Prendiamo la serie televisiva sul serio: può ben essere una forma d'arte

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Può una serie tv aspirare al rango di opera d'arte? La risposta a tale quesito è tutt'altro che scontata. E ciò che sorprende maggiormente è proprio la carenza del dibattito culturale contemporaneo rispetto all'analisi di questa problematica, considerando anche l'elevatissimo seguito attribuibile a un simile format televisivo. Fenomeni come la “Lostalgia”, con tanto di quadro sintomatologico, o i cosplay, proclamanti un così forte attaccamento nei riguardi di certi sceneggiati da sconfinare in una “innocua” mitomania, o, ancora, la psicosi da “spoileraggio”, percepito come crimine contro l'umanità, mi spingono a colmare questa lacuna e a prendere, mi si perdoni il gioco di parole, le serie sul serio.

Per prima cosa, nel tentativo di dirimere la questione sull'eventuale artisticità del fortunato costrutto televisivo, mi concentrerei su un suo aspetto fondamentale, addirittura ontologico, ossia la serialità.

Può forse bastare l'inevitabilità di quest'ultima per concludere che la serie tv sia condannata all'intrattenimento? Una simile ipotesi non appare percorribile: in primis, perché grandi scrittori, del passato e del presente, hanno spesso abbracciato il racconto seriale come possibilità espressiva senza che quest'ultimo venisse automaticamente, nonché ufficialmente, declassato (la tradizione, ancora una volta, non tradisce l'innovazione); in secondo luogo, perché non esistono argomentazioni che possano sostenere in maniera credibile la maggiore artisticità di una narrazione sequenziale rispetto a una narrazione unitaria, è solo una questione di scelta poetica (anche in ambito pittorico sono riscontrabili “narrazioni” a puntate...); inoltre, se Hegel è riuscito nell'impresa di rateizzare persino Dio, provocando a suo tempo tumulti e consensi quasi in egual misura, non vedo come una segmentazione narrativa, appartenente all'ordine del profano, possa di per sé invalidare eventuali ambizioni artistiche.

Pertanto, alla luce di queste riflessioni, si può dunque ritenere una serie televisiva alla stregua di un film dilazionato, nonché concepito esclusivamente per il piccolo schermo, e accettarne pacificamente l'ingresso nel mondo dell'arte? Per sciogliere gradualmente la suspense, preferisco rimandare ancora la soluzione dell'enigma e proseguire con ulteriori auto-obiezioni; anche perché quest'ultimo quesito posto, anziché far diminuire, va a incrementare il numero dei problemi. Infatti, il rischio che sia proprio il supporto televisivo a inficiare il trasloco di un racconto seriale per immagini presso destinazioni più elevate, malgrado quest'ultimo si stia lentamente avvicinando alle sale cinematografiche, è dietro l'angolo.

Poiché, da una parte è senz'altro evidente come l'adozione di una tela non trasformi ogni pittore in un artista – altrimenti si farebbe fatica a distinguere Picasso da un qualsivoglia acquerellista stradaiolo –, o come un prodotto cinematografico non contenga necessariamente elementi artistici – invero, far coesistere nella stessa proposizione “Il principe abusivo” e “La dolce vita” crea qualche imbarazzo –, oppure come un testo di Gogol non sia inseribile nel medesimo novero di un libro di Moccia – in alternativa, ci si rassegna ad attacchi di panico multipli. D'altro canto, un certo scetticismo nei riguardi del mezzo televisivo e delle relative possibilità d'espressione, considerando l'avvento accentratore della tv commerciale e generalista, ha gioco facile nel mostrare le tante ombre che insidiano il passaggio del telefilm a un lignaggio più nobile.

In effetti, il debutto nel mondo dell'arte, già per il cinema, è stato tutt'altro che semplice. Basti pensare alle innumerevoli schiere di critici, soprattutto di matrice marxiana – eccetto Benjamin, per ragioni legate alla politicizzazione dell'arte, e pochissimi altri –, pronte a osteggiare, in alcuni casi a ragion veduta, la tecnica delle immagini in movimento, poiché troppo facilmente trasformabile in arma di distrazione di massa. E, se è vero che il mezzo cinematografico, come la stessa televisione, gode di una innegabile vocazione maggioritaria, ammortizzando quindi la ieraticità dei rispettivi contenuti e diminuendo apparentemente la distanza da chi ne fruisce, è altrettanto ineccepibile che per riattivare il malato spirito democratico della cultura non basta democratizzare il consumo, poiché i livelli di fruizione restano, in virtù di personali conoscenze e capacità critiche, inevitabilmente diversi. Oltretutto, è palese come l'industria cinematografica, essendo legata al grande capitale, tenda a prediligere la logica dell'intrattenimento rispetto alla ricerca artistica, quindi la semplicità alla complessità; ma il discorso sarebbe estendibile al sistema-arte nel suo insieme. Tuttavia, neanche quest'ultima affermazione consente ai detrattori di sfregarsi le mani serenamente. Infatti, nonostante le pressioni inserzionistiche accovacciate alle spalle dei palinsesti televisivi, nonché i cospicui investimenti delle produzioni cinematografiche, rispondano, naturalmente, a criteri profittuali e non solidaristici, ciò non esclude, al contempo, che le prestazioni filmiche da essi derivanti non possano spingersi decisamente al di là di quel “costante bisogno di piacere” tanto caro al mercato.

Un'ultima obiezione potrebbe riguardare l'obbligo alla sovrapproduzione antiestetica delle stagioni legata al diktat, in versione ammorbidita, “Misery non deve morire”. Tradotto: finché c'è domanda, la serie va avanti, anche a prescindere dalle ipotetiche esigenze “conclusionistiche” degli sceneggiatori. Tuttavia, pure questo appunto, oltre a non avere una validità universale, è comunque estendibile ad altre forme d'arte meno problematiche sotto il profilo dell'immediata riconoscibilità.

Quindi, tirando le somme, pur senza comporre un'inservibile teoria istituzionale dell'arte in formato polly pocket, credo si possa affermare, con discreta convinzione, che sussista un'abissale differenza tra una serie come “Dawson's creek” e una come “Black mirror”. Infatti, mentre la prima si articola in un susseguirsi di elucubrazioni sull'amplesso volte, non so quanto consapevolmente, a biasimare il vuoto spirituale insito negli scambi di fluidi degli adolescenti americani contemporanei, la seconda, invece, offre una visione critico-apocalittica delle interazioni uomo-tecnologia che ha davvero pochi eguali in ambito filmico e letterario (inoltre, smonta il paradigma televisivo della serialità lineare, proponendo episodi legati solo tematicamente e non narrativamente).

In conclusione, è stata forse la domanda di partenza a essere mal posta e, a questo punto, opterei per un suo traumatico rovesciamento: perché una serie tv non dovrebbe essere un'opera d'arte?