati. Anche una sola vita è importante. Anna Foa non ha dubbi: Giovanni Palatucci è un Giusto tra le nazioni. E merita di esserlo.